Carpe diem. Tra chi ce l’ha tatuato addosso e chi ne professa il significato come pratica di vita, siamo tutti – chi più, chi meno – fedeli discepoli dell’occasione.  A dimostrazione del fatto che sì, siamo cambiati, siamo evoluti noi e ciò che ci sta intorno, ma per quanto un albero cresca ogni botanico che si rispetti considera sempre l’importanza delle radici. Qui è Orazio, nella fattispecie: padre lontano di un’umanità eternamente bilanciata sul filo, perennemente dubbiosa se restarsene in equilibrio su una gamba o lasciarsi cadere giù: ragione ed impulso, calcolo e azzardo. È un po’ come giocare al gioco del «non fare oggi ciò che puoi fare domani», non lasciarsi tradire da spasmodiche fregole organizzative ma aspettare cosa capiterà, lasciare andare così, e poi si vedrà. Che poi è proprio il bello della vita: pianificare il necessario nutrendo l’animo di potenziali sorprese. A tal proposito, c’è un’occasione che pianifichiamo sempre: un controsenso? Niente affatto, una sorta di razionale paradosso. Sono proprio loro, i saldi: comprare domani l’occasione che non compreresti oggi. Alla fine non suona poi così male.

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Il lancio pianificato in Italia da pochi giorni ci offre il giusto spunto per tracciare la breve biografia di chi a tutti gli effetti è un nostro compagno di viaggio, perché sì, chiunque avrà indosso qualche occasione al 20, 30 o al 70%. Il saldo lo conosciamo bene: un prevaricatore seducente cui tendiamo lieti il portafogli prima ancora che accenni il tentativo di metterci le mani in tasca. Un furfante gentiluomo che opera nei centri dalle vetrine allestite coi capi scontati, dalle insegne giganti a prova di miopia, dalle folle imbalsamate nel traffico delle scale mobili nei centri commerciali. Ma sappiamo quando questo fenomeno, di fatto sociale prima ancora che economico, ha fatto la sua comparsa in Italia?

 

IL FASCISMO. La nostra storia nazionale dei saldi inizia – quantomeno ufficialmente – nel pieno del periodo fascista. Nel giugno 1939 il governo di Mussolini approvava la vendita di prodotti cosiddetti «straordinari», sostanzialmente capi d’abbigliamento, quella merce cioè esposta al fenomeno del deprezzamento se non venduta e quindi utilizzata “durante una certa stagione o entro un breve periodo di tempo”. Al commerciante dell’Italia fascista veniva riconosciuta la libertà di scegliere il momento dell’anno a suo avviso più opportuno per smerciare gli oggetti di vendita, seppure di per sé il fenomeno pareva essere alquanto scoraggiato dalla trafila burocratica cui esso era costretto ad attenersi per coprire con questo lustro la sua attività.

Durante il regime fascista, le pratiche burocratiche cui doveva attenersi un commerciante comprendevano la presentazione di un’apposita richiesta di “vendite straordinarie” e la relativa approvazione da parte della corporazione locale. Le corporazioni fasciste erano associazioni sotto il diretto controllo del governo: intorno ad esse ruotava tutto il progetto economico del fascismo.
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DOPO IL FASCISMO. Diverso è il discorso valevole per gli anni successivi. Con la caduta del regime dittatoriale vengono abrogate le corporazioni insieme ai decreti di cui esse potevano usufruire a loro vantaggio (rispetto alla vendita dei prodotti straordinari di cui si diceva sopra). A questo punto tutti i poteri commerciali delle corporazioni fasciste passavano alle Camere di commercio, industria e agricoltura presenti sul territorio italiano e agli Uffici del commercio e dell’industria diffusi per le province. L’attività del saldo veniva rivisitata dal punto di vista legislativo, attraverso un decreto che combatteva tutta quella retorica pubblicitaria che accompagnava le vendite spacciando per merce in saldo ciò che in realtà il cliente comprava a prezzo pieno (ma , pur sempre senza entrare troppo nel merito, è una pratica che non suona affatto nuova): un modo, tra l’altro, per incoraggiare una leale concorrenza sul mercato economico, sgomberando il territorio da commercianti disonesti che vendessero a clienti disgraziati. La legge veniva emanata nel 1980, tra l’entusiasmo generale, e stabiliva che questi saldi avrebbero potuto comparire non più di due volte l’anno per non più di quattro settimane consecutive: e molto di quanto emanato ormai quasi quarant’anni fa anche oggi mantiene la sua validità.

