di Costanza Ambrosi

 

Soko è il nome d’arte di Stephanie Sokolinski, artista poliedrica di origine polacca ma francese d’adozione, che già a sedici anni aveva capito quale sarebbe stata la sua strada.

Ragazzina dal temperamento eclettico, fuori dagli schemi, Stephanie lascia Bordeaux, dove è nata, per studiare recitazione a Parigi ancora adolescente. Dopo alcune partecipazioni in diverse produzioni cinematografiche francesi, arriva il successo che le segnerà il futuro, in modo del tutto inaspettato.

Nel 2006 su Myspace I’ll Kill Her, una sua canzone registrata con il proprio cellulare, ottiene 3 milioni di visualizzazioni. Una manciata di minuti registrati e prodotti senza artifici nella propria stanza le valono così un successo incredibile e inaspettato, ma a Soko sembra non importare.

Subito dopo il caso Myspace, nel 2007, dopo essersi autoprodotta l’EP Not Sokute e dopo aver aperto i concerti di icone come Pete Doherty e M.I.A, Soko decide di decretare la fine della sua carriera musicale, dichiarandosi morta su Myspace per dedicarsi alla sua originaria passione, la recitazione. In quegli anni recita in diverse pellicole francesi che le permettono di calcare il sofisticato tappeto rosso di Cannes (In The Beginning, del 2009, e Augustine del 2012).

Fonte: atlargemagazine.com/features/soko/

La repentina decisione di allontanarsi dalla musica si rivelerà essere una parentesi momentanea, dettata dall’istinto, dalla pancia, perché nel 2013 Soko tornerà a far parlare di sé e della sua musica, e lo farà con il suo primo album da solista, I Thougth I Was An Alien (Warner). Soko rappresenta uno di quei rari casi in cui la fama e il successo non hanno generato attacchi di magnificenza e assolutistico egocentrismo: Soko non ha cavalcato l’onda della popolarità mediatica, ma, coscientemente, se ne è allontanata per poter decidere liberamente cosa essere, cosa diventare, senza assecondare la folla.

I Thougth I Was An Alien si presenta di fatti come continuum del singolo I’ll kill Her che l’ha resa celebre, ma questa volta al suo fianco, per la Warner, c’è Fritz Michaud, che tra le oltre cento canzoni scritte, ha saputo selezionarne 14 perfettamente in linea con lo spirito dell’attrice/cantautrice. Cantautrice, perché la ragazzina acqua e sapone che ha lasciato la sua carriera al caso e al destino è cresciuta, è maturata. Ha compreso che, oltre che nella recitazione, il suo spirito artistico poteva esprimersi liberamente attraverso la musica.

I Thougth I Was An Alien è un album “sussurato”. Con la sua voce Soko esprime la sua anima errante, le riflessioni che in questa sua vita vagabonda le hanno riempito i pensieri, la gola e il cuore. Un disco molto intimo e personale, dove si affrontano temi “sacri” per i più sensibili: l’amore, la solitudine, la morte e la libertà, e in questo preciso ordine:

We met one day when I thought I was an alien
I told you to get a costume and dance with me like an alien
You told me that you were not quite a good dancer (…)
When you look at me as if I was a freak
But you said you like freaking people
So I thought you might love me a little bit…

Estremamente dolce nei contenuti: piccole e dolci caramelle immaginifiche di realtà, innocenti e naturalmente leggere, come in First Love Never Die, piccolo carillon nostalgico di un amore che fu.

Fonte: www.vice.com/en_us/article/vdpnpx/le-reve-joan-jett-and-soko

Se questo suo primo lavoro può dirsi un contenitore di perle acustiche, il suo secondo album My Dreams Dictate My Reality (Because Music, 2015) è ancora un altro cambio di rotta. In questo secondo progetto Soko radicalizza la sua musica verso una direzione più forte e istrionica, che possiamo definire Nostalgic-Punk-Chic.

Nostalgic Punk perché la stessa Soko desiderava fosse proprio Robert Smith a produrlo. A produrre l’intero lavoro non fu Smith, ma il Ross Robinson, produttore del dodicesimo omonimo album dei Cure. Difatti, se ci si dedica all’ascolto di Fantastic Planet, di Love Trap (con la collaborazione di Ariel Pink) o di Visions si perde in un attimo la cognizione del tempo e dello spazio e si torna ad un passato un po’ dark e un po’ sinth, estemporaneamente gradevole. E poi Chic, perché in My Dreams Dictate My Reality c’è il richiamo anche delle sofisticate sonorità decadenti della new wave, come in Who wears the Pants?? o Peter Pan Syndrome.

Insomma, si tratta di due album che non hanno nulla di particolarmente innovativo, ma che sicuramente possono dirsi, due produzioni, prima che discografiche, artisticheSoko liberamente ha deciso come orientarsi, ha deciso di ascoltare la propria inclinazione declinandola secondo quanto, spontaneamente, la sua ispirazione le suggeriva. Ora attrice, ora cantante, sembra essere mossa sempre e comunque dalle proprie sensazioni, al di là dei propri affari e del successo. Un’artista libera di cui si hanno ben pochi esempi al giorno d’oggi, un’artista che si dichiara priva di qualsivoglia bene eccetto la sua arte.

Da poco più di un mese è diventata mamma del piccolo Indigo Blue e per adesso, all’orizzonte, non sembrerebbero esserci nuove produzioni o progetti, ma sappiamo bene che tornerà perché, in fondo, al cuore non si comanda.