Per i nuovi talenti italiani è possibile un’altra strada oltre ad Amici e a X Factor? Valerio Lysander, come altri della sua generazione, l’ha cercato altrove. A Londra per la precisione. In Ipotesi per una Maria Giorgio Gaber cantava: “per credere davvero bisogna spesso andarsene lontano e ridere di noi come da un aeroplano”. Sono versi che fanno al caso nostro: questo andare lontano può essere interpretato letteralmente o meno, ma è comunque necessario ad un certo punto guardarsi con onestà dall’esterno e smetterla di attribuirsi troppa importanza. Con la palla di piombo al piede non si va molto avanti nella vita. In un modo (talent show) o nell’altro (espatrio) chi decide di vivere di musica si ritrova bollato come quello che vuole trovare la strada spianata.

Nonostante la rinascenza di un cantautorato romano e bolognese, la scena musicale nata da contesti diversi da quelli più ovvi rimane di nicchia e per la nicchia, a riconferma che non è la distanza geografica a tagliare i ponti con il pubblico e con un’eventuale arricchimento culturale della nazione di partenza. La scelta di allontanarsi dall’Italia deve essere dettata dall’intento di divenire più universali. Ascoltando la musica di Valerio Lysander ci si accorge che la comunanza data dalla lingua italiana è solo una soluzione apparente per la musica nostrana. Quello di Valerio, infatti, è un uso particolare della lingua inglese, trasparente e penetrante, rivolto all’espressione di emozioni e esperienze il più possibile condivisibili, senza mai scadere nell’ovvio. Quello di Valerio è un antidoto alla solitudine e al soliloquio.

Prima di andarsene lontano nel 2013, Valerio ha accumulato molta esperienza: figlio d’arte, ha studiato canto e pianoforte sin da piccolo, e fra i successi conseguiti in terra nostrana c’è il Tour Music Fest del 2012, dove arriva semifinalista fra 4000 partecipanti. È del 2014 il suo primo EP, autoprodotto, Tidal Mental Head, ma grazie a Dio non si è fermato lì. A settembre è uscito il singolo Ryan, a cui è poi seguito Cotton. Abbiamo intervistato Valerio proprio in occasione dell’uscita del nuovo singolo, accompagnato da un video meraviglioso.

Copertina dell’EP Tidal Mental Head, realizzata da Martina D’Anastasio

– Chi ti ha influenzato di più nel tuo percorso musicale? Il tuo nome d’arte ha un significato particolare?

Tra le mie influenze principali cito sempre Regina Spektor, Fiona Apple e Chris Garneau, ma mi rendo conto che tutto quello che sono, musicalmente e non, è frutto di tante particelle diverse, e potrei fare un elenco di due pagine cercando di risalire a ciò che mi ha influenzato e continua a influenzarmi. Di certo ci sono molte voci femminili (oltre quelle già citate c’è Alanis Morissette, il primo vero contatto con una musica più profonda che ho avuto negli anni delle medie, KT Tunstall, Tori Amos…), il cantautorato folk (Glen Hansard, Jay Brannan, Sufjan Stevens) e la musica classica, soprattutto per quanto riguarda la parte pianistica della mia musica.

Il mio nome d’arte (Lysander non è il mio vero cognome), è un’altra referenza classica, presa da Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Sono da sempre stato un’amante della lingua inglese e di Shakespeare e in particolare di questa commedia. L’ho scelto per molti motivi. La storia è ambientata nell’antica Grecia, periodo storico che adoro e che mi ha affascinato da quando sono piccolo, quando mia zia, invece delle favole, mi raccontava le storie della mitologia. L’ideale dell’amore assoluto (alcune delle battute di Lisandro sono pura poesia). L’etimologia del nome, cioè “liberatore”, che è un po’ quello che voglio essere con la mia musica, in cui cerco sempre di mettere una spinta positiva, per donare attraverso le parole un po’ della umile saggezza che ho.

– Prima di Valerio Lysander eri Emil Jay: che cosa è cambiato da quella fase?

Emil Jay è stato il mio nome d’arte per circa un anno, durante il quale mi esibivo con due ragazzi del mio paese natale, Emiliano e Jacopo. A loro devo molto, sono stati la mia prima band e ho imparato molto dell’interazione all’interno di un gruppo. Insieme abbiamo fatto dei bei passi e probabilmente grazie a quello sono riuscito a prendere la decisione di venire qui a Londra. Emil Jay era però un ragazzo ingenuo e non sapeva molto di quello che il mondo della musica nasconde. Sperava che bastasse scrivere belle canzoni per avere successo, ma c’è molto altro duro lavoro che non ha niente a che fare con la musica in sé, ma che è definitivamente parte del processo. Molti non si rendono conto di quanta fatica si faccia per organizzare concerti, amministrare una band, occuparsi del marketing e della promozione, registrare… Ora mi sto occupando di tutto questo, e questo ha decisamente apportato molte novità e successi.

