C’è chi pensa che la signora Carter abbia rubato la scena a Christina Aguilera, e a buon diritto. 15 giugno 2018: esce per la RCA Records Liberation, ottavo lavoro di cuore e fegato di Xtina. 16 giugno 2018: esce per la Roc Nation, etichetta di Jay Z, Everything Is Love, il frutto dell’amore dei coniugi Carter.

Sulla Aguilera pesa il pregiudizio sugli anni 2000, anni non particolarmente arguti, anti-estetici, poco cool. Sono anni ancora troppo vicini a noi per riconsiderarli con giustezza, o al limite per riciclarli in un’ottica di revival (per quello siamo ancora fermi al recupero degli anni ’90, grazie all’itpop). Non gioca a favore di Christina anche il filo conduttore dell’album: la ricerca personale, l’incontro con la parte più intima di sé stessa, l’epilogo assolutorio, la liberazione. Non acchiappa.

Ma alla stessa Christina non importano le classifiche di vendite: Maria, uno dei brani più trascinanti dell’album, rappresenta non solo un grido d’aiuto a quella parte perduta di sé stessa (Maria è il secondo nome della cantante), ma anche un riferimento all’eroina di Tutti Insieme Appassionatamente, Maria Von Trapp.

Questo album è molto importante per me, perché è un riflessione, un voler tornare indietro a quella bambina che voleva cantare per le giuste ragioni, non necessariamente per scalare le classifiche.

Sia Maria che l’audace e sperimentale Accelerate sono stati prodotti da Kanye West, ma il secondo brano ha avuto la meglio: infatti Accelerate è stato scelto come primo singolo dell’album – complice l’arrivo della stagione estiva e la necessaria urgenza di un brano meno sofferto o personale per scalare quelle famigerate classifiche. Stesso discorso vale per la ballad femminista Fall In Line, dato che molti sentono ancora inspiegabilmente il bisogno di confrontarla con Beautiful. Il brano è cantanto in coppia con Demi Lovato, arriva dove deve arrivare, ma bisogna guardare in faccia la realtà, e cioè che non si può affrontare il caldo con versi come questi: All the youth in the world will not save you from growing older. Di nuovo, purtroppo, non può acchiappare.

I Carters, Beyoncé e coso, possono essere sottoposti alle stesse critiche? A quanto pare no. Perché hanno avuto l’intelligenza di sovrapporre il terzo e (speriamo vivamente) conclusivo capitolo del loro dramma coniugale al motivo della lotta razziale della cultura afroamericana (Black Effect).

Già il loro singolo di lancio Apeshit è tutt’altra storia: tramite una vera e propria appropriazione culturale al contrario, i Carters fanno del Louvre la loro reggia, diventano loro stessi le opere d’arte a cui il mondo europeo e razzista ora guarda. Saremo anche apes, scimmie, ma intanto con i nostri soldi (che siano migliaia o bilioni poco importa), abbiamo girato un video nella roccaforte del vostro paradiso colonialista.

Ad emergere in tutto Everything Is Love è La Donna, in modo diverso dalla liberazione della combattiva Aguilera, ancora troppo umana. Beyoncé domina con le sue disvelate doti da rapper tutto l’album, s’impone per la terza volta sull’inerme marito: Jay Z ce le ha prese con Lemonade, ha fatto mea culpa con 4:44, e ora serve come supporto per il piedistallo dell’indiscussa Queen Bey. In LoveHappy, nona traccia che suggella l’album, Bey dichiara: “We came, and we conquered, now we’re happy in love”; ma più che proclamare la forza del loro amore, la signora Carter sembra assomigliare a una rabbiosa fidanzata che scrive i pizzini su Facebook, sperando che la sua rivale colga la frecciata e torni docile al suo posto. Come a dire, “Stay out of my territory”.

Ma se in Nice Beyoncé dichiara con orgoglio che non gliene frega nulla (per l’esattezza, two fucks) del numero degli stream, tant’è che Lemonade non è ancora disponibile su Spotify, allora come mai Everything Is Love è ora fruibile sulle principali piattaforme digitali, a pochi giorni dall’uscita esclusiva per Tidal? A maggio il servizio di streaming, acquisito da Jay Z nel 2015, era finito al centro di una polemica: i numeri degli ascolti di Kanye West e di Bey infatti sarebbero stati gonfiati intenzionalmente.

A significare che i Carters non sono intoccabili: si accorgono troppo tardi che l’esclusività non funziona più nella musica e nella sua fruizione, sempre più democratica; i Carters fanno anche degli scivoloni clamorosi, sbagliano amicizie (ce lo spiegano in Friends, che altri non sono che West & Kardashian), ma pare che abbiano imparato gli insegnamenti di Claire Underwood di House of Cards: “Non siamo nient’altro che quello che scegliamo di rivelare”. Il surplus di informazioni su questa coppia – basti pensare all’idea che ci siamo fatti del loro matrimonio – gioca in questo senso: non abbiamo spazio per immaginare altro, dato che è tutto lì, spiattellato. O meglio, processato, limato. Lo stesso Jay Z ha dichiarato che questo album è stato come una terapia per i due.

Che Liberation e Everything Is Love siano due tipi diversi di terapie è fuor di dubbio: al di là delle facili cat fight messe su da giornalisti improvvisati, la verità è che entrambi gli album sono dei lavori di pregio che raccontano a modo loro un vissuto attraverso un medium imprescindibile, ossia la musica. La differenza fra i due è che i testi di Liberation non hanno il filtro e il controllo applicato dai Carters nella forma della celebrazione della cultura hip hop. Più che celebrazione del loro matrimonio, che a tratti abbiamo visto essere mera facciata, stucchevole, l’album è a tutti gli effetti una potente dichiarazione d’amore per la loro blackness. Che mal si accorda con quel circolo chiuso che hanno messo su.

Se da una parte abbiamo Christina Aguilera, fortificata ma ancora in cammino, e dall’altra Beyoncé, che sarà pure autosufficiente ma che ha bisogno di Jay Z per rendere pieno il suo ruolo nel mondo hip hop, in mezzo abbiamo Florence Welch. Il cuore pulsante dei Florence and The Machine non ha alcuna intenzione di liberarsi, anzi: Florence sembra voler scavare ancora di più nel suo tormento con l’ultimo singolo Big God, che anticipa High As Hope. Ma le sue vicende personali non ci appaiono mai pesanti, sbavate e sopra le righe.

Stavolta nel videoclip del singolo un corpo di ballo non invade nessun museo, ma solamente il buco nero nell’anima della cantante. L’attesa di una risposta, di un messaggio che non arriva, la sensazione che quella persona esista ancora anche se si comporta come se fosse stato tutto fin(i)to, superficiale; infine la certezza di essere l’ennesima vittima del ghosting. Ancora una volta Florence sa rendersi portavoce del nostro tempo.

Il nuovo album di Florence and the Machine uscirà di qui a pochi giorni, il 29 giugno, ed è già stato anticipato da un altro brano minimale, Sky Full of Songs, di cui vi avevamo già parlato.

Inutile dirlo: non vediamo l’ora.