Sei comparsa al portone

In un vestito rosso

per dirmi che sei fuoco

che consuma e riaccende.

Giuseppe Ungaretti conobbe Bruna Bianco durante l’estate del 1966 a San Paolo del Brasile. La Bianco è una giovane di ventisei anni originaria delle Langhe, trasferitasi in Brasile per seguire il padre negli impegni lavorativi. L’incontro fortuito travolse i due in una tempestosa e struggente storia d’amore; nulla valse a frenare la grande passione tra l’affermato poeta e la studentessa: né le smisurate distanze geografiche, né la differenza d’età di oltre mezzo secolo. Sulla vicenda, fino a poco tempo fa, circolavano notizie inconsistenti e confusionarie: qualche breve frammento, sparute parole d’amore.

Bruna Bianco, oggi settantasettenne, ha deciso di restituire al mondo il ricordo ancora luminoso e profondo di una grande passione, consegnando alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori un ricco epistolario costituito da circa quattrocento esemplari. Sono state selezionate e pubblicate, a distanza di cinquant’anni, alcune tra le commoventi Lettere a Bruna (Mondadori, a cura di Silvio Ramat) che l’attempato poeta indirizzò al suo estremo (e più grande) amore.

Viene alla luce un Ungaretti del tutto inedito, dalla voce delicata e idillica: ammaliato e straziato da un sentimento accecante, il poeta descrive, nella preziosissima messe di epistole, la fenomenologia di un vero e proprio amour fou, che lo accompagnerà fino alla fine del suo tempo. La prima delle lettere è datata 14 settembre 1966: Ungaretti l’ha scritta sulla nave che lo riportava in Italia da uno dei suo viaggi in Brasile: si tratta, in realtà, di un telegramma indirizzato all’amata dove egli si firma come “nonno Ungaretti”.

«Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane.»

Uno dei leitmotive più saldamente rintracciabili nell’ora noto carteggio è, senza dubbio, la rappresentazione di un amor-passio collocato sotto il vetusto emblema della follia: quello stesso impetuoso ardore del quale si è fatta portavoce la lirica italiana dal Trecento in poi, emerge come una reminiscenza per mezzo della penna dell’anziano poeta. L’ultima produzione di Ungaretti si dispiega, così, in un’emozione irrefrenabile e al contempo nitida e incontaminata, che lo conduce a un effettivo ritorno ai tempi dell’adolescenza, nei quali il sentimento amoroso è un immenso campo inesplorato:

«Innamorato… andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole… aprivo un libro e lo richiudevo… prendevo un foglio di carta e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi… ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo

Circa venti delle numerose lettere saranno esposte al pubblico dal 12 al 14 settembre nel Laboratorio Formentini a Milano, in una mostra curata da Anna Lisa Cavazzuti dal titolo Mio vivente amore di poesia. Venerdì 15 settembre, invece, sarà presentata in anteprima dal curatore Silvio Ramat e dal poeta Davide Rondoni la raccolta ungarettiana Lettere a Bruna presso il Palazzo Montereale Mantica, a Pordenone: tra i presenti anche Bruna Bianco, che più di tutti ha avuto il merito di illuminare la figura immensa di uno dei più grandi poeti del Novecento italiano.