È un Pirandello poco conosciuto, e perciò assai interessante, quello che viene restituito al lettore dalla penna di Ada Fichera, giornalista dello Stato Maggiore della Difesa, nel libro “Luigi Pirandello. Una biografia politica” (Firenze, Edizioni Polistampa, pagine 153, euro 14). Il premio Nobel per la letteratura (1934) non fu coinvolto direttamente nella politica del suo tempo, come pure – rileva nella prefazione Marcello Veneziani – manifestò scarsa attitudine alla vita politica nonché refrattarietà alla storia e alle ideologie. Ciononostante vi sono elementi importanti che legano lo scrittore e drammaturgo all’agone politico della sua epoca. Aderì al fascismo all’indomani del delitto Matteotti, chiese la tessera (per poi stracciarla e riprenderla successivamente), firmò il manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile ed entrò nell’Accademia d’Italia. A dire il vero Mussolini riteneva che Pirandello avesse un “brutto carattere”, e non mancano episodi di censura da parte del regime nei suoi confronti. Tuttavia si può affermare – e lo studio approfondito e capillare di Ada Fichera ne offre una significativa conferma – che Pirandello fu un fascista convinto.

Ada Fichera, “Luigi Pirandello. Una biografia politica” (Firenze, Edizioni Polistampa, pagine 153, euro 14)

L’autrice dedica a questo aspetto un lavoro paziente e organico, basandosi anche su documenti poco conosciuti, se non inediti, che riguardano la vicenda biografica e storica dello scrittore agrigentino.

Fichera ha anzitutto il merito di sottolineare con evidenza, all’inizio del libro, l’inconfutabile grandezza del drammaturgo che, nonostante abbia scritto opere di una modernità sconcertante e geniale, è stato oggetto di strali anche velenosi. Basti pensare a Cesare Garboli che riguardo a Pirandello parlava di manifestazione di “ipertrofica intelligenza media”. E fa dunque bene Fichera a ricordare che lo scrittore è stato un “colosso” della nostra letteratura, “colui che ha lasciato una traccia significativa nel pensiero critico italiano del Novecento”. Pirandello, afferma l’autrice, è stato soprattutto un “lottatore”, un uomo nobile che attraverso la sua vicenda personale, a tratti definibile “prometeica”, e grazie alla sua parola straordinaria, ha saputo dialogare con tutti i suoi lettori e, di conseguenza, con la storia.

Dal 1906 al 1908 Pirandello scrisse un’opera, meno conosciuta rispetto ad altre, di grandissimo rilievo sotto il profilo politico, “I vecchi e i giovani”. E’ incentrato sulla denuncia del fallimento delle speranze risorgimentali, delle illusioni di riscatto, avidamente nutrite, specialmente nella sua Sicilia, dopo l’unità d’Italia. Il romanzo ha un tratto squisitamente storico, configurandosi come una spietata analisi sociologica della crisi che rileva come il corso della storia sia in definitiva “figlio del Caos”.

Luigi Pirandello

Tra i documenti di rilevante interesse citati da Fichera vi è un passo dell’intervista del 10 aprile 1924 rilasciata da Pirandello al “Giornale di Sicilia”, in cui lo scrittore esprime un giudizio chiaro e senza veli su Mussolini. “Ho grandissima stima di lui” afferma, e ne elogia la “mirabile lucidità di intelligenza”. Ma poi aggiunge che lo vorrebbe “più coerente all’azione che egli stesso dovrebbe e potrebbe svolgere”. “Forse – dichiara Pirandello – al suo posto io stesso vedrei le difficoltà che ora non posso prevedere. Queste difficoltà gli impediscono, forse, di andare fino alle estreme conseguenze della sua idealità”. Riserve queste che non impediscono al drammaturgo di riconoscere a Mussolini “l’altissimo merito di avere creato e di avere messo in valore l’Italia”.

Ed è altrettanto interessante ciò che scrive Pirandello, il 21 ottobre 1924, su “Il Piccolo di Trieste”: “La mia vita non è che lavoro e studio. Le mie opere, che alcuni credono non meditate e buttate giù di getto, sono invece il risultato di un lungo periodo di incubazione spirituale. La politica? Non me ne occupo, non me ne sono mai occupato. Se alludete al mio recente atto di adesione al fascismo, vi dirò che è stato compiuto allo scopo di aiutare il fascismo nella sua opera di rinnovamento e di ricostruzione”. In fondo, chiosa Ada Fichera, così dicendo Pirandello conferma ancora una volta la sua fede fascista (e quindi un coinvolgimento sul versante politico) che egli stesso ammette vicina alla sua arte a sua volta “affine ai concetti audaci e rinnovatori che informano il fascismo”.