You soft and only, you lost and lonely, you just like Robert Smith. Ci vogliono 7 canzoni prima di trovarla. Scalando 17 posizioni, farà capolino nella classifica delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stones. 3 minuti e 32 secondi è la sua durata, 1987 l’anno della pubblicazione dell’album che la ospita. Just Like Heaven è forse il pezzo più famoso ed universalmente conosciuto dei The Cure. La prima versione venne scartata dall’autore e leader del gruppo Robert Smith, che ormai di anni ne ha 59 e a quei tempi pensava che il suo nuovo brano ricordasse troppo Another Girl, Another Planet degli Only Ones.

Racchiude un qualcosa di etereo ed afrodisiaco, è una dichiarazione d’amore sussurrata alla luna, mentre questa gli bacia delicatamente la capigliatura spettinata (curiosità: il look che l’ha reso celebre è stato ideato nel 1982, durante il tour promozionale per l’album Pornography). Smith è una di quelle personalità che potreste immaginare intente a passeggiare nel camposanto fittizio cantato dall’Antologia di Spoon River, oppure a rimanere a penzoloni tra una riga e l’altra di un racconto di Edgar Allan Poe. Allo stesso modo, lo vedreste sorridere timidamente o rimboccare le coperte ad un bimbo che dorme.

Polistrumentista, suonatore di chitarra (anche baritona), basso, tastiere, violino, si affaccia al mondo musicale a soli quattordici anni, suonando nel gruppo a conduzione familiare The Crawley Goat Band e prima ancora con i The Obelisk; quel colosso dei The Cure, invece, nascerà solo nel 1976. L’onda post-punk e un po’ pop della new wave abbracciò l’Europa tra la seconda metà degli anni settanta e i primi anni ottanta, quando teste cotonate e anime splendenti di un caleidoscopico sincretismo musicale stavano per avere, finalmente, una personalissima rivalsa. Insieme al bassista Michael Dempsey ed al batterista Lol Tolhurst, entrambi giovanissimi abitanti di Crawley, nell’Inghilterra meridionale, Robert prese spunto da un lavoro dello stesso Tolhurst e fondò gli Easy Cure che, col timore di essere troppo frivoli ed a stelle e strisce, nel 1978 vennero ribattezzati nella forma breve che conosciamo adesso: era arrivata la cura che avrebbe perpetuato con l’effetto per i successivi quarant’anni.

Dopo un primo contratto discografico firmato con la label berlinese Hansa, la band incrociò sulla propria strada la Fiction Records e nel dicembre del ’78 venne pubblicato il singolo Killing An Arab, scritto dal cantante tra i banchi di scuola e liberamente ispirato al romanzo Lo straniero di Albert Camus; il racconto da cui prende spunto il brano narra di una sparatoria in cui un arabo rimane vittima per mano del protagonista Meursault, motivo per cui i The Cure vennero accusati di ideologia razzista (accuse smentite in tutti i modi dalla band). L’8 maggio 1979 nasce l’album di debutto Three Imaginary Boys, uscita accompagnata da una fitta serie di concerti in tutta la Gran Bretagna che li portano a suonare insieme ad altre realtà fresche nel panorama musicale. 4 marzo del 1979, altra data da ricordare: l’esibizione della band di Smith al Marquee Club nella capitale inglese viene introdotta da quattro tipi dell’interland di Manchester, i quali avevano deciso di cambiare il proprio nome da Warsaw a Joy Division. È proprio in memoria di Ian Curtis che viene composta The Holy Hour, la traccia d’apertura del terzo lavoro in studio Faith e interpretata una versione del loro brano più iconico ed eterno, Love Will Tear Us Apart.

La New Wave diventa dark ed assume le sembianze del goth specialmente nel 1982, anno di pubblicazione del brutale Pornography, nonostante Robert Smith avesse provato spesso ad opporsi a qualsiasi tipo di etichettatura: erano i Cure e basta, la panacea ed il palliativo, lo scalpore del sangue, l’alienazione immedesimata, il nero che non ingurgita i colori ma ne è la somma di tutti quanti. E sette anni più tardi vennero i giorni di Disintegration, l’album che non avrebbe dovuto piacere a nessuno e che invece ha venduto 2,7 milioni di copie.

Poi i decenni si rincorsero ed arrivò la consacrazione nell’Olimpo, vantando un successo ed un’esperienza quarantennale. La loro musica, fortunatamente, sembra non volersi mai fermare neanche stavolta ed il 2018 sembra ricco di grandi sorprese. Partiamo con la notizia più importante: Robert vestirà i panni di direttore artistico nella venticinquesima edizione del Meltdown Festival, che si terrà dal 15 al 24 giugno al Southbank Centre di Londra; la line up è mozzafiato e prevede nomi quali Nine Inch Nails, Mogwai, Psychedelic Furs, My Bloody ValentineLibertines e i JoyCut, band bolognese scelta tra gli headliners nel giorno inaugurale. Il programma del festival prevede anche una serata in suo onore dal titolo CURÆTION-25, occasione in cui verranno eseguiti brani dei Cure con la partecipazione dei membri del gruppo, leader incluso. Per il magnifico anniversario che intercorre proprio quest’anno, invece, è stato annunciato un tour magistrale (ve ne avevamo già parlato qui) ed un concerto da capogiro il 7 luglio ad Hyde Park ovviamente già sold out, vista la presenza di Interpol, Goldfrapp, Editors, Ride, Slowdive e Twilight Sad come ospiti sul palco. Altri colpi di scena? La notizia seguente è fresca di pochi giorni: preso dal sostanzioso ascolto musicale negli ultimi sei mesi (a lui il compito di scegliere gli artisti per il Meltdown), Robert Smith ha deciso di tornare in studio ed incidere qualcosa di nuovo, partendo da semplici demo che, si spera, diventeranno canzoni di una tale bellezza che solo lui ed i suoi compagni sanno dare, quasi come in quel periodo in cui detestarono le loro note ed invece nacque un capolavoro paradisiaco come Just Like Heaven.

Ancora una volta la musica riesce a salvare. Ancora una volta lei è la Cura.