In una bellissima intervista di Natalia La Terza alla regista di Nico, 1988, Susanna Nicchiarelli, è emerso qualcosa che dovremmo tenere bene a mente nei prossimi giorni, precisamente fra l’8 e il 10 gennaio. L’uso che la Nicchiarelli fa della colonna sonora in tutti i suoi film, attraverso la scelta di cover di brani già conosciuti dal pubblico, non deve essere rintracciata nella ricerca di un gusto fra il sofisticato e il pretenzioso, né in urgenze più concrete come il contenimento del budget complessivo del film:

[…] la musica ha il potere di richiamare tante cose, di richiamare un immaginario, ma ha anche il potere di far pensare il pubblico. Se tu fai una cover, se tu rifai le musiche, come ho fatto sempre io, non ti schiacci necessariamente su un meccanismo nostalgico, ma anzi provochi una riflessione. Tu parlavi delle canzoni anni ’60 di Cosmonauta. Avessi messo le canzoni originali sarebbe stato tutto un collage di nostalgia. Quella versione di Cuore ti fa riascoltare il testo. Ti fa capire che è una canzone su un’adolescente che soffre. Rita Pavone la cantava in un altro modo, con una certa aggressività. Anche quando Tori Amos rifà Enjoy the silence, la riascolti. La cosa bella della cover è questa.

Anche David Bowie ha realizzato un album di cover: si tratta di Pin Ups, dell’ottobre 1973. Un album pensato per l’esportazione oltreoceanica, per l’innesto di sonorità estranee alla cultura americana, ma che sarà sembrato nostalgico anche ai londinesi che non avevano vissuto i Pink Floyd di Syd Barret e gli esordi degli Who e dei Kinks.

Il booklet di Pin Ups nel riquadro centrale riporta le parole di Bowie stesso

La differenza fra una cover incisa negli anni ’70 e una invece degli anni 2k sta nell’incertezza identitaria del contesto sociale in cui nasce la cover stessa. Di quante reissue e di quanti reboot c’è effettiva necessità oggi? Il revival degli anni ’80 che stiamo vivendo è infettato dall’ironia e dal distacco che presuppone la dissimulazione. Nel suo volume L’invenzione della nostalgia: il vintage nel cinema italiano e dintorni, Emiliano Morreale sostiene che la centralità dei media, nonché l’aumento del tempo libero, abbia creato una nostalgia “più trasmissibile, uniforme”; ma il fatto che la nostalgia sia trasmissibile non implica un vero scambio tra il passato e il presente. Il flusso di brani di David Bowie, ricondivisi in occasione del suo anniversario di nascita e di morte, risulterà infatti vischioso, a tratti asfissiante e scorretto su vari livelli (alzi la mano chi almeno una volta nella vita ha visto associato l’appellativo “Duca Bianco” a brani come Starman e Rebel Rebel, afferibili al periodo di Ziggy Stardust o a quello immediatamente successivo). Fortunatamente si può contrastare questa rievocazione infantile e automatizzata, che individualizza un passato collettivo, che è slegata dalla possibile riflessione sul senso dell’opera di un’icona sempre più stilizzata. Basta solamente invertire i ruoli.

Ecco quindi cinque cover firmate da David Bowie: attraverso la rivisitazione di questi brani possiamo ricongiungerci con i loro autori, che oggi diamo forse troppo per scontati, ma possiamo anche ricongiungerci con colui che ce li ha riproposti e che ha scelto di inserirli in album di cui spesso snobbiamo l’approfondimento, in favore ad esempio del più immediato (seppur stupendo) The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars.

 

Let’s Spend The Night Together (Aladdin Sane, 1973)

Sei mesi prima di Pin Ups esce quest’album, geneticamente fratello della raccolta di cover, poiché scritto durante il tour statunitense che aveva portato l’alter ego di Bowie alla consacrazione planetaria. Ma dopo il concerto all’Hammersmith Odeon Ziggy non è morto veramente: è diventato qualcos’altro, “a lad insane”; ha una saetta sul volto e i brani che canta sono più ruvidi che mai. La versione di Let’s Spend The Night Together dei Rolling Stones è da cardiopalma, da strapparsi i capelli. Anche la versione originale del brano ha una doppia storia: inciso in Inghilterra insieme a un altro singolo, Ruby Tuesday, come “doppio lato A”, e inserito nella sola versione americana dell’album Between the Buttons.

 

Wild Is The Wind (Station To Station, 1976)

Station To Station, come da manuale, sappiamo essere un disco di transizione e di apertura verso la trilogia di Berlino (Low, Heroes e Lodger). E non a caso, infatti, tre brani dell’album saranno inseriti nella colonna sonora di Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Bowie stesso apparirà magicamente in una scena del film: It’s not the side effect of the cocaine…

Più inquietante e al tempo stesso più raffinato dei suoi lavori precedenti, Station To Station si chiude emblematicamente con la cover di una cover: la Wild Is The Wind del thin white duke è basata sulla versione che ne diede Nina Simone alla Carnegie Hall nel marzo 1964. Entrambe da brividi.

 

God Only Knows (Tonight, 1984)

Tonight non piace a nessuno: è considerato un album fiacco, di un Bowie distratto e poco coraggioso. Nulla di memorabile. Forse perché è un classico disco anni ’80, e gli anni ’80, a posteriori, sono sempre stati bistrattati per frivolezza e superficialità. Alle spalle non avrà Nile Rodgers come Let’s Dance, ma nella title trick lascia spazio a una Tina Turner che non è affatto da liquidare in quattro e quattr’otto. La cover di God Only Knows dei Beach Boys, contenuta nel classico Pet Sounds, diventa qualcosa forse troppo pesante da maneggiare anche per Bowie, ma il verso God only knows what I’d be without you si imprime nella testa in una maniera che l’originale non è riuscita a fare: pomposo, sì, ma struggente come pochi.

 

Cactus (Heathen, 2002)

Stesso discorso per questa cover dei Pixies, dal loro album di debutto Surfer Rosa (1988): testo non più sussurrato – I miss your kissin’ and I miss your head –, ma pronunciato con la fermezza che contraddistingue un artista disincantato come è il Bowie del nuovo millennio. Heathen è un album tutto da riscoprire nel clima odierno: l’uomo del XXI secolo è “qualcuno che ha abbassato i suoi standard spirituali, intellettuali, morali”. Con i Pixies Bowie segue un procedimento inverso a quello che aveva guidato Pin Ups: partendo dall’America e pensando all’America, si rivolge al resto del mondo e si rammarica del fatto che, al di fuori di metropoli come New York e Los Angeles, i Pixies non fossero stati considerati come meritavano. Già in passato, in un live del 1991 con i Tin Machine, Bowie aveva cercato di portare i Pixies ancor di più allo scoperto, suonando Debaser. Nella sua cover di Cactus, Bowie suona tutti gli strumenti (ad eccezione del basso imbracciato da Tony Visconti); in più si tratta dell’unica registrazione in cui si è cimentato alla batteria.

 

I’ve Been Waiting For You (Heathen, 2002)

Cover di Neil Young, contenuta nel suo primo album da solista datato al 1969. C’è qualcosa dei Pixies anche in questa traccia, poiché è stata coverizzata dalla band di Boston nel 1990 ed inserita come B-side del singolo di Velouria. La chicca della versione contenuta in Heathen, più incisiva e consapevole, è la presenza di Dave Grohl alla chitarra.

 

Fonte immagine: www.independent.co.uk