« Tu che combatti per loro e muori, / quand’è che ti leverai in piedi / in tutta la tua statura / e lancerai sulla loro faccia / la tua ira profonda / in un grido: – Perché si combatte questa guerra?»
“La terra non avrà più membra intatte”

Vladimir Vladimirovič Majakovskij, nato nel 1893 a Bagdadi e morto suicida (sebbene le circostanze siano controverse) nel 1930 a Mosca dopo essere divenuto russo per adozione, è stato uno dei più noti e influenti poeti del futurismo russo. È stato grazie a lui e ai fratelli Burlijuk (conosciuti all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca) che dall’incontro di pittori cubisti e poeti futuristi si è arrivati alla nozione di Cubofuturismonel 1912 è tra quelli che firmano il manifesto di poetica «Schiaffo al gusto corrente».

Questo artista, scrittore di poemi, pièce teatrali e autore di slogan pubblicitari e manifesti, è stato irrimediabilmente legato alla storia e alla politica del suo tempo; formatosi con la lettura dei testi marxisti è diventato poi un fautore della rivoluzione bolscevica.

Aderire o non aderire? La questione non
si pone per me […]. È la mia rivoluzione.
“Ottobre”

Al contrario di Marinetti – simbolo del Futurismo italiano, il quale era spiccatamente nazionalista, guerrafondaio, conservatore – , Majakovskij è stato un rivoluzionario che agitava le masse con i suoi manifesti di propaganda, un poeta contraddittorio e pieno di un sincero slancio verso il cambiamento.

Vladimir Majakovskij

Vladimir Majakovskij

Questo poeta consapevolmente avanguardista aveva il desiderio di «consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo», epurandola dalle convenzioni e dal gusto borghese così asfissiante e poco autentico. La sue poesie parlano di gente comune, di periferie sudicie, di riflessioni schiette, di passione.

Credeva nella spregiudicatezza, nella provocazione, nello sperimentare e utilizzava questi atteggiamenti come mezzi veicolari per arrivare al pubblico, per stupirlo e renderlo coinvolto e partecipe dei suoi ideali.

Majakovskij adorava profanare la sacralità e la delicatezza della poesia, scrivendo di argomenti grotteschi in maniera satirica e quasi distruttiva, mirando ad abbattere tutte quelle barriere, quelle sovrastrutture di facciata che erano parte del gusto conformista.

"Those I never seen", 1923, The Mayakovsky Gallery

“Those I never seen”, 1923, The Mayakovsky Gallery

Concepiva la figura del poeta come un attivo partecipante della vita politica del paese, come un mezzo per far emergere le proprie idee con tutta la loro potenza e intensità, e, di conseguenza, il suo poetare era scevro da misticismi e concetti astratti, ben lontano dalla poesia dell’Ottocento. Non rimpiangeva “i bei tempi andati”, non aveva nostalgia verso il passato, ma ardeva per raggiungere un futuro diverso e più autentico.

“Il genio come fondamento dell’azione artistica è finalmente nella sua lettura una categoria ridotta a superstizione, un elemento non più costitutivo del carnet progettuale. Non più un segno di eccellenza parnassiana, piuttosto un elemento marginale, del tutto trascurabile”.
“Armata delle Arti”

Per lui l’arte doveva rappresentare la vita, ma non in un’ottica verista, ma semplicemente autentica; sicuramente questa fusione non poteva avvenire seduti sulle comode sedie dei salotti borghesi, ma fuori, in mezzo alla gente e all’allegra cagnara del mondo, perché «l’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo».

L’amore
non è paradiso terrestre,
a noi
l’amore
annunzia ronzando
che di nuovo
è stato messo in marcia
il motore
raffreddato del cuore.
[…]
“Per noi”