– Ryan è un brano che parla di un amore, non corrisposto, di un ragazzo per un altro ragazzo – Ryan, per l’appunto. Hai paura che cantare di omosessualità possa diventare un cliché, un po’ come i motti à la Je Suis Charlie?

In realtà diciamo che l’omosessualità in sé non è più una cosa rara, ma lo stesso non si può dire dell’omosessualità in musica. Ci sono molti artisti apertamente gay, ma è difficile sentire un cantante che canti di un amore per “lui” e io ho voluto farlo perché credo ci sia bisogno di parlarne un po’ di più, di mostrare a chi ha ancora problemi con la propria omosessualità che se ne può parlare, che non c’è niente alcun problema e per far vedere a chi non è omosessuale che  anche noi possiamo amare e non ce ne vergogniamo. Lo stigma è ancora presente, purtroppo, e parlarne un po’ di più non fa male. Detto questo, la mia canzone non è un manifesto, ma solamente un sentimento che avevo dentro e che ho espresso in musica, così come Le Vibrazioni hanno messo il nome di quella Giulia sulle note, io ci ho scritto Ryan. Non è una canzone omosessuale. È una canzone, che poi sia scritta da un ragazzo per un ragazzo non dovrebbe essere la cosa più importante che la contraddistingue. Il fatto che talvolta ci si soffermi su questo significa esattamente che ancora non è abbastanza facile parlarne.

– Sei molto attivo con concerti e open mic. Secondo te è possibile una scena musicale affrancata dal web che riesca ad arrivare a tutti? Che feedback hai?

La vita di un musicista al giorno d’oggi non è delle più facili. Sono molto attivo sul piano della musica live, il che mi ha dato molte soddisfazioni, ma il pubblico è disabituato a dare valore alla musica di cui fruisce. Non ci si rende conto di quanto lavoro ci sia dietro a una canzone (a partire dagli anni passati a studiare musica, finendo con la pratica e il tempo effettivo speso a scrivere…), e ormai chiedere “sei su Spotify?” è la domanda di base di un nuovo fan. Il problema è che da Spotify non si guadagna molto, e gli ascoltatori non sono più pronti a spendere per la musica che ascoltano. Ciononostante, essere a Londra mi ha decisamente dato una spinta. Un luogo pieno di opportunità, un pubblico che si rinnova continuamente, tra turisti e persone da tutto il mondo che vivono e lavorano qui. È sicuramente il posto giusto dove ampliare la propria presenza web attraverso il live, e devo dire che funziona alla grande.

– In un’intervista rilasciata a Interview Magazine, l’attore Ellar Coltrane (Boyhood) ha detto: “I feel like there’s so much art about lonely, dysfunctional people. I think we need art made by people who love themselves, people who are comfortable. We have this romantic archetype of tortured artists, and it’s definitely something I’ve subscribed to for a lot of my life. But I’m realizing now that it’s like, fuck, wouldn’t it be more powerful if I could actually be a functional person and make art?”. Se penso all’artwork del tuo EP, al tuo abbigliamento, ai tuoi video (soprattutto a quello di Cotton), la prima cosa che mi viene in mente è la positività che vuoi trasmettere, attraverso un tripudio di colori. Ti rivedi in questo pensiero?

Ho letto questa citazione proprio qualche giorno fa e l’ho retweettata perché sono pienamente d’accordo. L’obbiettivo principale che ho con la musica è di trasmettere positività e gioia. Tutte le mie canzoni si concludono con una spinta positiva, con il messaggio che tutte le avversità e qualunque emozione “negativa” in realtà sono dei piccoli pezzetti che ci fanno imparare di più su noi stessi e il mondo. E quando si comincia a credere che abbiamo la possibilità di essere felici, e che si trova dentro di noi, il tragitto verso la felicità è esso stesso felicità. Cliché, ma vero e provato sulla mia pelle.

– Vuoi parlarci della gestazione di Cotton?

Cotton è nata circa 5 anni fa. Stavo attraversando un momento di ricostruzione della mia vita e nella mia nuova identità non riuscivo a capire quale delle diverse persone che vivevo ero veramente, pieno di diversi interessi, gusti, stili, passioni, non sapevo quale scegliere e quale fosse veramente me. A quel punto, qualcuno mi presentò quest’immagine di un filo di cotone, che, seppur cambiando forma, conserva comunque la sua essenza. Partendo da quello, ho cominciato a ricostruirmi accettando tutte le diverse parti di me, e proprio a proposito di questo ho scritto questa canzone, che è uno dei passaggi più importanti della mia vita.

