La prerogativa concessa all’uomo dall’evoluzione è la facoltà di raccontarsi e di raccontare storie, viaggiando nello spazio e nel tempo, avanti e indietro. L’uomo tutto, intendiamoci: non che a raccontare debbano essere necessariamente la sua voce o la sua penna. Nel bagaglio degli atteggiamenti, degli ideali, del modo di vedere le cose, ognuno di noi sa parlare di sé e di ciò che lo circonda senza doversi per forza esporre in prima persona. Prendiamo il tatuaggio: lo scriversi addosso è argomento quanto più controverso possa esistere, oggetto di dibattiti privati, tra i suoi fanatici sostenitori e chi proprio non ne vuole sapere. Ma il risultato finale trascende l’universo dei punti di vista, e lo scopo ultimo rimane proprio quello: comunicare. Allora ogni punta d’inchiostro acquista – e con merito – lo stesso valore dei respiri che battono il ritmo di una frase, o della forma impressa dalle matite sul foglio di carta. Allora a parlare è la pelle, senza che siano altri a parlare al posto suo.

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Tra l’altro le stesse origini del tatuaggio documentano una funzione strettamente legata al fattore comunicativo: identificativo, precisamente, ma di un’identificazione non sempre lodevole e gratificante. Per cui se è vero che nel mondo egizio non era poi difficile imbattersi in danzatrici tatuate, nell’antica Roma i disegni sulla pelle piuttosto marchiavano gli schiavi, che solitamente portavamo le iniziali del padrone stampate sulla fronte: a parlarcene sono Svetonio e Plinio il Giovane. Soltanto in un secondo momento, sulla scia dell’influenza culturale bretone, alcuni soldati romani ereditarono questa tradizione volgendone il concetto di fondo: da simbolo di alienazione il tatuaggio diventò stigmate di orgoglio e tenacia, nonché di fiducia all’imperatore.

Tatuaggi sul corpo conservato di una mummia egizia.
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Tatuaggi come segno di riconoscimento potevano chiaramente acquisire sfumature di tipo religioso, per cui se i celti adoravano il mondo animale e si dedicavano a tracciare simboli di pesci, uccelli o tori sulla pelle per devozione alla madre terra, i primi cristiani usavano tatuarsi la croce sulla fronte per testimoniare la propria fede: e questa è una verità acquisita, dal momento che Costantino vietò categoricamente la pratica del tatuaggio dopo l’avvento ufficiale del Cristianesimo, perché rovinarsi il volto significava sfregiare ciò che Dio aveva creato a sua immagine e somiglianza. A partire da quel veto, rafforzato poi tre secoli dopo da Papa Adriano, valse l’eccezione dei Crociati, che spesso si presentavano sul campo di battaglia con un’immensa croce sul petto. Il motivo era strettamente funzionale: nel caso fossero caduti, sarebbe stato facile riconoscerne i cadaveri e dedicare loro una degna sepoltura.

Stiamo correndo troppo? È la storia che ce lo impone. Ovvio è impossibile ripercorrere qui la storia del tatuaggio considerando le sue manifestazioni secolo per secolo. Si sappia che si sta parlando di una tendenza pressoché innata. A tal proposito può accorrerci in aiuto l’archeologia, che ha rinvenuto disegni persino sul corpo di un primitivo, tale «uomo di Pazyryk», nell’Asia Centrale. Gli esperti azzardano che l’usanza primitiva del tatuaggio fosse legata addirittura a scopi terapeutici: si sa molto poco in merito, sarebbe stato interessante chiedere ai diretti interessati. Ma presumiamo sia troppo tardi. Ci limitiamo dunque a considerazioni piuttosto ariose, scivolando velocemente ai tempi nostri.

La pratica del tatuaggio riconosce una valenza più spiccatamente artistica già agli inizi del Novecento. Maud Wagner è ricordata come la prima tattoo artist donna: imparò a tatuare il marito dopo aver coperto d’inchiostro gran parte del suo corpo.
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A quanti sarà capitato scommettere sul carattere di una persona fermandosi a considerazioni sul suo corpo – eventualmente – tatuato? È il classico rischio da abito che fa il monaco, frutto della spasmodica fretta di fornire giudizi per non starsene lì a correre dietro il tempo, che quello si sa, scappa e va veloce, e spesso non dà modo di fermarsi a ragionare. Ebbene, si sappia che l’associazione – che chiameremo populistica – tra tatuaggio e morale è essa stessa storia, ed è racchiusa nelle pagine de L’Uomo delinquente, un trattato di Cesare Lombroso datato 1876. Secondo Lombroso l’atto del tatuarsi tradisce una personalità immorale perché simbolo di regressione ad uno stadio primitivo e animale: in buona sostanza, chi si tatua è una bestia. Non suona un tantino attuale? Curioso come per alcuni inguaribili nostalgici il tempo si sia fermato al diciannovesimo secolo.

Tavola esplicativa di alcuni tatuaggi elencati e commentati ne L’uomo delinquente di Cesare Lombroso
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Se vogliamo il concetto di fondo di Lombroso riecheggia le pagine di Educazione Siberiana, capolavoro del russo Nicolai Lilin pubblicato nel 2009. Il protocollo siberiano – diremmo – “radicale” prevede che ad ogni tatuaggio corrisponda un significato legato ad un passato criminale: inutile dire che questa Siberia rappresenta un’eccezione, magari non l’unica, nel mondo moderno. Tutt’al più è interessante sottolineare come, e Lilin lo ha più volte rimarcato, in quelle terre il tatuaggio sia rimasto ingrediente fuori dal pentolone commerciale, per cui prodotto e produttore, disegno e disegnatore (in siberiano kol’sik, “umile pungitore”) restano avvolti da un alone di sacralità del tutto non indifferente. Certo, tralasciando la particolarissima morale di Lilin sull’umiltà, che ci sarebbe molto da discutere: resta quel senso di fascinazione che porta con sé il fare le cose ex principio, senza preoccuparsi troppo di apparire e basta semplicemente perché si è attenti a seguire la massa. È per questo che ogni tatuaggio è un investimento a tutto tondo e deve avere veramente un significato. O no?

“Odio i tatuaggi nonsense. Ho un amico palestrato che un’estate, ispirandosi al film ‘300’, s’è fatto riempire di tatuaggi spartani. Gli ho spiegato che a Sparta avevano il culto del corpo, utilizzavano una tunica speciale per evitare le cicatrici dopo gli scontri col coltello, figuriamoci se si sarebbero mai fatti tatuare”. N.Lilin
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Ma verrebbe da chiedersi: perché mai questi fantomatici significati dovrebbero essere veri soltanto per chi un tatuaggio lo indossa? Non potremmo parlare anche oggi – se non anzi soprattutto oggi – di questa pratica come portavoce di una significazione assoluta, che trascenda cioè dalla pelle che la traduce in immagine? Insomma, potremmo parlare del tatuaggio come di una vera e propria forma d’arte? Evidentemente sì, se lo scorso settembre il padiglione Armenia della Biennale d’Arte di Venezia ha ospitato per la prima volta nella sua storia tutta una serie di tattoos trattandola alla maniera delle collezioni di quadri. Questo evento ha di fatto ufficializzato l’ingresso del tatuaggio nell’universo dell’arte e della cultura contemporanee, aggiungendosi alle tradizionali fiere sparse in giro per il mondo.

Perché se il rapporto dell’opinione pubblica col tatuarsi resterà sempre un odi et amo, quantomeno ora se ne potrà parlare in termini formalmente culturali. Con buona pace di Lombroso e dei suoi fedelissimi.