Ci sono voluti 85 anni per correggere il nome di Katherine Mansfield inciso sulla targa di marmo che orna l’ingresso della Karori Normal School, a Wellington, dove la scrittrice neozelandese studiò e scoprì la sua vocazione letteraria. Un imperdonabile errore, infatti, aveva leso, sebbene solo a livello formale, l’identità di una donna che per la sua terra nutriva un amore appassionato. La targa, per circa un secolo, ha sempre recato il nome “Katharine”: un refuso che, raccontano le cronache del tempo, fu notato quasi subito. Le autorità competenti si ripromisero di correre tempestivamente ai ripari ma, rimandando al domani ciò che si poteva e si doveva fare l’oggi, sono trascorsi ben 85 anni senza che qualcuno si cimentasse nell’impresa di ripristinare il nome esatto. Un nome grazie al quale la scuola di Wellington gode di celebrità, e non solo in Nuova Zelanda.

La targa di marmo dedicata a Katherine Mansfield che orna l’ingresso della Karori Normal School a Wellington, in Nuova Zelanda / Foto copyright: ROBERT KITCHIN/STUFF

Un errore tanto più grave, sottolinea la stampa neozelandese nel dare notizia in questi giorni dell’avvenuta correzione del nome, se si considera il radicato senso di appartenenza che la Mansfield nutriva per la sua patria. Il suo sogno era di diventare una scrittrice e per realizzarlo doveva raggiungere un luogo in cui il suo talento avrebbe potuto fiorire ed essere adeguatamente apprezzato. Ecco allora che Katherine, non ancora ventenne, lasciò, non senza dolore, la Nuova Zelanda, nell’estate del 1908, per salpare alla volta dell’Inghilterra. La scelta, assai coraggiosa per quel tempo, soprattutto per una donna, si rivelò giusta: è lì infatti che il suo sogno fu coronato e la sua penna elogiata oltre ogni più rosea previsione. Eppure, una volta insediatasi in Gran Bretagna, la scrittrice cominciò ad avvertire la nostalgia di casa. Quella Nuova Zelanda che, sebbene sinceramente amata, le era sembrata una sorta di gabbia da cui fuggire per dare libero sfogo alla sua fervida immaginazione, cominciò a cambiare volto. La patria veniva assumendo i connotati di un grembo materno cui ritornare, dopo che si è diventati un po’ più maturi e un po’ più saggi. Questa vicenda era stata trattata con dovizia di particolari in un libro, uscito nel 2016, scritto da Kirsty Gunn e intitolato “My Katherine Mansfield project” (London, Notting Hill Editions). Ironia della sorte vuole che anche l‘autrice ha vissuto l’esperienza della Mansfield: pure lei è neozelandese e pure lei è emigrata nel Regno Unito nella speranza di dare al suo lavoro una maggiore e più gratificante visibilità. Queste due vicende, appunto sovrapponibili, servono a ricordare il valore imperituro rivestito dal focolare domestico, dove anche i sentimenti più ribelli vengono gradualmente disciplinati. E se all’inizio la casa, intesa come simbolo per eccellenza del luogo natio, poteva, anche a ragione, essere percepita come un ostacolo alle proprie legittime ambizioni, essa – nel volgere degli anni e degli accadimenti – si riscatta configurandosi come irrinunciabile punto di riferimento per chi l’aveva precedentemente concepita come un peso, se non come una condanna.

Il libro di Kirsty Gunn “My Katherine Mansfield project” (2016)

La fama della scrittrice si lega in particolare ai racconti brevi; la prima raccolta, “In a German Pension”, fu pubblicata nel 1911. In essa vibra un coro di affetti e di levigate sensibilità che richiamano, in filigrana, la dimensione malinconica che tanta parte ebbe nella narrativa di Anton Cechov, da lei sommamente ammirato. E il suo delicato sentire non poteva non sperimentare un suggestivo impatto una volta che la Mansfield entrò in contatto con un’altra scrittrice che riconosceva nella psicologia degli affetti il fulcro della vita e della letteratura: Virginia Woolf. In questo scenario la casa nativa, che mai più rivedrà, svolse un ruolo cruciale, con il suo bagaglio di dolore, nella scrittrice neozelandese: tornare con successo al passato non è mai possibile, perché a causa del corrosivo scorrere delle ore e degli anni non si è mai più quelli di prima. E se si riprende la via di casa, scrive Kirsty Gunn, ci si espone a una delusione cocente, poiché anche la casa stessa è destinata a essere trasformata – col rischio di diventare un’entità estranea – dall’impietoso fluire del tempo. Ma nonostante ciò, l’anelito in Katherine Mansfield a “rifondersi” nelle mura domestiche conservò intatti slancio e vigore. Per non languire mai.