di Gianluca Paolisso

Il vecchio Capitano era steso sul muretto a riva di molo, il cappello calato sul volto, i pantaloni piegati sopra le ginocchia e i calzini neri in bella vista; una mano sotto la nuca e l’altra sul petto, costituiva di certo una strana immagine per chiunque ricordasse la severa inflessibilità della Marina. Maria sorrise, e dopo aver contemplato a lungo la prospettiva della nave militare ormeggiata nel porto si avvicinò, incuriosita; le scarpe dell’uomo luccicavano al sole, e così la divisa sgualcita ai gomiti. Le cicale frinivano irrequiete, accompagnate dal lento sciabordare delle onde sulla battigia.

“Cosa c’è, ti piacciono i miei calzini?” esordì l’uomo, immobile.

Maria fece un balzo, la voce cavernosa l’aveva colta di sorpresa:”Sono bucati …” mormorò.

“Da circa trent’anni. Li lavo ogni mattina, ma non mi sono mai azzardato a ricucirli”.

“Perché?”, il Capitano si mise a sedere lentamente, le gambe incrociate, il cappello ancora a nascondere il volto, “Come si chiama?”.

“Chi?” domandò l’uomo, voltando il capo a destra e a sinistra.

“Lei”.

“Lei chi? C’è qualcun altro?”.

“No, intendevo lei!”.

“Dammi del tu”, disse la voce cavernosa, mentre una risata soffocata usciva dal cappello, “Sulla terraferma risparmio le distanze”.

“E’ il Capitano della nave?”.

“Chi?”.

“Lei!” esclamò Maria, trattenendo a stento il riso.

“Sei curiosa, ragazzina … troppo per chi vorrebbe farsi un sonnellino in santa pace”.

L’uomo si distese nuovamente, il corpo rotondo a martoriare una asciugamano sulla quale era ricamata una fila di pesci rossi.

“Vuole che me ne vada?”.

“Torna stasera, sono più amichevole dopo il tramonto”.

Maria annuì felice e scappò via, il vestitino azzurro svolazzante nei vicoli del porto.

Per un attimo le cicale smisero il loro canto.

La luna piena creava una strada intermittente di lucciole che giungeva sino ai limiti estremi della scogliera, e proprio li, al centro dell’orizzonte, si intravedeva un frammento di mare illuminato a giorno. Il Capitano sedeva sul muretto, intento a trangugiare una fetta di anguria. Il cappello ora faceva compagnia alle scarpe. Maria restò colpita dal volto segnato dell’uomo, ma pensò che forse la sua vista fosse alterata dal buio e dai bagliori diafani: chissà perché lo aveva immaginato più giovane. Poi la sua attenzione fu catturata dallo spettacolo lunare, e per lunghi istanti nessuno dei due ruppe il silenzio. Ad un tratto il Capitano sputò un seme in acqua, e la ragazza si riscosse:”Vorrei conoscere il disegnatore luci” sussurrò, indicando il mare “è uno dei miei desideri”.

“Lo conosco”, annunciò fieramente l’uomo, “Alto, slanciato, infinito, oserei dire! Un bel tipo, se non fosse che ultimamente ha il brutto vizio di osservare l’orrore senza muovere un dito. Vuoi fare Teatro?”

Maria fu molto sorpresa da quella domanda e annuì, senza mai rischiare di guardarlo negli occhi.

Il Capitano sputò un altro seme:”Avete tutti la stessa faccia, anche quando il vostro sogno è in fasce! Direi bene, le strade impervie sono le sole degne di essere percorse”.

“Chi è lei?” domandò Maria.

“Non riesci proprio ad accorciare le distanze, eh? Va bene, se ti fa sentire più al riparo … ma se vuoi conoscere la mia storia dovrai prima rivolgermi una domanda”.

“Quale?”.

“Devi chiedermi di cosa soffro”.

“Posso?”.

“Mentre trovi il coraggio finisco di mangiare”.

“Di cosa soffre?”.

Il Capitano masticò l’ultimo pezzo di anguria, posò la buccia vicino al cappello e alle scarpe ed esclamò:” Sia benedetto il frutto dell’estate, mi sento come rinato!”.

“Di cosa soffre?” ripeté Maria, oramai preda della curiosità.

“Mancanza di avvenimenti. Sì, credo proprio di soffrire di mancanza di avvenimenti”.

“Non le è bastata la guerra?”.

“La guerra non è un avvenimento. Dopo lo sbarco alleato tutti sembrano essersi dimenticati del passato. E’ un’illusione giustificata, umana, comprensibile, per non ammettere che la guerra è come l’araba fenice: vive a lungo, muore per un attimo, e dopo un tempo ancor minore risorge dalle ceneri. E’ solo questione di tempo. Per cui godiamoci la bella stagione fin quando possiamo.

