Alla Milano Fashion Week ha sfilato l’ultima collezione di Moschino per la primavera/estate 2019, ideata dal direttore creativo del brand Jeremy Scott. La nuova collezione dal gusto rétro richiama le silhouette della moda anni Ottanta e Novanta, ma conserva il lato pop e giocoso che contraddistingue il marchio, grazie alla grafica “a scarabocchio” dei capi.

Moschino primavera/estate 2019 – Photo Credit: vogue.com

Jeremy Scott ha letteralmente portato in vita i bozzetti degli abiti, trasfigurando in carne e stoffa ciò che di solito rimane un semplice foglio di carta nelle mani dello stilista. Tuttavia, è proprio questa grafica a pennarello ad essere stata criticata dalla stilista Edda Gimnes, che ha accusato il creative director di Moschino di aver copiato il concept di questa sfilata dalle sue collezioni del 2016 e 2017.

Attraverso un post su Instagram, la stilista inglese si è detta delusa dalla collezione andata in passerella e, nello specifico, in un estratto del post si legge:

“Capisco che siamo un’industria in cui si trae ispirazione l’uno dall’altro e che l’imitazione è la più grande forma di adulazione. Ma (tutto questo) è scoraggiante da vedere, dopo aver avuto un incontro con qualcuno di Moschino a New York il novembre dello scorso anno, in cui ho mostrato a questa persona assolutamente TUTTO il mio lavoro, i miei quaderni con gli schizzi originali e le mie idee.”

Pronta la replica di Jeremy Scott, il quale, sotto il suddetto post, ha ribattuto che la sua ultima collezione fa riferimento ai capi di Moschino del passato, dagli anni Ottanta ai primi anni 2000, aggiungendo al profilo Instagram di Moschino delle stories a supporto di questa versione.

Non è la prima volta che lo stilista di Moschino affronta una simile accusa: nel 2015 lo street artist Rime (nome d’arte di Joseph Tierney) sostenne che Scott avesse copiato la sua nota arte di strada (in particolare, il murale “Vandal Eyes” disegnato nel 2012 su un edificio a Detroit) per la collezione Moschino autunno/inverno 2015.

Nello specifico, Rime puntò il dito contro un abito indossato da Gigi Hadid nella sfilata di Moschino -e che successivamente Katy Perry mise in occasione del Met Gala– e contro una giacca della stessa collezione, indossata da Jeremy Scott in persona.

Quella volta il caso finì addirittura in tribunale, che decretò che <<Moschino e Jeremy Scott hanno inspiegabilmente collocato l’arte di Rime sul loro abbigliamento, senza la sua conoscenza o il suo consenso>> e l’artista fu risarcito.

Scavando ancora più indietro, Scott ebbe un contenzioso legale per violazione del copyright anche con il graphic designer Jimbo Phillips, quando il direttore creativo della Maison italiana usò delle immagini di proprietà di Phillips su alcuni capi della collezione Moschino autunno/inverno 2013. Alla fine, Scott pagò il grafico per aver infranto il copyright e con un comunicato stampa dichiarò che gli abiti incriminati non sarebbero stati messi in commercio:

“Mi dispiace che alcuni pezzi della mia linea includessero immagini simili a quelle di proprietà di Phillips. Ora riconosco il mio errore e, per rispetto al loro lavoro e ai loro diritti, i vestiti e le borse in questione non saranno prodotti o distribuiti.”

Sebbene nei casi del 2013 e del 2015 sia innegabile il “copia e incolla“, la nuova querelleJeremy Scott vs. Edda Gimnes” lascia spazio all’interpretazione e, soprattutto, riapre uno dei dibattiti più accessi nel mondo della moda: quand’è che l’ispirazione si trasforma in plagio? 

Come sembra ovvio, nessuno stilista può affermare di non aver mai tratto ispirazione da un collega. Basta guardare le ultime Fashion Week: con il ritorno delle pelle e del maculato su quasi tutte le passerelle, dovremmo forse pensare che l’idea sia nata da uno stilista e poi sia stata copiata da tutti gli altri?

Anche se fosse, la stampa animalier non è certo cosa nuova e, ad essere onesti, il suo successo si deve a Christian Dior che nel 1947 fece sfilare i suoi primi capi animalier; ma ancora prima di Dior, dovremmo pagare il copyright ai faraoni egiziani, che spesso amavano indossare pelli di leopardo.

Abito Dior 1947 – Photo Credit: inmoreest.com

La moda è fatta di corsi e ricorsi storici e in questo campo è difficile attribuire la paternità di un’idea, se non in pochi casi.

Nel dibattito tra Scott e Gimnes è impossibile determinare con assoluta certezza se ci sia stata la volontà di plagio, in quanto lo spunto alla base delle due collezioni sembrerebbe simile, ma non uguale.

Tuttavia, alla luce dei precedenti, il presunto incontro avvenuto tra la stilista norvegese e i rappresentanti di Moschino, se veritiero, getterebbe ulteriori ombre e dubbi sulla questione.