A seguito dell’incontro del Comitato Intergovernativo per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale tenutosi il 7 dicembre a Jeju, nella Corea del Sud, l’Italia ha registrato un guizzo di rivalsa agli occhi dell’umanità – guarda caso, grazie all’unico pregio che ci accontentiamo di avere, quando recitiamo come dei robottini tutte le cose che invece non vanno nel nostro Paese. Come ampiamente declamato in questi giorni, l’arte del pizzaiuolo è stata inserita, insieme ad altre arti popolari, fra le trentatré nuove acquisizioni della Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Questa lista, consultabile sul sito ufficiale dell’UNESCO, “include le forme di espressione che testimoniano la diversità del patrimonio intangibile e che aumentano la consapevolezza dell’importanza di quest’ultimo”.

Sono presenti molti tipi di forme musicali, danze e strumenti, arti trasmesse in maniera informale, ma non per questo meno degne di essere innalzate a monumento e documento dell’identità culturale del paese d’origine. Diamo una rapida occhiata:

abbiamo il Punto, poesia musicata dei contadini cubani;

i canti polifonici dell’Horehroine, una regione della Slovacchia – che si spera non ricordiate solamente per questa esibizione dell’Eurovision Song Contest del 2010;

 

il rito del Kushtdepdi del Turkmenistan, che consiste nell’improvvisazione di versi e musica di buon augurio, accompagnati da movimenti dei piedi e gestualità particolari;

il Rebetiko, repertorio greco oggi standardizzato, ma originato da canti e danze della working-class;

la musica per danza è salvaguardata anche per merito dello Zaouli, praticato dai Guro, una comunità della Costa d’Avorio;

preservata anche la musica eseguita con rari strumenti, nonché la tecnica con cui questi sono stati realizzati dagli artigiani nel corso dei secoli: figurano l’organo tedesco; la Uilleann piping, una tipica cornamusa irlandese; il tamburo Sega dell’Isola Rodrigues, compresa nell’arcipelago delle Mauritius; il Kamancheh o Kamancha dell’Iran e dell’Azerbaijian, un millenario strumento a corde; e la musica khaen del Laos, suonata con uno strumento simile al flauto di pan.

Ancora fieri dell’impasto Sorbillo? Le premesse della Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale (che potete trovare qui) sono delle più nobili:

[…] riconoscendo che i processi di globalizzazione e di trasformazione sociale, assieme alle condizioni che questi ultimi creano per rinnovare il dialogo fra le comunità, creano altresì, alla stregua del fenomeno dell’intolleranza, gravi pericoli di deterioramento, scomparsa e distruzione del patrimonio culturale immateriale, in particolare a causa della mancanza di risorse per salvaguardare tali beni culturali, […] considerando il bisogno di creare una maggiore consapevolezza, soprattutto fra le generazioni più giovani, riguardo alla rilevanza del patrimonio culturale immateriale e alla sua salvaguardia.

L’articolo 2 della Convenzione recita così: “per patrimonio culturale immateriale s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana […]”. E più avanti: “Il “patrimonio culturale immateriale” […] si manifesta tra l’altro nei seguenti settori: a) tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale […]”.

Chi più degli italiani, discendenti diretti della madre di gran parte delle lingue europee, è terrorizzato dalla salvaguardia della lingua, salvaguardia che poi si traduce in un arroccamento schizoide e contraddittorio (la lingua servirebbe per comunicare) in forme che si compiacciono di sé stesse? Una cosa è segnalare l’errore quando è palese e generatore di confusione e incomprensione, altro è adularsi per aver indovinato il congiuntivo oppure ricorrere a sinonimi arcaici o connettivi e avverbi che risulterebbero fuori luogo anche in un trattato di botanica del 1700. Usare come scudo 1984 per il pericolo della neolingua ci dice molto sull’immaturità del nostro paese, nonostante sia da sempre stato la culla dell’arte. Questa, in molte popolazioni, serve come elemento di coesione per le comunità, come mezzo di promozione sociale: infatti, danze e canti come quelli appena elencati possono essere praticati durante celebrazioni, feste locali e regionali – badate bene: tutte fuori dalle vostre comode quattro mura!

Niente di più lontano dalla nostra situazione, in cui si guarda al passato e si inneggia alla salvaguardia di un patrimonio a rischio solamente per non sforzarsi di crearne uno nuovo che corrisponda allo spirito dei tempi, con i formidabili mezzi che ora abbiamo a disposizione; eppure, quando ci proviamo, riusciamo solo a fare una brutta copia del passato. Oltre l’onnipresente pizzica, cosa abbiamo? La musica in Italia non sta affatto messa bene perché manca sempre di più il senso di identità, che invece in questi altri paesi, le cui manifestazioni guardiamo anche con un sorrisetto canzonatorio (troppo plebee?), c’è eccome. Non è un caso che gli unici rappresentanti italiani, inseriti nella Lista quasi dieci anni fa, siano gli isolati pastori sardi con il loro canto a tenore. Così scriveva Grazia Deledda del suo popolo:

Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza.

D’altra parte si potrebbe contestare quest’ottica come eccessivamente xenofila: l’arte della pizza è un bene da salvaguardare, proprio perché la pizza è diffusa in tutto il mondo, e spesso in modo sbagliato; da cui l’esigenza di creare e proteggere degli standard di qualità. Chi pratica invece oggi tutto quel patrimonio di danze e musiche, per un interesse che non sia meramente erudito, peccante di storicismo e, se vogliamo, con una certa mancanza di rispetto? Piccola osservazione in coda: la difficoltà di reperire immagini e video di queste arti in una buona risoluzione potrebbe essere sì dovuto a una modalità di trasmissione genuina e non ancora sporcata dai social media, ma anche a una diffusione quasi inaridita e fin troppo di nicchia.

Le decisioni dell’UNESCO quindi possono apparire come una forzatura per noi che non siamo più abituati a coinvolgere la musica nel calendario delle nostre attività quotidiane con una propensione attiva e fisica; oppure possono essere accolte con approvazione, ma solamente perché ci aspettiamo che sia una norma a garantirci che siamo dalla parte del giusto, quando ci rivolgiamo al passato con le parole e non con i fatti. In entrambi i casi non ne usciamo puliti. Sarebbe meglio allora guardare Amici, The Voice e X-Factor con ingenuità, piuttosto che confermare agli occhi del mondo la nostra provincialità in materia di promozione artistica.