di Mauro Serra

“Il coraggio paga sempre”, si dice, quasi fosse un mantra da dover sempre tenere a mente per garantire la riuscita delle proprie azioni nel modo più brillante possibile. Un detto sfrontato, che lascia poco spazio alle interpretazioni, la cui attuazione pratica risulta sempre gradevole e soddisfacente in chi la compie. Lo sa bene anche Paolo Genovese, riuscito l’anno scorso ad offrire un film claustrofobico, corale e teatralmente strutturato come Perfetti Sconosciuti, aggirando con destrezza tutti i rischi cui il suo lavoro poteva andare incontro. Infatti, la narrazione dei rapporti al tempo degli smartphone offerta dal lavoro di Genovese è riuscita a varcare con fortuna anche le colonne d’Ercole del cinema internazionale, con una diffusione globale, dall’Estonia all’Australia, passando per Hong Kong. Un successo così grande, per ciò a cui è abituato il cinema italiano, che l’idea di poterlo replicare ripercorrendone pedissequamente le tracce deve aver fatto gola ai produttori di The Place, il nuovo film di Genovese in questi giorni nelle sale.

Probabilmente senza Perfetti Sconosciuti oggi non si parlerebbe di The Place, che nelle intenzioni pare quasi esserne una costola (Foto: Wikipedia)

Per perseguire tale scopo, infatti, The Place segue gli stessi intenti di Perfetti Sconosciuti: un’unica ambientazione, un cast corale (in cui tra l’altro si ripropongono anche Mastandrea, Giallini e la Rohrwacher, già presenti nel film del 2016), ed un soggetto che ben si presta ad un’impostazione teatrale che tenda a esaltare le qualità (o le mancanze) della sceneggiatura che la accompagna. Il tutto assicurandosi la possibilità di realizzare un film, per forza di cose, decisamente low-budget, con tutti i benefici del caso.

Ma di cosa parla The Place? È presto detto: un misterioso uomo siede tutti i giorni allo stesso posto dello stesso bar, il The Place, per l’appunto. Sembrerebbe una persona come tante, magari in pausa caffè, e invece possiede la capacità di realizzare i sogni delle persone. Ma non secondo i canoni classici di un Babbo Natale qualunque. Il nostro uomo (di cui non sapremo mai il nome), offre agli sventurati che gli si siedono davanti una scelta mefistotelica: vuoi che il tuo anziano marito guarisca dall’alzheimer? Non c’è problema, devi solo far esplodere una bomba all’interno di un luogo pubblico. Vuoi che tuo figlio possa ristabilirsi da una malattia terminale? Detto fatto: ti basta uccidere una bambina a caso. Un soggetto crudo e dalle premesse ancora più stimolanti rispetto a quello di Perfetti Sconosciuti, e che neppure sembra provenire dell’Italia, per la sua spietatezza e per gli elementi metafisici di cui è costellato in primis il personaggio interpretato da Valerio Mastrandrea. E in effetti in realtà il film di Genovese altro non è che l’adattamento cinematografico di The Booth at the End, serie tv statunitense andata in onda nel 2010 per due stagioni su FX la quale a sua volta, va detto, si limita a trasporre in chiave seriale la secolare questione del patto col diavolo di Faustiana memoria che tante altre opere ha ispirato nel corso degli anni.

Al The Place si svolge la raffigurazione aggiornata di un quesito millenario: scendereste a patti col Demonio (o con Valerio Mastrandrea)? (foto: Comingsoon.it)

