Che fine ha fatto la Carmen Sandiego della serie animata degli anni Novanta? Come ci è arrivato il monolito ai piedi del letto di David Bowman, imponente e fosco col crescendo musicale di Strauss? E dove sono finiti i due leocorni, latitanti tra il marasma delle altre specie animali? Sono tanti, incommensurabili e quasi infiniti gli interrogativi senza risposta. Potremmo continuare, perseverare in viaggi mentali al limite del masochismo più sfrenato; potremmo e vorremmo, poiché in realtà nutriamo un profondo piacere nell’ignoto.

No, stavolta la nostra indole indagatrice sui massimi sistemi si concentrerà su qualcosa di immediato e lampante. Di inaspettato. È stata trovata una scatola in un parco, sola tra la vegetazione. A quanto pare è stata trovata una canzone su Spotify, una traccia audio su YouTube. E, strano ma vero, sono stati trovati anche loro: I Cani.

Parliamo di qualcuno che c’era dietro la stesura del Mainstream calcuttiano, gente che con efferata raffinatezza era capace di descrivere l’amore moderno e rendere empatica la sfortuna, il tedio di un’esistenza piatta come un encefalogramma al capolinea.

Alla fine degli anni duemila l’industria musicale, soffocata dalla dilagante egemonia delle etichette sovrane e stimolata da un ambiente molto favorevole, diede alla luce un pargolo di nome indie. La carriera de I Cani ha proprio inizio circa otto anni fa, quando Niccolò Contessa sotto pseudonimo iniziò a far girare dei video diventati ben presto divenuti virali. Con l’arrivo del contratto per la 42 Records il resto divenne storia.

Contessa e compagni ci avevano lasciato con Aurora, pubblicato il 29 gennaio 2016, cronologicamente il terzo di una tripletta vincente (era stato preceduto da Glamour nell’ottobre 2013 e da Il sorprendente album dei Cani nel giugno 2011), si presentava in una veste ammorbidita seppur dolcemente letale, malinconica. Poi il nulla. È calato il silenzio per ben due anni, interrotto solo dagli sprazzi di meme di Hipster Democratici che ne chiedevano il ritorno così come un astronomo attende la cometa di Halley.

Risparmiandoci di osservare il cielo per lunghi settantasei anni, la svolta inaspettata è arrivata appena da un paio di giorni: prima la comparsa di un misterioso sito e poi la caduta fulminea di lei, Nascosta in piena vista. Scrive la 42 Records: “Non è un nuovo singolo. Non c’è un nuovo album in arrivo. Non ci sono concerti. Solo una canzone nuova. Una bellissima canzone nuova…”.

Bella, Nascosta in piena vista è veramente bella: qui dentro c’è tutto lo splendore dell’autunno. Sentivamo la mancanza di quelle dimensioni che solo Contessa sa raccontare col suo esclusivo modo di fare, la voce un po’ rotta e l’anima in posizione fetale. Tre minuti e cinquantacinque faticano a bastare e stanno stretti in un pensiero; se questo pezzo fosse una serie Netflix, sarebbe soggetto al binge watching agonistico. E ci piacerebbe gustarlo sul divano, col plaid sulle gambe ed i cocci di cuore e le patatine accanto.

Nascosta, come l’identità del cantante desideroso di mantenere l’anonimato agli esordi. Ma perché il brano arriva proprio adesso? È stato scritto per la colonna sonora di Troppa grazia, il lungometraggio premiato a Cannes di Gianni Zanasi che vanta nel proprio cast Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, e atteso nelle sale italiane dal 22 novembre. Già dal trailer si può evincere una linea di fondo drammatica condita dall’ironia della vita, legge di Murphy che ci accarezza il capo consolandoci dall’illusione di una troppa felicità. Troppa, ovviamente, si fa per dire: ne I Cani c’è l’eufemismo, il contrario, la mancata esagerazione, l’aridità di pleonasmi, la pura e sacrosanta verità. C’è del Werther e dell’Ortis, ogni brano è una lettera, si muore a poco a poco per poi rinascere nella catarsi, come quella scatola sola nel fogliame e non ancora aperta.

Quest’amore epistolare non può finire. O meglio, se proprio deve finire, che accada nel modo migliore ed a tempo debito. Sono tanti, incommensurabili e quasi infiniti gli interrogativi senza risposta. A te, Niccolò Contessa, chiediamo soltanto di non fuggire. 

E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare

voglio un po di silenzio un momento per non pensare

e stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare

perché pure a sparire ci si deve abituare.

– Sparire (Aurora, 2016)