Dovendo scrivere una tesi in filologia romanza, la prima cosa che ho pensato quando ho letto l’articolo di Giovanni Ansaldo Liberato e il paradosso dell’anonimato è stata il paradosso cortese nella lirica provenzale delle origini. Vi illustrerò in breve i motivi per cui non dovete pensare che io sia una deviata.

La fin’amors – chiamata amor cortese a fine ‘800 da Gaston Paris – è un’esperienza di affinazione spirituale-interiore e poetica-pubblica. Attraverso il canto d’amore dedicato a una nobile signora, il poeta nobilita la sua ars (la poesia cantata a corte) e allo stesso tempo nobilita sé stesso: deve saper diventare un uomo migliore, degno del favore della dama. Questo processo di auto-nobilitazione richiede di auto-castrarsi a priori, perché, prima di tutto, la donna cantata è una donna nobile e sposata con un signore, e quindi non può ricambiare pubblicamente il poeta; secondo, se essa finalmente si concedesse al poeta, questi smetterebbe di affinare la sua arte.

Ma il poeta non avrebbe comunque motivo di orientare i suoi sforzi verso una dama inaccessibile. Non siamo ancora arrivati allo scioglimento dell’enpasse dantesco, in cui Dante decide di trarre piacere dalla sola lode dedicata a Beatrice. Nella stagione poetica provenzale, invece, se la domina non corrisponde in alcun modo il poeta-vassallo, se la signora non risponde cioè con generosità all’atto amoroso che legittimava il ruolo a corte del poeta, si genera un paradosso. La poesia non può rimanere autoreferenziale (inciso: che grande lezione potrebbero dare i provenzali a tutti i letterati che si trastullano di proposito per un amore non corrisposto!). Bernart de Ventadorn dimostra come l’invenzione cortese della fin’amors non abbia fondamento autonomo, come sarà invece per la poetica della loda; infatti, se lo scambio viene meno, deve venire meno anche la poesia. L’omaggio e il servizio feudale devono essere riconosciuti e ricompensati se sono rivolti al signore. Ma quando sono rivolti alla signora? Cosa succede se la donna si sottrae alla simmetria codificata attraverso la metafora feudale?

“È ‘n bel guaietto”, direbbe l’indimenticato Lenticchio. Per i poeti provenzali la risposta è varia: si sceglie un’altra donna più valorosa, si continua ad attendere, oppure si tace per sempre. Il fulcro del discorso diventa cosa significhi fare poesia d’amore in volgare, quali sono i rischi nel legare la propria identità sociale e autoriale in modo così forte alla tematica amorosa.

Fonte: deejay.it

Dal punto di vista musicale, per Liberato viene la parte più difficile, perché il giochino dell’anonimato, da solo, non può funzionare in eterno. Quale sarà la sua prossima mossa? Arriverà un album? E, soprattutto, riuscirà Liberato a essere all’altezza delle aspettative che lui stesso ha alimentato? […] Non è che alla fine il marketing si mangerà la musica?

Ansaldo si augura di no, anche perché reputa Liberato “una potenziale boccata d’aria fresca per la musica italiana”. Aria fresca non saprei, perché la musica contemporanea, e soprattutto quella italiana, non ha bisogno di gente ironica. Liberato coi neomelodici non condivide un bel niente, eccezion fatta per il mezzo linguistico, che però si riduce al ripetere come un disco rotto espressioni stilizzate partenopee che sanno più di parodia che di genuinità – rigorosamente in capslock perché il terrone è rumoroso: ‘NGOPP ‘O BANDCAMP, ‘NGOPP ‘A SPOTIFY, UÀNEMA ‘RO PRIATÒRIO, ‘ERRVUTAT’. Questa la Persona Liberato. E la sua musica invece? Nino D’Angelo la pensa così:

In questi mesi ho sentito parlare spesso di Liberato, un cantante anonimo che sta spopolando sulla rete.Incuriosito da…

Pubblicato da Nino D'Angelo su Venerdì 7 luglio 2017

Il neomelodico viene etichettato in questo modo nel 1993 da Peppe Aiello. Si individuano per la prima volta le linee fondamentali che contraddistinguono il genere: esso condivide con la vecchia canzone napoletana il linguaggio e il luogo di nascita, ma non l’estrazione sociale dei parolieri e dei cantanti, da cui una differenziazione estetica. I neomelodici sono gente di quartiere, che non cercano di “rappresentare un’immagine oleografica della città, una cartolina pubblicitaria che presenta il Paese del Sole all’Italia e al mondo intero”, ma di “descrivere quella Napoli che si sente diversa, se non in contrasto, dal resto della società italiana” (Sabrina Vitiello).

