La relazione tra cultura, arte e cambiamento sociale è sempre stata molto forte. La diffusione della stampa nel XVI secolo ha posto le premesse per la condivisione della conoscenza tra classi sociali e ha stimolato lo sviluppo del mondo come lo conosciamo.

Qual è stato, tuttavia, il ruolo della letteratura negli eventi della primavera araba? Nel 2011, mentre questi si stavano svolgendo, poca attenzione sembra essere stata dedicata al ruolo della parola scritta come una delle ragioni di ciò che stava accadendo, ma è interessante approfondire l’argomento per comprendere meglio se e in che misura questi sia stata in grado di risultare rilevante durante i grandi stravolgimenti politici che hanno seguito il 18 Dicembre 2010.

In generale, i disordini sociali che hanno stravolto diversi Stati mediorientali in quel periodo hanno colto di sorpresa molti studiosi, specialmente nel mondo occidentale. Gli accademici avevano scritto pagine e pagine cercando di spiegare quali peculiarità rendessero quei governi illiberali stabili nel lungo periodo, trascurando i fattori che, sebbene non necessariamente valutabili quantitativamente, stavano raccontando una storia diversa. In effetti, i semi del cambiamento erano germinati nei rispettivi paesi da anni, e quando scoppiò l’agitazione civile fu solo a causa di una scintilla finale: l’auto-immolazione di un venditore ambulante.

La globalizzazione aveva poi dato alle popolazioni coinvolte un mezzo di dissenso e di comunicazione senza precedenti (e incontrollabile): Internet. Grazie ai social media, ai blog, ai video, gli aggiornamenti sulle proteste sono stati letteralmente trasmessi dal vivo per essere visti dagli altri, senza che i governi fossero adeguatamente in grado di contrastarli in alcun modo. I media digitali sono stati, così, al centro della primavera araba, come una sorta di corno di guerra: il potenziale rivoluzionario delle idee è stato trasferito a questi strumenti meno sorvegliabili, che sono sia più veloci che più sicuri, dato che il controllo statale su di essi non è ancora completamente sviluppato.

Piazza Tahrir, in Egitto; uno dei simboli più forti dei movimenti del 2011

Nel momento in cui i media sono divenuti il messaggio, tuttavia, le opere letterarie (in particolare il romanzo e la poesia) non hanno perso il loro potere rispetto alla mobilitazione delle persone. Ciò che la letteratura ha fatto nel caso delle rivolte del 2011 è infatti stata un’opera essenziale di diffusione e formazione in due diversi contesti.

In primo luogo, durante le manifestazioni, e dopo di esse, la letteratura è stata testimonianza delle circostanze storiche e dei sentimenti condivisi associati agli eventi: libri e poesie scritte durante le lotte e affrontanti quegli argomenti lasciano un segno indelebile di ciò che è stato, completo di impressioni errate e pensieri imperfetti che potrebbero essere stati associati ai primi momenti del cambiamento. L’analisi di tali opere, e della loro diffusione presso la popolazione, potrebbe fornire importanti intuizioni su quali rivendicazioni fossero alla base della mobilitazione dal punto di vista del soft power, cioè del loro potenziale di convincimento. Inoltre, ricerche letterarie future potrebbero evidenziare le ragioni dietro scelte discutibili che hanno seguito le rivolte stesse, visto che “gli amori della moltitudine sono brevi e infausti”, e quello che all’inizio è stato salutato dalla popolazione come una grande conquista potrebbe essere, in futuro, considerato un inganno (come è già accaduto per i cambiamenti costituzionali del Marocco).

La poesia della farfalla di Ahmad illustra la sofferenza di un intero popolo che si preparava a domandare la propria libertà

Il secondo contesto in cui la letteratura ha agito è quello dello spirito comunitario, che si è rivelato fondamentale nei momenti che hanno portato al 2011. Mentre è impossibile avere una misura quantitativa di ciò che è stata l’influenza delle opere letterarie, i testi prodotti a livello nazionale hanno costruito con successo una coscienza comune attorno a questioni istituzionali. In molti casi la letteratura era infatti l’unico canale di comunicazione e fraternità indiretta tra persone che non potevano parlare delle loro frustrazioni, prima o in mancanza di possibilità espressive alternative.

Nel delicato equilibrio tra espressione e repressione, gli scrittori hanno trovato il modo di costruire un senso comune di appartenenza o, ancora più importante, di dissenso verso il regime. Ciò non è accaduto ovunque allo stesso modo: l’intreccio tra censura, repressione e arte ha avuto serie conseguenze per la forza delle rivolte in ognuno dei Paesi mediorientali; la letteratura è stata però fondamentale per stabilire il grado e l’efficacia delle sollevazioni popolari contro il meccanismo auto-rinforzante di oppressione dell’élite politica sulla società.

Ora che, nella maggior parte dei paesi coinvolti, contestazioni sociali di larga scala non sono più presenti, è allora importante tenere a mente che la parola scritta può rappresentare tanto un collante sociale quanto una brace costante sotto le ceneri della repressione politica.

Non dimentichiamoci che, dopotutto, la penna ferisce più della spada.