Alcuni eventi nella storia della musica contemporanea rimangono, per la loro imponenza culturale e sociale, impossibile da tralasciare, indelebilmente impressi nella memoria collettiva, resistendo all’interno di questa in una completa dimensione di atemporalità. L’ormai storico live di Johnny Cash presso la prigione di massima sicurezza di Folsom, in California, è esattamente uno di questi.

Johnny Cash sul palco della prigione di Folsom, 13 gennaio 1968. Fonte: Mashable

Sono passati infatti ben cinquant’anni dalla performance di quel lontano 13 gennaio 1968. Ne è decisamente passata di acqua sotto i ponti, musicalmente parlando. Tuttavia il live At Folsom Prison resta ancora oggi un monolitico ed imperituro bestseller discografico, un must-have firmato Cash, il re indiscusso di quel talking blues tutto americano, per tutti i fedelissimi di quel cantautorato d’autore appartenente alla più pura tradizione folk-country statunitense.

Quel doppio concerto, in un contesto scenico decisamente inusuale quale quello carcerario, è sempre stato tuttavia molto di più di un semplice live, di una banale operazione di marketing: è storia. Cash infatti, forse senza esserne pienamente consapevole, in quel giorno d’inverno nell’assolata, patinata per antonomasia, ma allo stesso tempo alternativa California, così marchiata a fuoco al tempo dal fervore estatico della ventura Summer of Love e dalla sua imminente, tragica fine, è riuscito a marcare ancor di più, con questa sua performance nel carcere della Contea di Sacramento, l’importanza focale della sua presenza non solo nella storia della musica, ma forse soprattutto in quella dell’umanità stessa.

Johnny Cash durante il live alla prigione di Folsom, CA. Fonte: NY Daily News

Andando controcorrente, in direzione così ostinata e contraria rispetto ai rigidissimi diktat imposti dalla sua stessa casa discografica, la storica Columbia Records, mise in tal modo in atto una sorta di concreta forma di rivoluzione dal manifesto sapore sociale, più che popolare, all’interno della quale la sua sconfinata produzione, sempre perfettamente bilanciata tra il sacro e il profano, si pone come il mezzo stesso di tale rivolta. La musica di Cash diviene perciò un reale strumento di catarsi il cui fine primario è quello di mostrare al mondo l’altra faccia dimenticata di quella California ai tempi così coinvolta nei processi mediatici dell’epoca, il lato oscuro di quel Golden State costantemente nell’occhio del ciclone.

È quindi la California dei reietti che viene rivelata nel live At Folsom Prison, quella degli ultimi, non quella delle ben più note ville di Bel Air o delle rivolte studentesche di Berkeley. Più precisamente è la volontà stessa di Cash a manifestarsi quel 13 gennaio, tutta la profonda coerenza di quest’uomo nativo dell’Arkansas, nella perfetta sinergia tra l’artista, le sue parole ed, in questo caso, il suo singolare pubblico di emarginati. Sul palco della prigione di Folsom Johnny Cash, infatti, si presenta esattamente come il man in black che ritrarrà ad arte nel suo storico manifesto del 1971, Man in Black appunto: in una manciata di versi dotati di una disarmante semplicità di fondo, Cash non fa altro che definirsi come colui che ha scelto un vestiario rigorosamente in nero per ragioni che trascendono da mere questioni di eleganza.

I wear it for the prisoner who has long paid for his crime
But is there because he’s a victim of the times
I wear the black for those who’s never read
Or listened to the words that Jesus said
About the road to happiness through love and charity
Why, you’d think He’s talking straight to you and me.

Johnny Cash e June Carter, sua futura moglie, sul palco di Folsom, 1968. Fonte: NY Daily News

È in tutto ciò che Cash si mostra rivoluzionario, ponendosi quindi come una sorta di agnello sacrificale per i crimini d’America, in una condizione di profano Messia. Lo è in questo suo concreto impersonarsi, nel suo porsi perfettamente alla pari con il suo più che inconsueto pubblico di quel 13 gennaio. Lo è ancor di più per aver portato volontariamente alla ribalta la scomodità di tale realtà, ma soprattutto lo è per averla scelta come l’habitat ideale di una simile performance, identificandolo così come l’unico forse possibile. Cash va così incontro a queste figure storicamente destinate alla condanna, alla costante ricerca dell’espiazione, figure per definizione prive della possibilità di una remota redenzione per mera convenzione popolare. La mattina di quel 13 gennaio Cash quindi realizza in toto un’evasione dello spirito, attuando una delle più concrete manifestazioni artistiche del concetto stesso di comunione umana. È Cash stesso perciò a divenire il mezzo, il tramite della loro espiazione.

È il potere stesso della redenzione a permeare ogni singola battuta di questo storico live, a costituirne la forza. La consapevolezza di Cash del potere dell’interazione sinergica con il suo pubblico è il motore destinato a smuovere le coscienze.

Il live At Folsom Prison, inoltre, inaugura l’inizio di un duraturo rapporto a filo doppio tra Cash e i detenuti stessi, a partire dalla scelta singolare dell’artista di includere nella scaletta del concerto del 1968 come brano di chiusura la memorabile Greystone Chapel, scritta di proprio pugno da uno degli allora detenuti della prigione di Folsom, Glen Sherley. Questa profonda relazione non si esaurisce appunto con l’eccezionale data del 1968, ma continua intensa e coerente fino al 1976. In quest’arco di tempo Cash non abbandona questa sua consolidata condizione di eroe dei paria, continuando a tenere dei successivi concerti in carceri statunitensi e non. Parliamo nello specifico del memorabile live At San Quentin del 1969, enorme successo di pubblico tanto da riuscire ad eclissare i britannici Beatles nelle classifiche statunitensi, del meno fortunato concerto svedese nel carcere di Österåker (På Österåker, 1972) e dell’ultimo di questa consistente serie, il live At Tennessee Prison del 1976.

Per tutta la durata di questa memorabile performance, concretizzatasi poi nel tardo ’68 nel ventiseisimo album del cantautore, Cash attraversa appunto un profondo processo di immedesimazione, una trasposizione dell’individualità del singolo nella condizione collettiva della detenzione, proiettando se stesso nella realtà della prigionia, regalando ai tempi e donandoci tutt’ora forse una delle migliori interpretazioni della sua intensa carriera artistica, nonché uno degli album più influenti della storia della musica contemporanea.