Tutto sembra tranquillo, oggi, ma la vera tragedia è la mancanza di avvenimenti. Quelli che scuotono l’anima, capisci? Forse no, sei troppo giovane”.

“Qual è stato il suo ultimo avvenimento?”.

“Mia moglie.” Il Capitano si accarezzò la barba sul mento, lo sguardo perso in lontananza.

Nella sagoma nera della nave i piccoli cerchi di luce degli oblò andavano spegnendosi.

“Non aspettarti la storiella romantica di due anime predestinate. I romanzi li abbiamo sempre letti tra le coperte con la ferma convinzione di non trasformare la nostra vita in prologo, capitoli ed epilogo. Ci conoscemmo perché le nostre famiglie si conoscevano: fu quasi inevitabile vivere insieme la prima giovinezza, e quindi scoprire che le preghiere non erano l’unica fonte di piacere. Ci sposammo nella chiesetta del nostro paese, una struttura a picco sul mare, bruciata dal sale … La verità è che mi innamorai di lei solo quando seppi che dovevo imbarcarmi. Ti aspetterò, mi disse. Anche se ero un marinaio sapeva di potersi fidare delle mie promesse, ma quella frase, Ti aspetterò … era la dimostrazione di quanto il caso sia benevolo, il più delle volte”.

“E poi?”.

“E poi mi aspettò” continuò il vecchio, passandosi l’avambraccio sugli occhi lucidi “Alla fine di ogni viaggio la trovavo sulla soglia, in attesa. Mi abbracciava, mi sussurrava parole che non potrò mai rivelarti e la nostra vita riprendeva, semplice e pura come prima. Almeno fino all’imbarco successivo. E tu, ragazzina, come hai fatto a venire qui, a quest’ora?”.

“Io posso uscire quando voglio”.

“Dichiarò lo spirito libero!” il Capitano rise a lungo, poi aggiunse:”Non vorrei essere responsabile di un incidente diplomatico in famiglia”.

“L’ho già fatto altre volte, non se ne sono mai accorti”.

“La fortuna temeraria della gioventù. Va’, adesso “.

“Ma non ha finito di raccontarmi!”.

“E’ tardi. Magari un altro giorno”.

Maria capì che insistere sarebbe stato inutile: si alzò, salutò con un cenno del capo e attraversò la piazza della Grande Ancora. Quando si voltò il Capitano era ancora li, un’ombra nera al chiaro di luna.

Due giorni dopo lo ritrovò nella stessa posizione, seduto sul muretto, lo sguardo rivolto al mare già pieno di bagnanti: mangiava una granita color rosso scuro e ad ogni cucchiaiata tirava su col naso, come volesse trattenere dentro di sé i primi sentori dell’estate. Quando la vide accomodarsi al suo fianco le porse un cucchiaino e la invitò a mangiare ciò che restava della granita di gelso, da sempre la sua preferita. Maria svuotò il bicchiere di vetro dondolando le gambe, si passò le dita fresche dietro la nuca, avvertendo un benefico senso di refrigerio e infine le leccò, senza mai staccare lo sguardo dal suo vecchio amico:”Non ha finito di raccontarmi la sua storia!” esclamò. Il Capitano, impassibile, tirò fuori dalla tasca della giacca una lettera e la porse alla ragazza, invitandola a leggere. Dopo qualche istante Maria sollevò il capo: dal suo volto era scomparsa ogni traccia di allegria.

“Strana la commedia umana, vero? ” mormorò l’uomo, picchiettandosi le ginocchia con le nocche “Meglio abituarsi, prima che i colpi di scena ti rispediscano in quinta. Signor Capitano, siamo dolenti nel comunicarle …“.

“Cosa successe dopo?”.

“Sapevo che mia moglie non avrebbe retto il dolore. Così gli feci credere che nostro figlio fosse ancora vivo. Preparai decine di lettere che spedivo al nostro indirizzo ogni quindici giorni: in ognuna il giovane defunto aggiornava i genitori in merito al suo imbarco, che per ragioni imprecisate si andava prolungando e rassicurava la madre riguardo la sua salute. Scrissi senza sosta per mesi, come il più fantasioso dei romanzieri, senza mai lasciar spazio a dubbi o incertezze, non potevo permettere che il castello di illusioni crollasse! Ma poi due anni fa, sul letto di morte, mia moglie mi ringraziò, solo per averle fatto credere che un altro epilogo fosse possibile. Noi che per tutta la vita avevamo rincorso la realtà ci ritrovammo a implorare la finzione come ossigeno. L’ironia tragica!”  Il Capitano rise di cuore, mentre un’onda più forte delle altre spingeva un gruppo di bambini verso riva ” Sai cosa ho imparato da tutta questa storia?”.