L’ho suonata per la prima volta in uno dei miei primi concerti di Londra, quando suonavo con il chitarrista Rui Silva, e da allora è diventata una delle canzoni che suono con più piacere e che mi rappresenta di più. Ho continuato a suonarla con diverse formazioni, suonandola al piano o alla chitarra, non suonando affatto, o con archi, ottoni, cori, con e senza percussioni, arrangiamenti elettronici… E in tutti questi anni il modo in cui l’ho cantata è cambiato moltissimo, includendo tutte le mie influenze.

Per questo ho deciso di registrarla per riflettere il modo in cui la sto cantando ora, ma in realtà già da quando l’ho registrata alcune cose sono cambiate, e penso continueranno. Questa canzone è decisamente parte di me e mi accompagnerà per parecchio tempo.

Il video che ho registrato per la canzone anche riflette quest’idea di diverse personalità e multisfaccetature della persona. Nel video ci sono quattro personaggi oltre a me, dipinti di quattro colori diversi, e man mano che il video va avanti la vernice su di loro viene tolta dalla mia mano trasferita su di me, trasformandomi in un essere multicolore. Alla fine, però, anche la vernice su di me scompare e torno ad essere nudo, includendo tutti i colori, che si mescolano e diventano luce.

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English translation edited by Joanna Roberts

For new Italian talents, is it possible to take a route other than Amici or X Factor? Valerio Lysander, like others of his generation, has tried to find one. In London to be precise. In Ipotesi per una Maria (Hypotheses for a Maria) Giorgio Gaber sang, “to really believe you must often go far away and laugh at us as if from an aeroplane”. These are lyrics that make our case: to go far away may be interpreted literally or not, but at some point you still need to look with honesty from the outside and stop giving things too much importance. With a ball and chain you can’t go very far in life. In one way (a talent show) or another (moving to a new country) those who decide to live for music find themselves branded as those that want to take the easy road.

Despite the renaissance of Roman and Bolognese songwriting, the music scene born in less obvious contexts remains niche and for the niche, confirming that it is not geographical distance that cuts ties between people and a potential cultural enrichment from the country of origin. The decision to move away from Italy must be dictated by the desire to become more universal. Listening to Valerio Lysander one notices that the commonality given by the Italian language is only an apparent result of our local music. Valerio’s is, indeed, a particular use of the English language, transparent and penetrating, revolving around expressions of emotion and commonly shared experiences, never falling into the obvious. Valerio’s is an antidote to solitude and soliloquy.

Before going far away in 2013, Valerio accumulated much experience: son of art, he studied voice and piano since childhood, and among his achievements in Italy is the Tour Music Fest of 2012, where he reached the semifinal from 4000 participants. Then in 2014 was the release of his first EP, the self-produced Tidal Mental Head, but thank God he didn’t stop there. In September the single Ryan came out, which is now followed by Cotton. We interviewed Valerio himself upon the release of his new single which is accompanied by a wonderful video.

– Who has influenced you most in your musical career? Does your stage name have a particular significance?

Among my main influences I always mention Regina Spektor, Fiona Apple and Chris Garneau, but then I realise that all that I am, musically and not, is the result of many different particles, and I could write a list two pages long trying go back to what has influenced me and continues to influence me. Of course there are many female voices (other than those already mentioned, there is Alanis Morissette, the first true contact with a more deep music that I had in my middle school years, KT Tunstall, Tori Amos…), folk songwriters (Glen Hansard, Jay Brannan, Sufjan Stevens) and classical music, especially in regards to the pianistic side of my music.

My stage name (Lysander is not my real surname), is another classical reference, taken from A Midsummer Nights Dream by Shakespeare. I have always been a lover of the English language and of Shakespeare and in particular of this play. I chose it for many reasons. The history and setting of ancient Greece, a historic period that I adore and that has fascinated me since I was young, when my aunt, instead of fables, told me the stories of mythology. The ideal of absolute love (all the lines of Lysander are pure poetry). The etymology of the name, which means “liberator”, that is a bit how I want to be with my music, in which I try to always put a positive spin, to give through the words a little of the humble wisdom that I have.

– Before Valerio Lysander you were Emil Jay: what has changed since this phase?

