Street’s like a jungle
So call the police
Following the herd
Down to Greece, on holiday
Love in the 90’s
Is paranoid
On sunny beaches
Take your chances, looking for

Girls who are boys
Who like boys to be girls
Who do boys like they’re girls
Who do girls like they’re boys
Always should be someone you really love

Un anno dopo Modern Life is Rubbish, i Blur ci riprovano con il loro terzo album, Parklife. La strofa e il ritornello che ho appena riportato sono tratti da uno dei singoli di maggior successo, Girls & Boys. Come è suggerito dalla copertina del singolo, che sembra stare a metà strada tra il lieto fine di un fotoromanzo ambientato in una città della West Coast e una delle solite immagini che si trovano sulle confezioni dei Settebello, Damon Albarn canta dei promiscui amori estivi con l’intento di smascherare le facili fantasie, l’edonismo forzato e l’ansia di prestazione e di accettazione che i mass media degli anni ’90 non facevano che alimentare. Dal ritornello sembra che ragazze e ragazzi siano gemellati nel cercare di ottenere ciò che vogliono (qualcuno che ami veramente), nonostante la paranoia collettiva legata alle malattie sessualmente trasmissibili.

Cover del singolo Girls & Boys (1994)

Cover del singolo Girls & Boys (1994)

Siamo nel 2016 e la paranoia è rimasta, ma è di un altro tipo ed è ben più radicata. A dividerci non è il Treponema pallidum, ma un altro tipo di batterio: quello del pregiudizio culturale. È strano che un uomo ascolti Frank Zappa? E se lo facesse una donna? Se un ragazzo ascoltasse Beyoncé, diventerebbe automaticamente una checca agli occhi di tutti? No, sì, e sì, purtroppo. Il principio generale è che le donne abbiano gusti terribili in fatto di musica, spesso perché ascoltano solo ciò che passa la radio, oppure perché ascoltano solo canzoni sdolcinate. Per lo stesso principio, tutti i ragazzi che apprezzano la musica che viene etichettata ‘da donna’ diventano automaticamente un po’ donne, delle dolci e delicate creature. Secondo l’opinione comune, in una coppia è più naturale che sia la donna ad adottare i gusti musicali dell’uomo, perché ne è sprovvista, o perché in fondo ascolta musica orrenda, e quindi non può che fare un salto di qualità. Un uomo che non ascolta musica fa più impressione di una donna che non ne ascolta, perché da essa ci si aspetta frivolezza e Alessandra Amoroso.

Quante volte abbiamo fatto un raffronto con gli anni ‘60, quando le ragazze si strappavano i capelli per i Beatles, mentre ora lo fanno per Justin Bieber o per Benji e Fede? A posteriori il genio dei Beatles è fuori discussione, ma a quei tempi il binomio fama-qualità era interpretato come oggi. Se una ragazza ascoltava i Beatles, era dato per scontato che lo facesse per motivi diversi da quelli di un ragazzo, egualmente fan di John&Paul&George&Ringo. Ma i giovani sono così, dopotutto, sono un continuo estremizzare. Quando si cresce sopraggiungono altre incombenze che rubano tempo e forze, e la carica emozionale deve essere ridistribuita. Lo spazio concesso alla musica diviene più limitato, e così anche la volontà di aggiornarsi. I gusti musicali diventano più rigidi insieme a tante altre abitudini. Ed è così che si invecchia, e non c’è un’età precisa in cui questo accade. Può succedere a 25 come a 45 anni.

Non per le donne però! Se finora queste vi sono sembrate solo tipe da chiacchiere acide e qualunquiste, uno studio può venire incontro alle nostre esigenze chiarificatrici. Ajay Kalia, collaboratore di Spotify e di Echo Nest, ha constatato che, sia uomini sia donne, attorno ai 30 anni cominciano ad allontanarsi dalla musica commerciale. E questa non è una grande scoperta. Quello che incuriosisce è che le donne siano più tenaci nel tenersi aggiornate.

(fonte: skynetandebert.com)

(fonte: skynetandebert.com)

Due fattori allontanano questa transizione dalla musica commerciale, secondo Kalia. Primo: gli ascoltatori scoprono generi meno familiari che non avevano ascoltato alla radio nella prima adolescenza. Secondo: gli ascoltatori ritornano alla musica che era popolare quando si avvicinavano alla maggiore età, ma che ora è sorpassata. “Tuttavia, il calo dell’ascolto di musica commerciale è molto più vertiginoso per gli uomini che per le donne. Le donne mostrano un declino lento e costante nell’ascolto di musica pop fra i 13 e i 49 anni, mentre gli uomini scendono in picchiata a partire dall’adolescenza fino attorno ai 30, e a quel punto incontrano l’effetto “lock-in””.

Se proprio vogliamo infierire, le donne sono così spersonalizzate da non riuscire a costruirsi un proprio patrimonio di ricordi e affetti musicali senza doversi affidare alla radio o ad altri servizi di streaming. Oppure le donne possono fare entrambe le cose e riescono ad andare oltre la trinità dissonante AC/DC-Pink Floyd-Led Zeppelin, tanto cara a tutti gli adolescenti in piena crisi ormonale che usano la musica come strumento di validazione sociale e per distinguersi dalla massa. I ragazzi che si difendono dagli attacchi immaginari del mondo dietro uno scudo fatto di cuffie e gli uomini che canzonano le fidanzate per i loro gusti banali non sono tanto diversi, perché il problema non sono i gusti, ma il modo in cui si ascolta la musica. Ascoltare per vent’anni Back In Black è come ascoltare la playlist Global Top 50 di Spotify. Che crescita c’è? O vogliamo veramente pensare che l’essere umano possa essere così facilmente racchiuso in un solo genere, in un solo artista, di un solo periodo? Tra questi tuttologi c’è qualcuno che sa chi si esibirà al Primavera Sound? Tutti abbiamo avuto le nostre fasi: house, emo, metal, Ligabue (è un genere a sé)…Ma la bellezza della maturità non deriva proprio dal vivere oltre le estremizzazioni, dal riuscire a sperimentare più stati d’animo insieme, dal sentirci capiti sia da Elio e Le Storie Tese sia da Adele, dall’accettare che si possa andare oltre i soliti tre accordi, ma che possiamo ritornarci senza vergogna, senza virtuosismi (anche perché nemmeno li capiremmo)?

 

 

In copertina: scena tratta dal film di Zach Braff: La mia vita a Garden State.