In questo “gioco del telefono” di trasposizioni, ciò che The Place propone ai suoi spettatori è dunque un rimpasto di elementi già visti altrove: un calderone di spunti che non viene però esaltato dall’adattamento al formato cinematografico, in cui il minutaggio ridotto rispetto a quello di una serie tv come quella statunitense, da cui il lavoro è tratto, penalizza l’approfondimento psicologico dei personaggi, che rimane dunque solo abbozzato, se non stereotipato. A conti fatti, la sensazione che sembra prevalere è quella di trovarsi davanti ad una sala d’attesa del medico della mutua, in cui i personaggi si susseguono pigramente uno alla volta di fronte al diabolico deus ex machina, ma in modo sfilacciato e reciprocamente scollegato: qui la sceneggiatura prova quindi ad intervenire cercando di creare connessioni tra i personaggi, quasi a voler abbozzare un’idea di grande disegno, ma il fascino dell’intento deve presto fare i conti con una sensazione di cliché narrativo e con un retrogusto di prevedibilità che col senno di poi rende la scelta poco fortunata, aggiungendo poco e nulla alla cornice in cui le vicende si snodano. Una sceneggiatura, dicevamo, che appare piuttosto debole rispetto al peso che le viene assegnato, in quello che è un film dalle premesse introspettive e dunque volutamente tenuto in piedi principalmente dai dialoghi: la sensazione è molto frequentemente quella di ascoltare conversazioni implausibili e costellate da taglines ad effetto che funzionano bene inserite in una locandina pubblicitaria, ma che risultano stucchevoli se sciorinate una dopo l’altra in un dialogo all’interno di un bar. Questo si dimostra essere un problema importante, dato che in questo modo risulta difficile empatizzare con i personaggi del film e con i relativi dilemmi etici e morali che si protraggono per tutta la durata dello stesso, obbligando a richiedere allo spettatore numerose sospensioni di incredulità di cui, con un po’ più di attenzione, si sarebbe probabilmente potuto fare a meno.

Le vicende degli otto uomini e donne che si susseguono al tavolo dell’Uomo si sfiorano, si toccano e si accavallano. A volte in modo convincente, altre meno (foto: Iodonna.it)

A braccetto con il problema dei dialoghi c’è anche un’interpretazione non sempre convincente da parte degli attori protagonisti, a partire da un Valerio Mastandrea, bravo ma non sempre credibile nel ruolo mitologico a cui è chiamato a sottostare. Un ruolo che, provocatoriamente, sarebbe forse calzato più a pennello ad un Rocco Papaleo non esattamente memorabile nel ruolo del carrozziere Odoacre (!), ma dotato di quel piglio di naturale follia e inquietudine che forse sarebbero stati la marcia in più per l’interpretazione dell’Uomo che tutto vede e tutto sa. Discorsi che possono trasporsi anche nelle prove di Marco Giallini, Sabrina Ferilli e Silvio Muccino, che comunque non possono essere troppo biasimati, data l’oggettiva difficoltà di recitare in un film che in numerosi punti chiede agli attori di mettere una pezza alle lacune della sceneggiatura, ma che nonostante tutto offre comunque spazio, grazie ad un finale interessante seppur abbastanza prevedibile, a qualche riflessione post-visione da parte del pubblico pagante.

The Place, molto americano nelle intenzioni, già a partire dal titolo anglofono, non riesce inoltre a staccarsi completamente di dosso quella ricerca di emotività posticcia presente spesso nelle pellicole italiane. Nel caso specifico, sul banco degli imputati è chiamata a salire la colonna sonora di Maurizio Filardo, che amplifica (e semplifica fino a banalizzarle) le dinamiche dell’intreccio narrativo, contribuendo alla creazione di una tensione emotiva che quasi mai riesce ad apparire credibile fino in fondo. Una nota di merito va invece alle scelte di macchina e di fotografia di Paolo Genovese, capace di fornire una certa dinamicità ad un film completamente svolto in pochi metri quadri, se non quasi esclusivamente solo in un tavolo da bar, e che rischiava quindi di rimanere intrappolato anche nelle sabbie mobili di una staticità visiva che invece non si verifica mai.

Il cast di The Place durante la presentazione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma (Corrieredellosport.it)

Ciò che resta è comunque un lavoro lontano dai canoni standard del cinema pop italiano, e il cui coraggio, nonostante alcuni sbandamenti più o meno grandi, è giusto rimarcare e difendere, per mantenere viva la speranza che possa a breve esprimersi in forme più riuscite, magari sempre sulla scia di quel Perfetti Sconosciuti la cui forza propulsiva si spera possa continuare ancora a lungo, ma espresso in forme nuove e diverse rispetto a quelle offerte da The Place. Perché il tentare di replicare una stessa ricetta dosando in modo diverso gli ingredienti non garantisce necessariamente esiti positivi: probabilmente lo sa bene vostra nonna, ed è un peccato che non lo abbia capito anche Genovese.