L’innata prolificità del bassista dei Fab Four non si smentisce mai, nonostante la recente uscita dell’ultimo album firmato Paul McCartney ci lasci leggermente interdetti, quasi insoddisfatti. Sembra infatti quasi assurdo parlare in questi termini di Egypt Station, venticinquesimo LP fresco d’uscita (targata Capitol Records) e firmato dallo storico membro dei Beatles. L’album è stato prodotto quasi integralmente dal gran visir del pop Greg Kurstin, ad eccezione di Fuh You, traccia dal forte sapore commerciale, quasi da spot di terza categoria, in cui notiamo lo zampino scomodo dell’ex One Direction Ryan Tedder nella sua co-produzione.

McCartney nei primi Settanta. Fonte: GQ

Osannato dalla critica internazionale a nostro umile avviso più per principio (della serie: si potrà mai parlare male del Macca?) che per un vero e proprio riconoscimento del suo profondo valore qualitativo che pare scarseggiare fin dalla prima riproduzione. Abbondano cliché e banalità riguardo il prodotto finale, che risulta già ad un primo ascolto piuttosto disorganico nonostante la frizzantezza diffusa delle tracce.

L’LP nel suo complesso è senza dubbio piacevole e scorrevole, ma manca al suo interno quel guizzo distintivo che porterebbe Egypt Station a distinguersi nella sconfinata produzione maccartiana, all’interno della quale rimangono scolpite nella nostra memoria pietre miliari al limite della perfezione autoriale come Ram del 1971 o Band On The Run del 1973. La sua durata inoltre sfiora i limiti dell’eccessivo: una cesellatura delle tracce forse sarebbe bastata ad aumentare il valore intrinseco di questo album nella giungla discografica che ci circonda. Sì, perché dopo cinque anni di attesa forse ci si aspettava qualcosa di più da Sir Paul McCartney, che sembra aver fatto il suo, ma non ha di certo dato il massimo per un LP che poteva essere l’ennesima consacrazione del suo inesauribile genio creativo.

Paul McCartney oggi. Fonte: DIY Mag

Ascoltiamo quindi in realtà idee brillanti ma fondamentalmente incomplete, sprazzi sparsi del McCartney che fu, aspetti che ai fedelissimi potranno apparire come addirittura dettati da una velata pigrizia di fondo. Gli arrangiamenti mancano di quell’accattivante che è stato tratto distintivo della carriera solista del nostro Paul e forse è proprio questa la falla focale che non riesce a tenere in piedi un progetto come Egypt Station. Il terreno acustico sottostante frana, ed è proprio l’assenza di carattere a determinare questa nostra insoddisfazione lampante durante l’ascolto.

L’album non manca però di un paio di vere e proprie perle: la malinconica, intensa seconda traccia I don’t know, introdotta da uno splendido piano e dall’andamento rassicurante e avvolgente in cui finalmente riconosciamo l’estro creativo di McCartney; e la successiva Come on to me, moderna, ammiccante, quasi irresistibile, preludi premonitori dell’andatura discendente dell’intero album. Insomma, Egypt Station nel minimo bene e sostanziale male si ascolta con piacere, nonostante le numerose pecche sparse nella sua tracklist.

Perché il Macca è sempre il Macca e alla fine non si può provare a non godere di un suo lavoro, sebbene stavolta non ci si sia applicato a fondo. Accontentiamoci di briciole d’autore.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Come on to me, I don’t know, Hand in Hand.

TRACKLIST
1. Opening Station
2. I Don’t Know
3. Come On To Me
4. Happy With You
5. Who Cares
6. Fuh You
7. Confidante
8. People Want Peace
09. Hand In Hand
10. Dominoes
11. Back In Brazil
12. Do It Now
13. Caesar Rock
14. Despite Repeated Warnings
15. Station II
16. Hunt You Down/Naked/C-Link