Che l’uscita di Mainstream abbia scoperchiato il calderone del cosiddetto ItPop è ormai acclarato unanimemente: prova ne siano, tra le altre cose, i due concerti allo stadio di Latina e all’Arena di Verona (senza alcun dubbio la più mainstream delle location italiane).

In un mondo in cui Diesagiowave detta leggi e soprattutto tendenze, si sono fatte chiare al contempo un ritrovato interesse nazional-popolare nella musica nostrana e il proliferare spasmodico di nuove voci, nuovi artisti tutti dannatamente interessanti, carini, coccolosi per il semplice fatto di – evidentemente – essere nuovi. Ha fatto scuola, ormai, il caso di Cambogia, fantomatico cantautore spuntato fuori dal nulla e diventato di culto nel giro di pochissimi mesi, vuoi per le giuste condivisioni, vuoi per lo stile, vuoi per la dose di mistero dietro la quale veniva celata la sua identità, rivelatosi poi essere una sorta di esperimento sociale di un’agenzia di videomaking siciliana. Proprio da questo caso partiamo per interrogarci, allora: perché Cambogia sì, ha trollato tutti (eppure, meraviglia delle meraviglie, c’è gente che ancora lo ascolta), ma ha limpidamente dimostrato come la voracità del pubblico sia un’arma totalmente incontrollabile: perché, parliamoci chiaro, Il mare non è niente di speciale era chiaramente una versione scopiazzata di Che cosa mi manchi a fare, tuttavia la massa non appena ha annusato profumo di indie è come andata in trance, rapita dalla paura di lasciarsi scappare la next big thing della scena italiana, e non ha capito più nulla.

Dove siano finiti l’attenzione al contenuto, alla sostanza sotto la patina di un’apparenza (si è scoperto poi) costruita ad arte sul calco qualcun’altro, non ci è dato sapere: probabilmente sono e restano merce rara.  Non basta, però, mettersi il cuore in pace e rimandare tutto ad un’inevitabile menefreghismo delle mode o, meglio, di chi corre loro dietro. Rimane infatti la tremenda sensazione che tra tutti questi nomi nuovi si celi non tanto un nuovo esperimento, ma una realtà che inconsapevolmente lo ripete.

Chi è CIMINI? Cosa ci dice Galeffi? Queste domande possono forse cercare una risposta nella loro musica, nella poetica (esageriamo? Esageriamo), ma diciamolo subito a dimostrazione di non essere imparziali: la sensazione è sempre quella, l’infinito ripetersi di copie, alter-ego da universi paralleli forse, un prodotto culturale che è prima prodotto e, solo sommariamente, culturale: perché strizza l’occhio al consumatore, pardon, all’ascoltatore e soddisfa il suo bisogno che (non è questa l’occasione per studiarne la genesi) in questo momento risponde al nome di ItPop.

Iniziamo una rassegna dei nomi nuovi della nuova scena indie italiana, ammettendo e sfruttando la nostra malcelata ignoranza sul tema per cercare di smascherarne, capirne, intravederne i riferimenti.

ANCORA MEGLIO è il primo disco di CIMINI, che abusa del caps lock e speriamo non sia per lo stesso motivo per il quale lo fanno gli utenti dei social in chiaro deficit di contenuti. Le canzoni sono nella quasi totalità dei lunghi elenchi (addirittura La leggi di Murphy è un chiaro occhiolino a Ma il cielo è sempre più blu), infarcite di concetti più o meno già sentiti: le filosofie orientali (Nicolò Contessa is that you?), i viaggi in treni regionali e via così. Il risultato è un album synth pop con tanti riferimenti a colleghi più illustri, partendo dal già citato Edroado e passando a Lo Stato Sociale che non abbiamo ancora citato ma che senza dubbio ha avuto un ruolo quasi seminale per la crescita esponenziale di questa congrega. Insomma un album dal quale si può facilmente prescindere, senz’altro orecchiabile, ma che difficilmente emerge dalla marea di replicanti e cose già sentite.

Evidentemente gli intro con il pianoforte che accompagna una voce maschile un po’ altalenante sono stati prescritti da qualcuno, perché anche Scudetto di Galeffi si apre con questa dichiarazione di intenti, tant’è che Occhiaie potrebbe anche lei essere una b-side di un disco di Calcutta. Poi l’album scorre veloce tra qualche divagazione e una generica riproposizione dei soliti schemi. Curiosissimo il caso di un brano, Quasi, che dura meno di un minuto e sembra scusarsi della sua esistenza non appena ti accorgi che è finito. E poi c’è Camilla che merita una menzione speciale: gira per mercatini, sfoglia libri per fare l’intellettuale, guardia le serie su Netflix… Però è un po’ noiosa. Insomma, Galeffi, evidentemente ce l’ha con una buona parte del suo pubblico femminile. (Per le interessate: https://www.wikihow.it/Essere-una-Ragazza-Hipster)

Colombre.

Altro nome che capita spesso di intercettare se si frequentano un po’, sui social e non, i membri di diesagiowave è quello di Colombre. Il suo primo lavoro, Pulviscolo, è tra questi sicuramente il più interessante e originale. Le atmosfere sono a tratti vagamente lisergiche, quasi sempre ritmate ed esotiche, e portano alla mente i Selton, di nuovo i Cani di Contessa, ma senza scimmiottare nulla. Non ce lo saremmo aspettato: questo è un disco che dice la sua. Il bello di partire prevenuti è anche sapersi ricredere.

I Miei Migliori Complimenti è soltanto il nome del prossimo progetto che ci capita sottocchio, ma non combacia certo con quel che vorremmo esprimere al riguardo. Le disavventure amorose di Walter e Carolina si ferma ad un titolo e un artwork accattivanti: il contenuto è uno scialbissimo pop che potremmo ascrivere al filone dei Pop X, se non fosse che a parte il glitch e certi suoni non ha niente della furia destrutturante della band trentina, anzi: canzoni d’amore banalissime e che se fossimo nel 2008 probabilmente canterebbero i dARI.

Chiudiamo con Giorgio Poi. Fa niente è il titolo del suo primo disco fatto di canzoni urlate (non ai livelli di Iosonouncane, tranquilli) che potremmo accostare vagamente a quanto scritto prima a proposito di Colombre. Anche qui indubbiamente si vede in trasparenza il mood calcuttiano, anche un po’ thegiornalistico, fatto di struggimenti d’amore tutt’altro che virili, quasi patetici, ma ha una declinazione meno scopiazzata e più personale rispetto ad altri. In più tira fuori qualche frase molto azzeccata (“ho dichiarato guerra a tutta la tua leggerezza”, una tra tutte) che contribuisce a rendere il disco abbastanza interessante.

Insomma, il mondo là fuori vuole l’ItPop, e ci sono stuoli di produttori pronti a darglielo, insieme a nuove leve cresciute ascoltando Vasco Brondi e Lo Stato Sociale, prima della folgorazione sulla via di Tommaso Paradiso. Occhio a non prendere tutto per buono e cerchiamo di pensare sempre chi siamo e da dove veniamo, ma soprattutto: dove stiamo andando?