“Cosa?”.

“Che è impossibile abbindolare una donna”.

Maria lo guardò a lungo, e la voce gli si fece rotta quando chiese: “Come mai ha i calzini bucati da trent’anni?”.

“Da oggi ti chiamerò Domandina!” esclamò il Capitano, passandole un braccio intorno alle spalle ” Quando io e mia moglie ci sposammo eravamo poveri, ma se c’era una cosa che lei non poteva sopportare erano i miei calzini bucati. Senza soldi, ma almeno con i calzini rammendati, diceva.

In effetti provò a ricucirli, ma erano in un tale stato che alla fine dovette rinunciare all’impresa.

Così alla fine della cerimonia mi porse un pacchetto di carta gialla, nel quale trovai un paio di calzini nuovi di zecca. Era il suo regalo di nozze. Chi lo avrebbe detto che dopo tanti anni mi sarei ritrovato al punto di partenza? Qualche soldo in più in tasca, certo, ma sempre con i calzini bucati!”.

Quell’estate Maria tornò spesso a trovare il vecchio Capitano disteso sul muretto a riva di molo. A Giugno conobbe la sua infanzia, le scorribande nei pressi di un faro e le notti sulla spiaggia. A Luglio l’adolescenza e le prime follie d’amore, la paura delle punizioni materne e la gioia di un cuoppo di alici fritte in riva al mare. Ad Agosto l’inizio della maturità, e la consapevolezza che quella ragazza dai riccioli rossi conosciuta in tenera età lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Dopo decine di granite e fette d’anguria venne Settembre, e così di nuovo il racconto del matrimonio, la nascita e la morte del figlio, le finte lettere, ma soprattutto quelle parole sul letto di morte che nessuno avrebbe mai conosciuto. Il Capitano custodiva gelosamente quella confessione, come fanno le anime innamorate. Maria annuiva, dava ragione al suo silenzio e spesso si tratteneva più del dovuto: i genitori avevano scoperto da settimane il perché delle sue quotidiane assenze, ma si tranquillizzarono presto quando conobbero il vecchio signore, e soprattutto il suo grado di Capitano.

Quando in una mattinata tersa la nave sbuffò il paese si fermò a guardare, in rispettoso silenzio.

Tutti sapevano che quella partenza portava con sé la fine della bella stagione.

Il Capitano si infilò le scarpe e la giacca, lo sguardo rivolto all’orizzonte: infine prese il capello, lo spolverò con due passaggi di avambraccio e se lo mise sul capo.

Guardò Maria, i suoi occhi scossi dalla commozione, e prendendole il mento con pollice e indice disse:” Non avere mai paura della nostalgia”.

La ragazza scosse il capo, le lacrime le scorrevano sulle gote: “E’ solo un altro viaggio, vero? “.

Il Capitano allargò le braccia e le fece sbattere sui fianchi, il volto illuminato dal chiarore rossastro dell’alba. Solo in quel momento Maria lo vide per ciò che realmente era: un uomo come tanti, preda del passato e ansioso di vivere i pochi momenti che ancora restavano.

Un marinaio si avvicinò, gli sussurrò qualcosa all’orecchio e lui rispose con un cenno deciso. Poco prima che una scialuppa lo riportasse sulla nave, Maria porse al suo vecchio amico un pacchetto di carta gialla: gli fece promettere di aprirlo solo quando si fosse trovato in mare aperto. Il Capitano così fece. Aprì il suo regalo tra le onde e la spuma. E poi … e poi pianse di gioia, sventolando verso la costa lontana un paio di calzini nuovi, a mo’ di saluto.

 

 

Gianluca Paolisso nasce a Formia (LT) il 4 maggio 1992.

Tra i diciassette e ventitré anni pubblica svariati racconti su antologie e blog letterari, nonché i suoi primi due romanzi, Saffo e Nel legno il tuo nome, riscuotendo ottimi apprezzamenti di pubblico e critica.

A seguito del Diploma in Recitazione presso l’Accademia Internazionale D’Arte Drammatica del Teatro Quirino – Vittorio Gassman (Roma), fonda con Daria Contento la C.T. Genesi Poetiche, gruppo di lavoro con il quale produce i suoi primi spettacoli alla Drammaturgia e Regia, Requiem for Medea, HamleTown e Anticotestamento.

Fiore all’occhiello della compagnia e di Paolisso sono la collaborazione con l’Ass. Tota Pulchra e la Città del Vaticano, l’invito del Maestro Giancarlo Sepe a portare in scena uno spettacolo nello storico Teatro La Comunità di Trastevere (Roma), e il laboratorio di formazione “L’esperienza del viaggio” condotto con Astra Lanz, celebre Attrice della Fiction RAI Don Matteo.