Nel 1979 i britannici The Buggles, risorti dalle ceneri degli Yes, pubblicarono il loro primo singolo, nonché imperitura hit da dancefloor o riviera, pezzo dal nome fortunatamente poco profetico: è con Video Killed the Radio Star che si incarnava, probabilmente, il timore delle emittenti radiofoniche di venir spodestate dal trono dell’esclusività.

Erano anni frizzanti, concitati, appassionatamente entusiasmanti ed il meglio della rivoluzione visuale che aveva investito la scena musicale moderna doveva ancora arrivare. Orgogliosa ereditiera di esperienze innovative quali l’Exploding Plastic Inevitable di Warhol nella seconda metà degli anni Sessanta, la musica si preparava per  il fenomeno mediatico più stupefacente e globalmente influente che si potesse immaginare. Il 1° agosto 1981 nacque MTV e, se lo schermo di una televisione a tubo catodico iniziò a tramutarsi nella nuova finestra sul mondo alla portata di tutti, le scene di Londra, Tokyo o New York divennero presto gli skylines quotidiani sui quali era possibile affacciarsi.

In Italia quasi un quarto di secolo prima aveva preso piede il fenomeno dei musicarelli, lungometraggi predisposti ad una duplice funzione: promozione discografica e testimonianza del vero, spaccato di una gioventù del Bel Paese che richiedeva la propria emancipazione negli anni del boom economico del secondo dopoguerra. I cantanti del momento rivestivano il ruolo da protagonisti di questi film. Potremmo citare Mina, Celentano, Rita Pavone o Caterina Caselli, ma ci risulta quasi impossibile non dedicare una menzione d’onore al capolavoro diretto nel ’65 da Ettore Maria Fizzarotti Non son degno di te, pellicola in cui lo spettatore può godere di un pathos eccezionale negli ultimi minuti. L’attenzione si focalizza sullo sguardo dell’attrice Laura Efrikian e i close up di macchina subiscono una metamorfosi in blow up all’Antonioni maniera, con la sola differenza che in quest’occasione, a saltare in aria sulle note di In ginocchio da te di Gianni Morandi è la freddezza nichilista del cuore umano.

Tenendo a mente che le uniche componenti restìe all’anacronismo capaci di far imbestialire l’etichetta del vintage siano i sentimenti e focalizzandoci sull’arte visuale contemporanea ed i suoi mezzi di comunicazione, potrebbe sorgere un interrogativo über alles: cosa cambia tra gli occhi della Efrikian ripresi cinquantatrè anni fa e quelli di Angelo Cipriani, male character nel videoclip della canzone Paracetamolo di Calcutta?

In alto: Close up su Laura Efrikian, protagonista del film “Non son degno di te” diretto da Ettore Maria Fizzarotti nel 1965. In basso: Angelo Cipriani, protagonista del videoclip di “Paracetamolo” di Calcutta, diretto da Francesco Lettieri nel 2018

La risposta: nulla. Con quest’affermazione non vogliamo certo sminuire il vissuto culturale di un’istituzione intoccabile come il cinema, ma ci interessa far seppellire l’ascia di guerra e prendere atto del cambiamento: i tempi in cui i video costituivano delle appendici subordinate alla track di fondo sono finiti, è giusto che rivendichino appieno la loro autonomia.

In questo Francesco Lettieri è un gran maestro. Classe 1985, nato a Napoli ma trasferitosi a Roma per conseguire gli studi al DAMS mai terminati, inizia dai cortometraggi e sogna la regia sul grande schermo. Da meno di dieci anni è uno dei fulcri energetici intorno ai quali ruotano musica ed immagini, collaborando con artisti come Giovanni Truppi, Fast Animals and Slow Kids, Motta, Noyz Narcos, Liberato, Carl Brave x Franco126, Thegiornalisti e Calcutta, per il quale ha redatto un vero e proprio manifesto estetico. Lettieri riesce, in modo unico e sublime, a conferire un volto alle storie del figlio-prodigio di Bomba Dischi: ecco che le pene d’amore adattano la sostanza ad una forma peculiare e le narrazioni si svolgono in scenari tipici, rivendicando una palette di colori che ne diventa quasi un marchio di fabbrica. Per usare una proporzione matematica, il featuring professionale col paladino di Latina sta al pubblico indie come il pacchetto completo Wes Anderson sta agli hipsters cinefili.

