Il 1947 italiano traccia il confine di una nuova storia. Una storia che si lascia dietro il logorio della guerra e della dittatura e decide di aprirsi ad orizzonti di libertà, rannicchiata sotto lo scudo della democrazia. E se la storia insegna la vita, la letteratura è la crepa che divide l’una dall’altra e attraversandole le unisce, lasciando entrare luci ed ombre, icona di potenza e degrado, di forza e debolezza. Insomma, la letteratura racconta anche quando non vuole: la letteratura è testimonianza.

Nel 1947 Guido Alberti, borghese romano, è proprietario di una casa produttrici di digestivi il cui nome è ispirato dalle antiche dicerie sulla stregoneria beneventana: la Liquore Strega. Insieme alla moglie, tale Maria Bellonci, decide di istituire un concorso a premi che gravitasse intorno a quegli «amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro», uniti e presenti sia prima che dopo l’incubo del conflitto mondiale, nel nome di un culto che è quello delle idee e del pensiero creativo, del sogno e della passione. Et voilà, gli ingredienti del Premio Strega: la letteratura è rinascita, è riscatto.

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Conoscerete un po’ tutti Ennio Flaiano, scrittore, sceneggiatore e giornalista, intellettuale a tutto tondo. È lui a vincere la prima edizione dello Strega, con Il tempo di uccidere, suo primo e unico romanzo: storia delle disavventure di un tenente dell’esercito italiano reduce dalle sciagure di una guerra sporca in terra africana, è una puntualissima allegoria della guerra che l’Italia s’è appena lasciata alle spalle. La letteratura come diario e testimonianza di un tempo, dicevamo. Da qui è un susseguirsi di nomi immortali, pietre miliari della nostra cultura e fonti d’ispirazione del pensiero contemporaneo. Di cui Flaiano, a suo modo, è capostipite.

Ennio Flaiano
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Il pluridecennale percorso dello Strega fino ai giorni nostri si articola tra Elsa Morante e Umberto Eco, entrambi agli estremi del Realismo, tra i sogni fantastici di Arturo e misteri barocchi celati dentro un monastero. Esasperazione del Realismo e del realismo, questo sconosciuto compagno degli anni Sessanta, serbatoio di malcontento e disillusione che sanno di presa di distanza dal mondo, e quindi un po’ di sogno e un po’ di incubo, fino al Il nome della rosa (1981) che dirotta romanzo e realtà ai margini di una distruzione pressoché totale, figlio di nuovi canoni di strutturazione. In mezzo sono gli anni delle donne (la Morante, emblema della moderna narrativa al femminile, è la prima scrittrice a ricevere il premio: ne seguiranno altre nove, tra cui Anna Maria Ortese) e di Sergio Volponi, un autore scelto non a caso, se è vero che ancora oggi detiene il primato di unico scrittore ad aver conseguito lo Strega due volte (La macchina mondiale, 1965 e La strada per Roma, 1991).

Elsa Morante celebra la vittoria del Premio Strega con il suo L’isola di Arturo, 1957.
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E non ci dimentichiamo dei Racconti di Moravia (1952) o dell’adolescenza raccontata come la racconta Pavese, non possiamo marginare un Gattopardo qualsiasi (1959) né restarcene indifferenti di fronte ai racconti di Buzzati: è un volo panoramico in cui planando scorriamo tutto velocemente e dall’alto, non ci sarebbe tempo per fermarci perché non basterebbe il tempo della letteratura, che ne apre altri e altri ancora, in un turbinio affascinante e coinvolgente per cui perdersi è un attimo, e basterebbe un libro solo. Come La ragazza di Bube, per dirne uno (1960): ma vediamo come celebrare Cassola significherebbe fare un torto a tutti gli altri. Resta la cronaca di un premio ambito da ormai settantadue anni: visti i nomi dei vincitori storici, non è poi difficile immaginarsi perché ancora lo sia.

Anche Primo Levi (a sinistra) conseguì il Premio Strega: vinse con La chiave a stella, nel 1979.
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Il lascito letterario ai duemila dunque non può che profumare di mito: e al giro del nuovo secolo, lo Strega spalanca le porte del successo ai piccoli angoli di mondo pennellati da Claudio Magris (Microcosmi, 1997) e alle scrupolose indagini di Dacia Maraini nei meandri dei più oscuri luoghi della coscienza (Buio, 1999). Vent’anni dopo, a brindare col liquore – come tradizione vuole – è Paolo Cognetti, che nel suo romanzo celebra lo spirito della montagna, gelosa custode di un’eredità che è quella della vita, del destino che in lei è inscritto (Otto montagne, 2017).

E il destino del prossimo vincitore? Bisognerà aspettare ancora qualche settimana. Ma a giudicare dalla breve storia dello Strega, sarà senza dubbio un libro da leggere. Da vivere.

I finalisti del Premio Strega 2018.
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