Puntuali come un romanzo di Trollope, il 2 marzo i Suuns hanno rilasciato Felt. Il quarto disco del quartetto di Montreal è stato prodotto, come a suo tempo l’album di debutto Zeroes QC e l’immenso Images Du Futur, da Jace Lacek ed è stato missato dalle mani esperte di John Congleton, che aveva prodotto il precedente Hold/Still due anni fa. Se contiamo anche il fatto che i Suuns hanno scelto i recinti familiari dei Breakglass Studios, sembrerebbe che le undici tracce di Felt promettano il sapore della continuità e della stessa eleganza fatta di contrasti raggiunta coi precedenti lavori; ma un necessario passaggio oltre le soglie caliginose del consueto sound della band canadese a questo punto si era reso necessario. Oppure no.

Come variamente rilevato, i Suuns si sono resi più accessibili con questo nuovo lavoro: mentre con i precedenti album suonavano come un poster in stile Bauhaus, “preciso e giocosamente totalitario, vivace e frustrato”, con Felt i Suuns hanno sancito lo scioglimento della tensione cifra del loro stile. A detta dello stesso Ben Shemie, voce e chitarra della band:

Questo disco è decisamente più rilassato del precedente. Non è distaccato, c’è più spavalderia.

Lo stesso collegamento alla Germania del movimento artistico citato dalla NPR è ripreso da Shemie: “Se dovessi paragonare Montreal a un luogo direi che assomiglia a Berlino, nel senso che non c’è un grande settore industriale, perciò non girano molti soldi. In più devi saper parlare francese se vuoi fare carriera, il che frena molta gente a trasferirsi qui”. A smentire questa sorta di determinismo geografico sono la presenza nell’area quebebecois di band differenti dai Suuns pre-Felt: basti pensare alla deriva Teletubbies dei patroni dell’indie, gli Arcade Fire, al post-punk leggermente outdated degli Ought e all’indie rock dei Wolf Parade, e ai Godspeed You! Black Emperor, ottimi… ma è tutto un altro film; discorso a parte i Jerusalem In My Heart, con i quali i Suuns hanno collaborato per un self-titled album del 2015. I Suuns finora sono stati un unicum nella nuova scena musicale canadese più radicale e hanno più a che spartire, se vogliamo, con i Preoccupations, che si trovano dall’altra parte della nazione. E più che alla Germania bisognerebbe guardare all’Austria, più che al Bauhaus invece all’opera dello psicanalitico Rudolf Hausner (1914-1995) e ai suoi lavori che sembrano riprodurre incubi di una raffinatezza inarrivabile.

I primi tre album dei Suuns, infatti, riuscivano (e riescono) ad essere completi proprio per il loro carattere perturbante. Secondo Freud il perturbante (traduzione del tedesco unheimlich) rappresenta quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo e che quindi ci è familiare (unheimlich è antitesi di heimlich, che significa confortevole, tranquillo, e che deriva da Heim, cioè casa), proprio perché è quello che non ci è noto a spaventarci. Tuttavia non tutte le novità sono spaventose, destabilizzanti e perturbanti.

Bisogna aggiungere qualcosa al nuovo e all’inconsueto perché diventi perturbante.

Nel percorso di arricchimento semantico della lingua tedesca, la parola heimlich ha finito per assumere un significato ambiguo, praticamente sovrapponibile al suo opposto, ovvero nascosto, non-familiare. Unheimlich quindi significherebbe non-nascosto, familiare, dove il prefisso un- rappresenta il contrassegno della rimozione. Da un’osservazione di Schelling possiamo dirimere la questione: “È detto unheimlich tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato”.

La bellezza di Zeroes QC, Images Du Futur e Hold/Still sta proprio nell’ambiguità dell’inquietante che risulta accattivante proprio perché ci sembra provenire da un posto che conosciamo. Con Felt invece è tutto spiattellato: da Hausner siamo passati a una neolaureata in psicologia che pratica il training autogeno per placare le sue ansiette post-adolescenziali ritardate. I primi tre album erano dei lavori da ascoltare mentre non si faceva altro (a discrezione della propria sincerità) ed erano stati consacrati dalla nuova schiera di musicofili aperti quel poco per rivalutare la musica elettronica ballabile ma non abbastanza per farsi una cultura su ciò che era avvenuto prima delle pagine tipo Indiesagio. Ma ora, nonostante sia difficile ballare i momenti free jazz di X-ALT, seconda traccia dell’album, abbiamo un percorso tutto in discesa: dopo la seconda traccia Felt cade a picco, o meglio, se vogliamo richiamare la cover dell’album, non scoppia, ma si affloscia su sé stesso. Così Shemie sulla scelta dell’artwork: “Mi piace l’idea della pressione, della resistenza, e del forzare qualcosa un momento prima che si rompa”. Il dito non buca il pallone, se non fuori tempo massimo nella caotica Daydream, che dà uno scossone positivo alla tracklist salvandola in extremis.

Va bene, benissimo, essere meno nevrotici, meno stridenti, meno inumani, ma cosa succede se poi la voce di Shemie non ripete più i versi come un mantra sinistro ma come un lamento fastidioso, se possibile più inumano che mai? L’ottimismo e la disinvoltura auspicate nella lavorazione di questo album si sono tramutate nel loro contrario, si sono fatto intaccare dalle derive superficiali di cui si parlava prima. La continuità (produzione, mixaggio, studi di registrazione) è quindi solo sulla carta: anche il titolo, Felt, richiama la nostalgia di aver sentito e l’insofferenza per non poter più sentire nel presente, ma nei 45 minuti di ascolto non c’è traccia di questi stati d’animo.

Potremo farci felicemente smentire nelle due date italiane del tour: il 29 marzo al Monk di Roma e il giorno dopo al Circolo Magnolia di Milano.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Look No Further, X-ALT, Daydream.