È necessaria la tristezza per la creatività? Questa è una delle domande più comuni in ambito artistico, e viene rivolta solitamente ad ogni personalità dell’ambiente, come per smentire o confermare un luogo comune la cui rilevanza è da ben pesare. Il rapporto tra creazione e depressione ha da sempre affascinato tutti quanti; a volte perseguito all’incontrario da chi voglia darsi un tono, altre tristemente ribadito dagli artisti che, nonostante o in mancanza di un riconoscimento, si sono uccisi non riuscendo a liberarsi della propria spada di Damocle.

La letteratura ha giocato, e occupa tuttora, un ruolo importante nell’analisi della psiche umana dal punto di vista della tristezza e, ancor di più, della depressione. Vediamo allora cosa ci insegna su noi stessi la parola scritta, quali autori esprimono meglio la rilevanza di questa corrispondenza tra disturbo intimo ed espressione, come si è evoluta la concezione della depressione in relazione all’arte letteraria.

Partiamo da un quadro storico: la società non è mai stata indulgente nei confronti dei disturbi psichici, men che meno della depressione, problema tuttora sostanzialmente minimizzato pur riguardando il 4% della popolazione mondiale (più di 300 milioni di persone). Anche se attualmente sembra essere in atto un certo sdoganamento del disturbo, e anzi si potrebbe notare una sua feticizzazione da parte delle generazioni più giovani, in ambiti che vanno dalla musica alla cultura pop dei memes, la depressione rimane una malattia inafferrabile, silenziosa e, purtroppo, spesso mortale.

Anche la pittura ha uno stretto legame con la depressione. Qui Van Gogh, Munch e Degas ci mostrano i volti della malattia, sia essa nell’artista stesso o nei suoi soggetti.

Nel momento in cui la medicina non era in grado di occuparsi della condizione depressiva, la letteratura ha parzialmente sopperito alla mancanza rappresentando, da una parte, un’importante valvola di sfogo e possibilità espressiva per chi non poteva altrimenti essere compreso totalmente; dall’altra un riferimento per altri soggetti che si sono visti riflessi in racconti e romanzi i cui protagonisti, specchiando magari l’autore, esplicitano e provano ad analizzare la propria condizione di sofferenza e afflizione senza apparente uscita.
Importante è anche notare che, in alcuni casi, le opere letterarie sono anche importante traccia storica del disturbo depressivo e della sua presenza in tempi in cui, altrimenti, non sarebbe stato registrato. Per questo, la psicologia può tuttora imparare molto dalla produzione artistica passata, e non solo per quanto riguarda la scrittura: dipinti, canzoni fanno tutte parte di un’eredità che non riguarda soltanto la dimensione ludica, ma in maniera altrettanto importante quella scientifica.

Chiarita l’importanza della produzione nell’analisi (ed esorcismo) della depressione, alcuni autori ci ricordano senza dubbio più chiaramente della prepotenza che il disturbo può esercitare nella vita di ognuno.
Ernest Hemingway combatté la depressione tutta la vita: “un luogo pulito, ben illuminato” illustra a chiare parole una condizione di alienazione spesso incompresa da chi non la prova. Nemmeno il Nobel, assegnatogli dopo il successo de “Il vecchio e il mare” poté riparare al degradamento della sua condizione mentale. Si dice addirittura che, saputo della decisione, lo scrittore americano la commentò lapidariamente con un “troppo tardi”. Hemingway morirà suicida a 62 anni nella sua casa di Ketchum.

Nel secolo precedente, Mary Godwin (Shelley) si trovò a convivere con depressione indotta dalla perdita dei figli, dalla malattia, dall’instabile relazione con Percy Shelley i cui amori per altre donne finivano raramente per passare inosservati. La sua opera è testimonianza del tumulto interiore che, pure, non le impedì di assurgere all’olimpo della grande letteratura con il suo Frankenstein: questa, tra l’altro, una storia di solitudine impareggiata e incomprensione irrisolvibile come poche ne esistono.

Prima ancora? Ai tempi dei greci si credeva in una relazione tra malinconia ed eccellenza, sostenuta addirittura da Aristotele. Se la prima non era la base fondativa per la seconda, una correlazione veniva comunque sottolineata; Platone sosteneva che la poesia implicasse una possessione divina irrazionale, e che dunque le opere letterarie non dovessero essere propugnate a fini educativi poiché non potevano insegnare nulla della vita, ma solo smuovere gli animi.

Virginia Woolf, Edgar Allan Poe, Mariano Larra; più recentemente Silvya Plath, David Foster Wallace, Vladimir Majakovskij. Tutti questi autori hanno lottato per anni con la depressione, spesso schermandosi da essa e provandola a sopportare grazie al potere taumaturgico della scrittura. Molti, pur avendoci lasciato alcuni tra i migliori esempi di letteratura, hanno finito per suicidarsi.

Questo estratto dalla lettere d’addio del poeta russo rende chiara la profondità della depressione e delle sue conseguenze: si è spesso consapevoli del baratro, lo si vuole evitare per gli altri, e al tempo se ne è chiamati in maniera irresistibile.

Sembrerebbe dunque possibile vi sia un legame tra il dolore (anche nel senso medico) e l’arte. Se, però, può esistere un collegamento tra l’intelligenza e la depressione, è possibile che questo si sviluppi in due sensi?
Numerose ricerche hanno cercato di far luce sulla questione: in generale sembra vi sia un rapporto diretto tra i disturbi psichici e la scrittura; un rapporto, tra l’altro, inequiparabile alle altre attività artistiche. Un certo tipo di intelligenza, compatibile con la creatività artistica giudicata più alta, potrebbe anche essere causa di stati depressivi, generati dalla necessità di vedere il mondo nella sua gretta realtà per poterne parlare o poterlo rinnegare nell’arte. D’altro canto, la scrittura è spesso la prima risposta a numerosi disturbi mentali, come le sindromi da stress post-traumatico, e viene in generale promossa come terapia benefica per l’auto-analisi. Viene allora prima il genio o prima la malattia? Non è semplice comprenderlo, ma vale sempre la pena riflettere sulla questione.

Qui si insinua, tuttavia, anche un altro pensiero: se l’arte è ciò che a noi viene trasmesso come tale, è chiaro vi potrebbe essere anche una tendenza a considerare lavoro artistico ciò che proviene dalla sofferenza, e dunque esaltare l’esperienza umana dell’autore dando rilievo alla sua opera, in maniera forse non del tutto dipendente dalla qualità del creato stesso. Il genio verrebbe allora dalla depressione nel senso che potrebbe essere parzialmente frutto di un riconoscimento di questa, così come delle sofferenze che l’hanno generata o a cui essa sono legate.
Un interessante spunto per prossime riflessioni.