di Gabriele Nicolò

Per lunghi anni la critica ha dibattuto sulle fonti che avrebbero ispirato le opere di Shakespeare. Vari strumenti, sempre cartacei, sono stati utilizzati in tal senso, dalla decifrazioni di codici alla comparazione filologica tra manoscritti ingialliti e vetusti. Ora, usando sofisticate tecnologie, si è pensato di ricorrere – per meglio indagare la genealogia dei componimenti del drammaturgo inglese – anche a uno software specializzato nell’individuare eventuali plagi, che risultano essere, come ha evidenziato una recente ricerca della Bbc, sempre più frequenti nel variegato e tumultuoso mondo delle lettere. Con tale metodo di lavoro si è giunti a sostenere che un manoscritto intitolato “A Brief Discourse of Rebellion and Rebels” – scritto sul finire del 1500 da George North, appartenente alla corte della regina Elisabetta e ambasciatore presso la Svezia – sarebbe alla base di ben undici opere del bardo, tra le quali figurano “King Lear”, “Macbeth”, “Riccardo III”, “Henrico V”. Ad elaborare questa affascinante tesi sono stati due studiosi, Dennis McCarthy e June Schlueter, i quali tengono comunque a precisare che Shakespeare non fece un plagio, ma lesse con grande attenzione i  contenuti di quel manoscritto, apprezzandoli e assorbendoli a tal punto da riconoscerne una ricca fonte d’ispirazione.

Una foto del presunto manoscritto originale delle opere di W. Shakespeare / Fonte: history.com

Sul piano semantico, fra il testo di North e alcuni drammi shakespeariani si ravvisano forti affinità, se non addirittura perfette identità. Nella dedica al suo manoscritto, per esempio, North rivolge una solenne esortazione a coloro che si vedono brutti d’aspetto a cercare la bellezza dentro di sé, sfidando così la natura. Tale esortazione è ritmata da una successione di parole  quali “glass”, “feature”, “fair”, “deformed”, “world”, “shadow”, “nature”, che puntelleranno il celebre soliloquio di Riccardo III. Ma con una intrigante variante: le stesse parole sono usate nello stesso ordine, ma giungono a un esito diverso rispetto a quello auspicato da North nella dedica: il tiranno, per giunta gobbo, è brutto e, coerentemente con il suo aspetto, si ripromette di agire nel segno del male, commettendo atti brutti.

Si rileva poi che North parla di una gerarchia fra cani, che va dal “nobile mastino” (noble mastiff) all’umile cane bastardo (lowly cur): una gerarchia che – con annessa riflessione sulle affinità tra animale e mondo umano – torna anche in “Kiing Lear” e nel “Macbeth”.

Una scena del “King Lear” rappresentato dalla Royal Shakespeare Company

Non è comunque la prima volta che, negli studi su Shakespeare, viene sollecitato l’uso di un software. Nel 2009 Brian Vickers utilizzò questa tecnica per corroborare la sua tesi secondo cui Shakespeare non avrebbe scritto da solo “Eduardo III”, ma insieme a un altro autore. Un esito che ha comunque lasciato perplesso più di un accademico. Nel commentare lo studio condotto da McCarthy e da Schlueter, il direttore della Folger Shakespeare Library di Washington, Michael Witmore, afferma che questo tipo di tecnica che fa ricorso al software rappresenta una sorta di “ciliegina sulla torta”: ovvero, si è di fronte alla conferma, nel segno della tecnologia, di un discussione su una questione letteraria che rimane comunque aperta. Per quanto sul piano statistico, dichiara Witmore, si possano riscontrare tra diversi testi affinità e sovrapposizioni di natura semantica e filologica, la diatriba sulle fonti cui ha attinto, o avrebbe attinto Shakespeare, rimane pur sempre un cantiere aperto. E per questo motivo, ancor più interessante e suggestivo.