Alle soglie del Music Modernization Act, le acque in cui nuota, o annaspa, la musica – chi la crea o vorrebbe crearla, chi la produce e chi la ascolta – non avrebbero potuto essere più cattive. La situazione è esemplificabile attraverso due meme: il primo in realtà è tratto dalla scena di apertura di un episodio di The Twilight Zone, Five Characters In Search Of An Exit; l’altro, beh, non crediamo abbia bisogno di spiegazioni.

È veramente una lotta contro i mulini a vento la causa intentata dalla Wixen Music Publishing contro il colosso svedese prossimo a sbarcare a Wall Street? Dalla documentazione depositata il 29 dicembre dalla Wixen, Spotify sarebbe colpevole di aver profittato dello streaming di milioni di brani, tra cui Free Fallin’ di Tom Petty e Light My Fire dei Doors, per i quali non detiene le licenze utili alla loro riproduzione meccanica. I legali dell’azienda di Stoccolma sostengono invece che la Wixen non abbia l’autorizzazione ad intentare una causa facendo le veci degli artisti (e dei loro eredi, in caso di defunti) di cui amministra i diritti. Cavillare e farlo bene: la compagnia californiana che gestisce i diritti di questi cantautori potrebbe solamente negoziare degli accordi per le licenze, ma non intraprendere azioni aggressive. Questo perché, prima del caso Wixen, c’è stato qualcun altro a reclamare: nel dicembre del 2015 il frontman dei Camper Van Beethoven, David Lowery, aveva denunciato il mancato versamento delle sue royalty da parte di Spotify, facendo partire una class action insieme alla cantautrice Melissa Ferrick. Ancora oggi la contesa non trova risoluzione: nel maggio 2017 è stato infatti proposto da Spotify un accordo per un risarcimento di circa 43 milioni di dollari, una specie di fondo messo a disposizione per i cantautori, ma da questi ritenuto irrisorio. Gli artisti a settembre hanno guadagnato il supporto di personalità come Tom Petty (morto un mese dopo), Zach De La Rocha e Tom Morello dei Rage Against the Machine, Dan Auerbach dei The Black Keys, Rivers Cuomo dei Weezer, David Cassidy, Kenny Rogers, Kim Gordon, e tanti altri, tra cui l’attore Anthony Hopkins, che pochi sanno essere un compositore di musica classica. Molti degli artisti citati sono associati alla Wixen.

Stando alla sua stessa pubblicità, [il catalogo di] Spotify ha oltre 30 milioni di canzoni. Se solo un quarto di quelle canzoni, 7.5 milioni, fossero senza licenza, allora, prendendo i 28.7 milioni immessi nel fondo per l’accordo, cifra rimanente dopo aver pagato le spese per gli avvocati e dividendo quella cifra per 7.5 milioni di canzoni, il risultato sarebbe un accordo per un pagamento pari a 3.83 dollari per ogni canzone violata.

(qui il testo completo dell’opposizione all’accordo proposto)

Praticamente Spotify, invece di pagare 150.000 dollari per ogni violazione intenzionale, ne uscirebbe illeso. Nel frattempo, precisamente lo scorso luglio, Bob Gaudio e la Bluewater Music avevano fatto causa a Spotify per lo stesso motivo, e allo stesso modo Spotify aveva risposto: non si infrange alcuna legge sul copyright riproducendo in streaming un brano per cui non sono state acquistati i diritti di riproduzione meccanica, ma solo quelli per la riproduzione pubblica.