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Per quanto ci riguarda più da vicino, l’attuale scenario economico è il risultato di due riforme – una del 1991 e l’altra del 1998 – attraverso cui si è stabilito che dovessero essere i vari comuni a decidere la periodizzazione in base a discrezioni ed esigenze, prima che alle stesse regioni la riforma del titolo V della Costituzione italiana favorisse privilegi ancora oggi molto discussi. In questo senso tuttora viviamo in una situazione assai squilibrata se non a tratti confusa, per cui anche quest’anno a dare il via alle danze degli euro è stata la Basilicata lo scorso 5 gennaio, a chiuderle la Sicilia il giorno dell’Epifania. In mezzo Trentino, Campania, Val d’Aosta, Lazio: ad ogni regione corrispondono fini diverse, per cui se a Salerno – tanto per dirne una – sarà possibile darsi allo shopping sfrenato fino al 6 aprile, gli altoatesini compreranno a prezzo ridotto per poco più di un mese (fino al 16 febbraio).

Due sponde: da un lato l’italiano, dall’altro la maglietta, la borsa, il vestito che piace. In mezzo, la crisi: è l’acqua su cui il tronco scivoloso molleggia in orizzontale, unico canale di connessione tra domanda e acquisto, tra il desiderio e la sua soddisfazione. Allora tanto vale scommettere un piede sul muschio viscoso e sperare di non farsi male, pur di percorrere quell’unica possibilità: carpe diem, si diceva. E certamente, di per sé, non è nemmeno una considerazione così sbagliata, se per l’italiano medio acquistare al risparmio sembra ormai frutto di una necessità che trascende ciò che – in tempi economicamente più gloriosi – poteva limitarsi ad essere possibile. Uno su tre, si è già detto in altre sedi, è sull’orlo della povertà insieme con il ceto medio da cui proviene, rappresenta le stanche zampe posteriori che accompagnano l’impennata del potere d’acquisto. Fin qui sappiamo già tutto, dunque semmai la domanda è un’altra: quanto questa necessità è resa davvero necessaria? Ovvero, quanto compriamo per reali esigenze o volontà e quanto del nostro comprare è sintomo – e anzi quasi un tic nervoso – di una società che irrimediabilmente ribolle come lava dentro il cratere di un sempre rinnovato capitalismo che ci induce a comprare manovrando sapientemente le nostre coscienze?

20 settembre 2013, New York. Brian Ceballo esce dall’Apple Store della Fifth Avenue dopo essersi aggiudicato l’allora nuovo modello iPhone 5.
Evidentemente i saldi non sono un fenomeno tutto e solo italiano. In Europa esistono legislazioni particolari in merito alle vendite promozionali, mentre negli Stati Uniti ogni commerciante ha totale libertà e autonomia legislativa rispetto all’attuazione di promozioni e ribassi di prezzo. La corsa all’iPhone – o comunque allo smartphone di ultima generazione – con annesse attese estenuanti e acclamazioni per l’acquisto definito non rientra chiaramente nel dibattito sui saldi in sé, ma abbraccia una riflessione più ampia sul significato sociale dello shopping 2.0.
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Rifletterci non costa niente. Magari mentre vediamo passare in TV le immagini di persone in fila da ore davanti allo scalino di un negozio, in attesa di produrre uno dei passi più auspicati e ragionati della loro vita, paghi dell’aver varcato un uscio che sembrava irraggiungibile tra pensieri offuscati dall’anidride alla ricerca di un po’ d’ossigeno, tra gomitate e piedi calpestati.

Va bene tutto, per carità, ma a volte le strade sembrano un campo di battaglia, e regalare o regalarsi qualcosa equivale ad arruolarsi all’esercito dei compratori. Allora serrate le righe e sguainate il cash: le occasioni sono tornate, di nuovo. Si saldi chi può.