Il pop non si analizza mai, ma si insulta o si usa goderecciamente e con ingenuità. Questa regola implicita impera in Italia, dove il magazine musicale più autorevole dopo Cioè, ossia Rolling Stone, ha incoronato direttore della sua parte web “la donna più influente e temuta del web italiano”, contribuendo così ad avallare la convinzione (diventata ormai nozione perché condivisa e supportata dalla massa) che il rock sia un atteggiamento, uno stile – indossare abiti neri e cappelli a tesa larga, per la precisione. Non è più possibile portare avanti una discussione su un genere musicale che ormai è del tutto svuotato della sua carica d’urto e di riflessione anche per colpa della mancanza di identità di chi lo fa e di che ne dovrebbe parlare. Il rock non è più un genere da studiare nelle sue declinazioni e contaminazioni con la storia contemporanea. Figuriamoci allora se, una volta attraversate le Alpi, il pop possa godere di buona salute, oggi che è appannaggio per definizione di giovani donne arrabbiate con gli uomini o, al limite, di uomini assurdamente belli e sensibili. È questo che si chiede al pop: evasione e quel minimo di presa di coscienza quando vogliamo darci un tono. Prendiamo ad esempio Lorde, Taylor Swift e Miley Cyrus, icone iper-egotiche che usano le loro doti vocali solamente per dire “Basta!” – ai soprusi immaginari che hanno dovuto subire, ai loro stili di vita considerati sbagliati non appena si rendono conto che sono semplicemente scaduti, alla superficialità e all’omologazione femminile che proprio loro contribuiscono ad alimentare. Con la scusa di farsi interpreti dei nostri tempi, finiscono solo per parlare delle loro storie, personali e scialbe.

Nella cover del suo nuovo mixtape Pop 2 Charli XCX si copre il volto, mentre nei brani si fa affiancare, se non addirittura sostituire, da moltissimi altri artisti: ; Carly Rae Jepsen, che ricorderete solo per l’infausta Call Me Maybe; Mykki Blanco, transgender pioniere del queer hip-hopDorian Electra, altra artista queer pop; la svedese Tove Lo, definita “la ragazza più triste della Svezia”, nonostante sia la penna di Love Me Like You Do di Ellie Goulding; la giovanissima finlandese ALMA, che ha prestato la sua voce alla hit All Stars di Martin Solveig; Caroline Polachek, che ha scritto la fortunata No Angel di Beyoncé; Brooke Candy, protagonista del video di Genesis di Grimes; la rapper cupcakKe, diventata virale nel 2015 per due brani alquanto particolari, Deepthroat e Vagina; Pabllo Vittar, cantante e drag queen brasiliana; l’estone TOMM¥ €A$H; Jay Park, artista di origini coreane; e infine Kim Petras, cantante tedesca che è balzata all’attenzione dei media per essersi sottoposta sedicenne a un intervento di riassegnazione di genere.

Pop 2 è il secondo mixtape rilasciato quest’anno da Charlotte dopo Number 1 Angel (anch’esso per la Asylum Records). Come Number 1 Angel, Pop 2 è stato prodotto da A.G. Cook della londinese PC Music, con l’apporto del controverso produttore britannico SOPHIE, di cui abbiamo scoperto il volto solamente a ottobre nel video di It’s Okay To Cry.

Stesso discorso per la PC Music di Cook, che ha fatto sua – se non l’ha addirittura sdoganata – l’estetica grottesca e inumana (o iperreale) dell’internet ai tempi dei forum giapponesi, di Windows XP e delle trousse di make up-giocattolo, ironizzando (bene) sul consumismo della femminilità nella musica pop. Cook figura anche come autore di gran parte dei testi di Pop 2.

Ma allora, se come osserva giustamente Meaghan Garvey di Pitchfork “album significa compromesso; mixtape significa totale libertà creativa”, dov’è Charli XCX? È degradata ad un femmebot, la voce prestata alle Icona Pop nel 2012 ora distorta al punto tale che in alcune tracce è difficilmente distinguibile dalle linee di synth? È nel suo celarsi che Charli XCX ci dimostra che ha qualcosa da dire, e di diverso, in nome del pop primordiale di cui si propone portavoce: tutte dicono di essere cresciute con gli Aqua, con Britney, con la dance europea degli anni ’90… e poi? Non rielaborano un bel niente, fino a diventare la parodia di sé stesse. Di certo fanno più rumore i cicli di redenzione e dannazione di questi personaggi, che sono più attricette che cantanti. Anche Charli XCX ci sta comunicando qualcosa di scomodo, che però non ha nulla a che vedere con il suo abbigliamento provocante, anche se le più grandi rivoluzioni personali delle “cantanti” sopracitate si possano individuare grazie alle gradazioni del loro rossetto.

Il pop angoloso e sopra le righe di Charli XCX è parte integrante dello Zeitgeist nonostante possa essere ancora utilizzato come un innocuo sottofondo nelle serate sgangherate di puro degrado ed evasione. Gli indizi per essere quanto di più politico ci abbia mai dato il pop in questo 2017, però, ce li ha trasmessi tutti: invadenza tecnologica, valenza artistica del movimento queer e delle periferie europee, discussioni sul gender. Grazie a Pop 2 Charli XCX riesce ad essere più Qualcuno di tutte le perbeniste che si dilettano, ad esempio, a rappare versi delle loro canzonette per dare l’illusione di essere al passo coi tempi, ottenendo l’effetto controproducente di apparire ancora più finte di quanto non lo siano già. Charli XCX confida nel pop del futuro, quel pop che può farci ragionare perché dice ancora qualcosa, a patto che noi vogliamo starlo a sentire.