di Dario Guarino

Passeggiando in pieno inverno, nella città vecchia di Praga mentre cade leggera una neve pura e lieve, passando sotto l’orologio astronomico, incantandosi per la Chiesa di San Nicola e ammirando l’intera architettura romanica e gotica sentiamo nel nostro cuore infinte sensazioni. Un forte senso di meraviglia.

Siamo attirati da tutto ciò che ci circonda, la bellezza è indiscutibile, eppure accade anche qualcos’altro. Forse per la magia del clima praghese o forse per il riverbero dello spirito alchimista della città, ciò che è certo è che proviamo anche una fortissima sensazione di mistero che ci opprime.

La città è affascinante e angosciante, è bellissima e misteriosa.
Chiunque abbia letto un romanzo o un racconto di Franz Kafka e abbia voluto spiegarlo si sarà ritrovato ad utilizzare le medesime parole per descriverlo: affascinante, misterioso, bello e angosciante.
Poche volte le sensazioni suscitate da una città e dal suo scrittore più importante sono così simili; questo denota l’indissolubile intimità fra Praga e Kafka.

Nonostante ciò, in vita Kafka non ebbe successo come scrittore.

I suoi primi racconti trovarono spazio in riviste letterarie (la prima fu Hyperion). Poi il suo editore, Kurt Wolff, decise di pubblicare i suoi scritti (“La metamorfosi” nel 1912 a Lipsia e “Il processo” nel 1925). Nemmeno con questi scritti, però, riuscì a ottenere successo di pubblico o di critica, eppure questi stessi libri vengono riconosciuti, al giorno d’oggi, come fra i più importanti del XX secolo.
Kafka ebbe una particolarissima personalità: era ossessionato dal non apparire ripugnante né fisicamente né intellettualmente e, visto il poco successo ottenuto come scrittore, chiese al suo amico Max Bord di bruciare tutti i suoi lavori sia editi che inediti, compresi i carteggi. Per fortuna o sfortuna (a seconda di come la si pensi sul rispettare le ultime volontà) Bord ignorò completamente la richiesta dello scrittore.

Curiosamente, già dopo le prime pubblicazioni di Bord, Kafka iniziò ad avere dei grandi risultati di pubblico e un’importante attenzione da parte della critica. In questo periodo storico avviene una cosa interessante, perché proprio mentre Kafka diviene sempre più apprezzato in tutto il mondo, quella che oggi conosciamo come Repubblica Ceca viveva un periodo sociale e politico molto particolare. Infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e in pieno periodo di Guerra Fredda, la Cecoslovacchia (che solo nel 1993 smise di esistere in favore della nascita della Repubblica Ceca e della Slovacchia) era sotto il blocco sovietico.

Fino al 1968 (la primavera di Praga) se non addirittura al 1989 (Rivoluzione di velluto) la Repubblica socialista russa entrava direttamente nella politica della Cecoslovacchia e, dunque, di Praga. La letteratura che doveva esistere in quel periodo, secondo i canoni dell’URSS, doveva trattare temi completamente diversi da quelli toccati dalla poetica di Kafka, i quali risultavano poco utili, anche se non deleteri (difatti la censura su Kafka fu fatta dalla Germania nazista mentre l’URSS lo ignorò del tutto).

Per questo motivo, mentre in tutto il mondo la figura di Kafka iniziava ad assumere l’importanza che ha oggi, nella sua patria, la sua Praga era destinata a una sorta di Damnatio memoriae. Se si fosse andati a Praga negli anni ’80, non ci sarebbe stata la minima traccia di lui. Al contrario, oggi la città ceca valorizza tutti i luoghi entrati in contatto con lo scrittore giungendo, però, ad un nuovo paradosso: l’eccessiva pubblicizzazione e mercificazione dello scrittore. Passeggiando nel vicolo d’oro, per esempio, e andando alla Casa celeste al civico 22 (dove Kafka scrisse diversi racconti) si potranno notare le stanze trasformate in niente di meno che negozi di souvenir.

 

La citazione nell’occhiello è di Johannes Urzidil