Già nel videoclip di Cosa mi manchi a fare, secondo brano dell’album Mainstream, era possibile presagire la ventata di novità che stava arrivando e quel bambino straniero emotivamente vagabondo nei vari luoghi del Pigneto sembra fuggire dal principio del hic et nunc, si scosta dal carpe diem e da tutte quelle massime latine che abbiamo appreso negli anni del liceo. Consapevoli della differenza anagrafica, vediamo piombarci addosso la scoperta più banale, più bistrattata: nell’immedesimazione risiede l’eternità, nel mal comune c’è quel mezzo gaudio mascherato da fazzoletti accartocciati e pezzi di vita mai dimenticati. Siamo solo noi, generazione di ghostbusters rinnegati che non lasciano andar via i fantasmi del passato. Anche Del Verde, traccia n°8 dell’album, vanta uno styling firmato Lettieri. Cortina D’Ampezzo fa da sfondo ad Edoardo e al suo disagio, entrambi inseguiti da zoommate analogiche stile anni ’70, che passano da campi totali a primi piani, e perfettamente coordinate dal direttore della fotografia Gianluca Palma.

Con queste basi scolastiche precarie potreste già notare le differenze tra i due video descritti e quello di Frosinone: non sbagliereste, il viaggio notturno con la tastiera è stato diretto da Daniele Babbo aka Dandaddy. Oroscopo, singolo uscito nel 2016, ricorda il video amatoriale che una qualsiasi coppia avrebbe potuto girare per immortalare un’intima quotidianità; la bellezza del ricordo, però, si scontra col masochismo cattivo di chi lo conserva nella memoria del proprio telefono per riguardalo a posteriori. E c’è il bello, c’è il brutto, c’è l’inizio e c’è una fine. C’è la sorpresa, l’assoluta verità. La protagonista del videoclip è Silvia, la ragazza di Lettieri all’epoca delle riprese, scelta per mostrare una genuinità che nessuna dote attoriale avrebbe potuto conferire. Ci sono anche la sorpresa e l’assoluta verità in quei tre minuti e ventisei secondi.

Frame dal video di “Oroscopo” (2016)

Il 25 maggio 2018 è uscito Evergreen, il secondo disco di Calcutta. Fino ad ora i video pubblicati sono quattro: Orgasmo, Pesto, Paracetamolo e Kiwi. Già dal primo torna ad affermarsi quell’estetica intimista così pura e delicata che sfida il paradosso; regista e cantante riescono nell’impresa di parlare di distanze pur creando connessioni. I toni freddi, dal canto loro, scaldano incredibilmente l’anima. Pesto è assurdo, una spiaggia d’incontro, un luogo sicuro dove le onde non minacciano ma cullano ed il cielo è guerra e pace, stimolo mnemonico che rievoca il fascino di Moonrise over the Sea, dipinto del 1822 di Caspar David Friedrich. In Paracetamolo si sfiora l’onirico, l’amore assume forme elevate ed apparentemente irraggiungibili, quello tra l’ometto trasandato e la barista del paese è un sentimento che non ha nulla a che vedere con la farsa; stesso discorso vale per gli anni ’80, seppur congelati nelle ambientazioni e nei costumi scelti da Antonella Mignogna. Gli occhi di Angelo sono sinceri, proprio come quelli della Laura in bianco e nero. Il nuovo arrivato invece è Kiwi, videoclip girato in Bulgaria e totalmente spiazzante, ha raggiunto tantissime visualizzazioni in un minuscolo lasso di tempo e ai nostri occhi profani appare forse come il più bello mai realizzato; nel caso non l’aveste ancora visto, ve lo lasciamo qui senza anticiparvi nulla.

Diversamente da quanto si possa pensare, il punto di forza di questo regista non è la malinconia passiva per situazioni e tempi andati, concetto fraintendibile dall’adozione di uno stile dal sapore agée. Al contrario, la sua maestria consiste nel rendere lo spettatore partecipe, impedendogli di provare un qualsivoglia rimorso o senza di colpa. Si è dentro l’immagine, dentro il testo della canzone, dentro le note. Non è uno spleen, ma è un esserci costante, senza sospiri.

Il sodalizio tra Calcutta e Francesco Lettieri, senza troppi giri di parole, è come l’accoppiata cacio e pepe: insieme formano un vero e proprio brand vincente, un duo che potrebbe sfidare chiunque cadendo difficilmente nel fallimento. I video non hanno ucciso le star radiofoniche, anzi, le hanno elevate al rango di santi.