Asciutta, tagliente, logorante è la scrittura di Annie Ernauximplacabile, brutale, dolorosa. Ed è così che la ritroviamo in “Una donna”, l’ultimo libro della Ernaux pubblicato da “L’Orma“, nella meravigliosa traduzione di Lorenzo Flabbi.

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile”: comincia con queste parole la breve, ma intensa cronaca dei momenti che succedono la morte della madre, una cronaca che scrive immediatamente, poche settimane dopo il funerale, senza aspettare “quella distanza che facilita l’analisi dei ricordi”.

E facendolo, cerca di fare una delle cose che più ci riesce difficile: districare le persone dal ruolo che hanno avuto nei nostri confronti. “Per me mia madre è sempre stata priva di storia […] Vorrei cogliere anche la donna che è esistita fuori di me”.

Usa parole che non potrebbero essere diverse da quelle che sono, raccogliendo in sole 99 pagine, tutti i tratti della vita di una donna che cercava di elevarsi al di sopra del proprio ceto, che da contadina, diventa operaia e poi commerciante di una piccola attività. Una donna che cercava di stare dietro alla figlia che studiava e leggeva Sartre, che, come scrive ne “Gli Anni” si sentiva schiacciata sotto il peso delle cose che aveva imparato e che percepiva se stessa come “un corpo giovane e un pensiero vecchio”.

La tematica di questo libro è dolorosa, ma il dolore che emerge è asciutto, risoluto, definitivo. Non si piange leggendo Annie, si arriva sull’orlo dell’agitazione e della consapevolezza senza procedere oltre, perché il punto fermo arriva sempre un attimo prima del pianto. E allora si rilegge la frase più e più volte e ogni volta è una coltellata che va più a fondo.

una donna annie ernaux

Con la prosa che la contraddistingue, una prosa che qualcuno ha definito aforistica, ogni frase è una sentenza non contestabile perché anche parlando di sé, Annie Ernaux parla di ognuno di noi e riconoscersi in lei, in quello che scrive e pensa è tanto illogico – perché quanti suoi lettori sono donne francesi nate nel 1940? – quanto naturale.

Ancora una volta il racconto intimo di un momento così personale e privato diventa un racconto sociale. “Questa non è una biografia”, scrive sull’ultima pagina, “né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia”.

Quando una cosa è così dirompente, però, non ha bisogno di categorie in cui essere inserita. Basti al lettore il fatto che al mondo esista qualcosa di così prezioso.

Annie Ernaux ci spalanca le porte della sua esistenza, ci svela un’intimità profonda, ma in realtà non fa altro che farci entrare a casa nostra.