I video di Liberato sono diretti in maniera sapiente e professionale, la scelta degli attori, della fotografia e della narrazione è impeccabile. Nulla a che vedere con i videoclip imbarazzanti e arrabattati dei neomelodici. Questi, oltretutto, si fanno chiamare sempre per nome (notate bene, come tutti i cantanti usciti dai talent show), segno che la loro musica è sempre legata alla loro identità, e la loro identità è legata indissolubilmente alla terra di cui cantano. Mentre Liberato, dopo lo show a luci spente del MiAmi, si esibirà sempre in Padania al Club to Club, Alessio canterà qui:

Chi ascolta Liberato? Gente che sorride sorniona ai vari ‘NU BACIO che pubblica lui o chi c’è dietro di lui, gente che segue DeerWaves e che ha più probabilità di leggere questo articolo che di pubblicare sulla propria bacheca cose come:

La proposta ninja di Liberato non funzionerà per un genere come il neomelodico, perché abbiamo capito che Liberato non è neomelodico. Ma l’anonimato non funziona nemmeno per il suo opposto: non ha giovato nemmeno a Gazzelle e alle varie meteore del nü indie, che durano il tempo di una stagione estiva. Forse Liberato o i nuovi cantautori timidi hanno imparato, come Bernart de Ventadorn, che è rischioso metterci la faccia. Ma per fare musica bisogna assumersi dei rischi.

Cosa bisogna imparare da chi ci mette il nome e la faccia? Che c’è una zona grigia fra l’anonimato e il presentarsi nudi di fronte al pubblico. Fra l’essere nessuno e l’essere Uno, c’è il personaggio.

Non scomodiamo Pirandello. Taylor Swift è maestra nel far credere ai propri fan di essere fan di una brava persona. Nel video di What You Made Me Do Taylor veste i panni di una mistress che rimanda al mittente tutti gli attacchi rivolti alla sua persona. Alla fine del video, sconnesso e allegorico fino allo sfinimento, la teatralizzazione si ripiega su sé stessa: sono presentate in fila le vecchie Taylor, così facilmente contraddistinguibili da far paura. Che Taylor Swift abbia imparato, oltre a rappare, ad alleggerirsi e a ridere di sé stessa? Probabilmente no, perché ad emergere è sempre la pesantezza della sua persona e la forza con cui si è fatta spazio nel mondo della musica. La sua musica, semmai, viene valorizzata grazie alla sua persona. Come fa la gente a non rendersi conto che dietro ogni Persona Taylor c’è la costruzione di un personaggio?

Allo stesso modo, perché ogni talent ci tiene tanto a farci vedere i dietro le quinte e le storie degli artisti? Perché così possiamo credere di tenere per una persona, e non per un personaggio costruito a tavolino. E perché fondamentalmente dietro la persona non c’è l’artista, o un artista degno di essere chiamato tale. Poi ci sono i casi come Valerio Scanu, in cui si spreme persona e artista. Ma non mi sento di fraternizzare con chi fa del vittimismo quando ha già raccolto i frutti di un successo basato sul nulla. Il vittimismo si deve fare quando si è ancora sulla cresta dell’onda, come fa Tay Tay, perché aiuta a rendere corposo il personaggio.

È la musica che dovrebbe far parlare la persona, la sua tecnica, la sua sensibilità, la sua capacità di vedere il mondo con lucidità. Dovrebbe. Ma siamo in un mondo in cui i Kolors si esibiscono per tutta l’estate in posti come Marina di Castagneto, Marina di Pietrasanta, Zafferana Etnea… e poi a gennaio ti sparano cinque date in Germania.

E non a Ludvigsburg come Nino D’Angelo.

Neomelodici di Palermo. Fonte: agavepalermo.com

Fonte immagine di copertina: panorama.it