È uscito oggi, anticipato da tre singoli, l’ottavo album in studio dei Muse: Simulation Theory. Il terzetto britannico, dopo anni sulla cresta dell’onda, continua instancabile la propria produzione musicale. Nonostante tutto, continua ad avere un seguito notevole anche in Italia. Non faremo una recensione del nuovo disco, ma cercheremo di offrire uno sguardo su come si “venda” il prodotto Muse – similmente a tanti altri -, relegando le ormai annacquate componenti musicali sullo sfondo.

Già dall’annuncio delle date nel Bel Paese risaltano due aspetti, che possono fare da chiave di lettura per analizzare non solo il fenomeno Muse, ma anche un mondo dell’intrattenimento sempre più vorace: il grande dibattito scatenato sui profili social e i toni con i quali viene presentato il tour. Il primo, di cui in fondo facciamo parte anche noi con questo articolo, si potrebbe riassumere nella contrapposizione fans vs haters, ma non è soltanto questo. La causa di un così acceso scontro sembra avere diverse origini: chi dice che si siano svenduti, chi rimpiange i vecchi tempi e adesso li trova insopportabilmente snaturati, chi invece li difende a spada tratta in nome di un amore incondizionato per Matt Bellamy e compari.

Il post di Indipendente Concerti che promuove “il più grande spettacolo al mondo”

Una cosa sembra certa, e si collega con i toni ai quali accennavamo prima: non si tratta – se non marginalmente – di un confronto focalizzato sugli aspetti musicali, quanto piuttosto su una band che a qualcuno sembra ormai totalmente diventata un enorme carrozzone da spettacolo; e allora il tour che è già presentato come “il più grande spettacolo al mondo”, “il concerto più atteso del 2019” e quant’altro. Quasi fosse un film, appunto, uno show a trecentosessanta gradi. E questo è pacifico, lo è sempre di più per tutti i grandi o meno grandi nomi dell’industria musicale da molto tempo. Forse però la band di Teignmouth ha calcato la mano un po’ troppo, mascherando dietro questa grandeur una sostanza musicale che pare una sorta di brodo primordiale continuamente rimescolato nel quale affiorano ogni tanto due o tre idee, magari potenzialmente interessanti, ma offuscate completamente dal sapore del contesto, troppo marcato per lasciar spazio ad altro.

Ai tempi del loro debutto, sulla scia di una rinnovata scena inglese rinvigoritasi soprattutto grazie a quella misconosciuta (irony) band chiamata Radiohead, i Muse erano saltati sul carro con un disco certamente non rivoluzionario, ma che lasciava intravedere una certa dose di possibilità. Dopotutto erano altri tempi, e per giudicarli dobbiamo aver ben chiara la prospettiva storica. Showbiz – titolo che risuona quasi esilarante visto da questa prospettiva – aveva il merito di amalgamare una voce caratteristica e suoni “computeristici” in un rock che odorava di nuovo millennio. La costruzione del culto ha però avuto anche altre tappe non meno importanti, anzi persino di più: Origin of Symmetry e Absolution hanno fatto breccia nel cuore di molti con melodie di piano e crescendo epici che sono divenuti marchi di fabbrica.

Proprio questo è il punto: fino a dove ci si può crogiolare nella propria riconoscibilità, nei propri tratti distintivi? Perché un conto è la chitarra degli Smiths, o la voce di Thom Yorke, ma altra cosa è invece mascherare una forma canzone che non subisce grandi variazioni da almeno dieci anni dietro a grandi show e una politica di vendita molto efficace. Non si contano tutte le ristampe, i live album, i dvd… Ma, evidentemente, c’è un mercato che asseconda queste scelte e va dato atto che i tre si siano saputi vendere molto bene. Ed è poi lo stesso mercato o quantomeno la stessa logica con la quale si rivolgono al pubblico altre grandi band protagoniste di “live show mozzafiato”, “spettacoli fenomenali” e quant’altro (Coldplay, Imagine Dragons, l’elenco è molto lungo).

Scrivevamo qualche tempo fa, parlando di Woodstock, di come la socialità e l’atmosfera creatasi durante i giorni del festival possa e dovrebbe essere d’ispirazione ancora oggi nell’organizzazione e nella fruizione di eventi dal vivo, ma almeno per quel che riguarda realtà come quella dei Muse sembra un’utopia. Dopotutto sarebbe da sempliciotti pensare che la musica non cerchi di guadagnare e far guadagnare, anche in termini di soldi oltre che di popolarità. E dunque, al di là delle fazioni di fan e di hater la realtà dei fatti è che la band inglese probabilmente collezionerà gli ennesimi sold out, raggiungerà ancora una volta le vette delle classifiche, farà emozionare e andare in visibilio un discreto numero di persone.

In fondo è questo il modello che si è venuto a creare, ed è lo stesso replicato in piccolo anche a X Factor e programmi simili: la musica che diventa spettacolo, spettacolo, spettacolo. Qualcosa che ci stupisca ad ogni costo, che cerchi di conquistarci attraverso lo stupore e – quasi scientificamente – livelli le emozioni del pubblico attraverso input ben studiati: il crescendo che esalta, le luci che lo colorano, la ballata che commuove, e quant’altro. Forse però la musica dovrebbe parlare ed emozionare anche senza un contorno tanto ingombrante.

Bentornati dunque ai Muse, che ci stupiranno a tutti i costi.

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