Provate a liberare la mente e a focalizzarvi su un’unica, piccolissima domanda: come immaginereste un’onda? Che aspetto riuscireste a dare a quella perturbazione danzante, capace di alterare tempo e spazio per trasportare energia, generando uno spettacolo naturale senza paragoni?

La vostra idea potrebbe tingersi di blu come l’immortale xilografia realizzata da Hokusai intorno al 1830, quell’onda manifestatasi a largo Kanagawa e meritevole dell’appellativo grande. Per gli appetiti più futuristi avrebbe anche buone possibilità di somigliare a La città che sale, inno alla progresso e ai moti metamorfici della società dipinto da Umberto Boccioni subito dopo il primo decennio del Novecento. Risulterebbe poi improbabile non nominare Jackson Pollock, il Jack the Dripper diventato volto all’Action painting anni ’50, o la guru giapponese Yayoi Kusama che nel 2011 mise a punto The obliteration room, un ambiente totalmente asettico in cui il pubblico era invitato a porre fine alla candidezza con pois colorati così simili ai quanti.

Vedete, siamo quasi incapaci di collegare questi fenomeni alle sole pagine dei testi di fisica. Lo stesso dirty known pleasure delle nostre orecchie non è altro che l’affascinante somma di onde sonore: nella sfera musicale il riferimento estetico per eccellenza è quello dell’artwork-simbolo dei Joy Division, curato sì da Peter Saville ma estrapolato dal grafico delle frequenze del segnale proveniente da CP1919, la prima pulsar scoperta.

E se l’onda è movimento ed il movimento assume le sembianze della danza, è necessario ricordare due singoli dei primi anni duemila, ovvero Ya Mama (2001) di Fatboy Slim e Do It Again (2007) dei The Chemical Brothers. I rispettivi videoclip, seppur differenti nella forma, sono stati criticati per un sospetto eccesso somiglianza. Nel primo, girato nella caraibica Carriacou dal gruppo scandinavo di videomakers Traktor, il protagonista riceve per vie postali una musicassetta in grado di far perdere il controllo del proprio corpo a chi lo ascolta; il secondo, invece, è stato diretto Michael Haussman in un villaggio del Marocco ed immortala due bambini che assistono alla caduta di una misteriosa cassette tape che piomba dal cielo. Anche in questo caso il nastro magnetico del Male induce il pubblico a compiere movenze selvagge e fuori dall’ordinario.

La musica rapisce, sembra appartenere ad un qualche Olimpo superiore e la prigionia che provoca è il più dolce dei tormenti. Tutti ballano e balleranno, propagando onde, diventando loro stessi antropomorfismo del flusso energetico. Sarà sempre più difficile resistere al ritmo, specialmente a quello che vi stiamo per raccontare: ecco il sound di FIRST,  il disco d’esordio di Matthew S.

La copertina di “First”, il debut album di Matthew S (courtesy of INRI/Metatron Group)

Matthew S, all’anagrafe Matteo Scapin, è un producer e live performer veneto attivo da diversi anni nello scenario underground della musica elettronica. La sua carriera inizia da molto lontano: il primo EP risale al 2006, poi collabora con il fashion designer Von Felthen per la produzione dell’album sperimentale Call Me By Your Name, lavoro talmente interessante da fargli guadagnare il titolo di Best New Generation 2015 agli MTV Digital Days. Sotto l’ala della torinese INRI del gruppo Metatron nel 2016 pubblica alcuni progetti come Maneki Neko, Inside, il remix Tokai di Anti Anti.

Il 15 giugno scorso esce FIRST, un fulllength composto da sette inediti e due remix. L’opening è affidato a Touch, featuring con Leiner Riflessi (ex Dear Jack), beat frizzanti e piacevolmente travolgenti; voce e ritmo si fondono alla perfezione in un pezzo di poco più di tre minuti e mezzo che farà fatica a lasciare l’ascoltare seduto al proprio posto. Non è un caso che il suo singolo sia rimasto nella top10 di MTV Dance Chart per tutta l’estate. La traccia seguente è un crescendo di emozioni, avventura esplorativa in un bosco a neon che prende il nome di Disco Ball e la sensazione continua anche nel terzo pezzo: mettere play a Raindropssignifica ritrovarsi catapultati in un videogioco dove superare i vari livelli non porta alla salvezza della principessa, ma al raggiungimento di un nirvana sonoro. In Humorsi può avvertire un quid che sale e si materializza, forse proprio quella pace agognata a cui accennavamo prima. La quinta, accompagnata dalla voce dei Landlord IVYE, è Don’t Bring Me Down e sembra il connubio perfetto tra Lean On dei Major Lazer e Florence Welch senza i The Machine; anche Island, la successiva, risulta vincente grazie alla collaborazione con la cantautrice vicentina Tullia. La settima e l’ottava sono remix di Disco Ball, il primo ad opera di Amparo ed il secondo di lovewithme; il compito di gestire al meglio il closing mood è tutto dell’ipnotica Inside.

Tutto quello che ci siamo detti all’inizio è vero ed innegabile: trovare una definizione unanime di onda potrebbe essere realmente complicato. Qualcosa che mette tutti d’accordo invece c’è: è un album, si chiama FIRST e non dovrete aspettare che cada dal cielo o vi arrivi con un pacco celere. È già sulla terraferma, pronto alla vostra propagazione di energia.

 

Touch – ft. Leiner 3:39
Disco Ball 4:00
Raindrops 3:13
Humor 3:33
Don’t Bring Me Down – ft.IVYE 3:40
Island – ft.Tullia 3:04
Disco Ball (Amparø Remix) 5:04
Disco Ball (lovewithme Remix) 3:47
Inside (bonus track) 3:38

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Touch (feat. Leiner), Raindrops, Don’t Bring Me Down (feat. Ivye)

 

M A T T H E W    S

FIRST è disponibile dal 15 giugno

Cercalo e seguilo su

Facebook

Instagram