Emil Jay was my stage name for about a year, during which I was performing with two guys from my home country, Emiliano and Jacopo. I owe a lot to them, they were my first band and with them I learned a lot about the internal workings of a band. Together we made some good steps thanks to which I was able to make the decision to come to London. Emil Jay was however a naive young man and didn’t know much of the things the world of music hides. He hoped it was enough to write beautiful songs to have success, but there is much more hard work that has nothing to do with music itself, but is a definitive part of the process. Many don’t realise how much effort it takes to organise concerts, administrate a band, take care of marketing and promotion, record… Now I am working on all of these things, and this has definitely brought much novelty and success.

– Ryan is a piece that talks of a love, unrequieted, of a boy for another boy Ryan to be exact. Do you fear that singing about homosexuality could become a cliché, a bit like the mottos à la Je Suis Charlie?

Homosexuality in itself is no longer a rare thing, but all the same you cannot speak of homosexuality in music. There are many openly gay artists, but it is difficult to hear a song that sings of love from “he” for “him” and I wanted to have one because I believe we need to talk about it a bit more, to show those that still have problems with their own sexuality that they can say it, that there is no problem, and to make those who are not homosexual see that we too can love and that we are not ashamed. Unfortunately the stigma is still present, and talking about it more wouldn’t hurt. I’ve said that my song is not a manifesto, but solely a sentiment I have inside me and I have expressed in music, the same way Le Vibrazioni put the name of that Giulia on the notes, there I wrote Ryan. It is not a gay song. It is a song, that it is written by a boy for another boy is not the most important thing that distinguishes it. The fact that sometimes we dwell on this means exactly that it is still not easy enough to talk about it.

– You are very active with concerts and open mics. Do you think it is possible to have a music scene free from the web that is able to reach everyone? What feedback do you have?

The life of a musician of today is not so easy. I am very active in terms of live music, which has given me a lot of satisfaction, but the public isn’t used to giving value to the music they are enjoying. They don’t realise how much work goes into a song (from the years spent studying music, to the practice and actual time spent writing…), and will ask, “are you on Spotify?” – the basic question of a new fan. The problem is that you don’t earn much from Spotify, and the listeners are no longer prepared to pay for the music they listen to. In spite of this, being in London has definitely given me a boost. A place full of opportunity, a public that is continually renewed, between tourists and people from all over the world that live and work here. It is definitely the right place to expand your web presence through live work, and I must say that it works great.

– In an interview released in Interview Magazine, the actor Ellar Coltrane (Boyhood) said: I feel like there’s so much art about lonely, dysfunctional people. I think we need art made by people who love themselves, people who are comfortable. We have this romantic archetype of tortured artists, and it’s definitely something I’ve subscribed to for a lot of my life. But I’m realizing now that it’s like, fuck, wouldn’t it be more powerful if I could actually be a functional person and make art?. If I think of the artwork of your EP, your clothes, your video (especially the one for Cotton), the first thing that comes to mind is the positivity that you transmit, through a blaze of colours. Do you resonate with this thought?

I read this quote myself a few days ago and retweeted it because I fully agreed. The main objective of my music is to spread positivity and joy. All of my songs end with a positive spin, with the message that every adversity and any “negative” emotion are in reality the little pieces that help us learn more about ourselves and the world. And when we begin to believe that we have the possibility to be happy, and that it is found within us, the way to happiness is happiness itself. Cliché, but something I’ve found to be true.

– Do you want to tell us about the gestation of Cotton?

Cotton was born around 5 years ago. I was going through a moment of reconstruction in my life and in my new identity I wasn’t able to understand which of the diverse people that I had lived I really was, full of different interests, tastes, styles, passions, I didn’t know which to choose and which was really me. At this point, someone introduced me to this image of a thread of cotton, that, albeit changing shape, keeps its essence. Moving on from this, I started to reconstruct myself accepting all the different parts of me, and I wrote the song about just this, which was one of the most important steps of my life.

I played it for the first time in one of my first concerts in London, when I sang with the guitarist Rui Silva, and since then it became one of the songs I sing with the most pleasure and that represents me the most. I have continued to play it in different forms, playing it at the piano or on guitar, not playing at all, or with strings, brass, choirs, with and without percussion, electronic arrangements… And in all these years the way in which I have sung has changed a great deal, incorporating all of my influences.

For this reason I decided to record it again to reflect the way in which I am singing it now, but in reality since I recorded the new version some things have changed already, and I think they will continue to. This song is definitely part of me and will accompany me for quite some time.

The video I made for this song also reflects this idea of diverse personalities and the multifacetedness of a person. In the video there are four people other than me, painted in four different colours, representing the different part of me and of the environment. As the video goes on the paint on them is removed by my hand and transferred onto me, turning me multicoloured. At the end, however, the paint on me also disappears and I go back to being naked, including all the colours which mix and turn into light.  The different parts of myself are mixed and create one unique individual, that like a cotton thread, can be different things but keeps its essence.

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