Naturale che, per quanto riguarda la causa con la Wixen, Spotify abbia deciso di cambiare strategia di difesa. Perché ovviamente non deve trattarsi più di questioni etiche urgenti, come la perpetrazione dell’inganno che vuole la musica un prodotto di facile utilizzo – e perciò di facile produzione. Questo varrebbe tanto per nomi storici quali Kim Gordon e Neil Young quanto per i musicisti emergenti, che vorrebbero vivere di musica. Ne abbiamo parlato col cantautore Valerio Lysander, che ci ha fornito giusto un paio di cifre per farci rendere conto della profonda ingiustizia alla base dei maggiori servizi di streaming (assieme a Spotify, Apple Music, Google Play Music e Deezer). Avere la musica a portata di mano spesso fa perdere il contatto con la realtà, una realtà in cui gli artisti non creano un brano con la stessa facilità con cui noi tiriamo fuori uno smartphone dalla tasca del giubbotto, come un coniglio tirato fuori da un cilindro. Valerio, come altri artisti che non possono vantare il supporto di un’etichetta come intermediario fra loro e Spotify, viene pagato 0,004 dollari per ascolto. Facendo un rapido calcolo, per arrivare alla cifra che guadagnerebbe con la vendita di un album, le canzoni di Valerio dovrebbero essere ascoltate 2500 volte, o almeno, per ricevere un dollaro, Cotton dovrebbe essere ascoltata 250 volte. 5 minuti moltiplicati per 250 fanno 1250 minuti di piacere e gratitudine nei confronti dell’artista, che viene retribuito solamente con un dollaro perché il suo distributore ha altri accordi con Spotify. Porre la questione su questo piano diventa irritante, non è vero?

Se Bob Gaudio dei Frankie Valli and The Four Season o Thom Yorke dei Radiohead possono permettersi di alzare la cresta, diverso è per gli sconosciuti, costretti a dover interfacciarsi con un sistema di distribuzione della loro musica libero e apparentemente democratico, ma allo stesso tempo profondamente ingiusto in quanto a retribuzione del lavoro. Perché di lavoro si tratta, e di persone, ma stando al polverone dei fake artists scoppiato anch’esso quest’anno, a Spotify questo non sembra importare: la maggior parte delle playlist di spicco che fruttano milioni su milioni di ascolti sulla piattaforma (parliamo di musica ambient e chill, non di Luis Fonsi) ospita artisti che nemmeno esistono!

I musicisti emergenti sono costretti, abbiamo detto, ma allo stesso tempo Valerio ci fa notare come questi, effettivamente,

non fanno altro che chiedere denaro per qualcosa che non è stato chiesto. Siamo in tanti e tutti vogliamo farci sentire. Il mondo della musica è saturo, e ovviamente quando c’è troppa offerta il prezzo scende.

Parte in causa soprattutto l’ascoltatore, che oggi “è travolto da tutta questa musica e fa fatica a mantenere l’attenzione”. Per vendere, o se vogliamo essere un po’ più precisi, per vivere, bisogna quindi puntare sui live e sul merchandising, ottenendo una scappatoia dal meccanismo avido di Spotify ed evitando allo stesso tempo il cruccio di ogni artista emergente: “non sarà che non riesco a vendere la mia musica perché in realtà non sono bravo?”. Un sostegno a questa tesi ce lo dà proprio il caso di Taylor Swift, che si appresta a portare in giro per gli stadi un fruttuosissimo tour che in realtà promuove un album scarsamente apprezzato.

Ora più che mai è tempo di tirare le somme: le playlist sono la musica del futuro. Quelle che funzionano di più sono quelle fatte per non essere ascoltate, visto che sono rumore di sottofondo; al limite, per essere ascoltate in maniera incoerente e non ragionata, dato che, non a caso, la versione gratuita dei maggiori servizi di streaming permette e incentiva l’ascolto di playlist e album solamente in modalità shuffle. E all’ascoltatore medio va benissimo così: selezionare un po’ di questo e un po’ di quello, shakerare e creare un album fatto a propria immagine e somiglianza, gratis e senza sforzi (e magari farsi pagare 5000 euro dal comune di Bologna). È questo il futuro che vogliamo? È un treno in corsa impossibile da fermare? Il Re Mida del pop, Michele Canova, ci rende le cose – se possibile – ancora più chiare (brace yourselves):

[…] oggi in America la musica è fondamentalmente una cosa sola: puro intrattenimento. Non esisterà più il disco che ti consumi all’infinito nella tua cameretta, ci sarà solo una lunghissima playlist in continuo aggiornamento. Oggi sono le stesse piattaforme di streaming a dettare le regole per scrivere le canzoni: da tempo Spotify manda mail dove invita noi produttori a seguire indicazioni precise – a partire dalla durata dell’intro, fino a quando far entrare la voce in un pezzo – al fine che i brani funzionino meglio. Ogni singolo secondo della canzone viene smembrato per capire esattamente quando l’utente ha premuto stop ed è passato ad altro. Può essere una cosa brutta o, al contrario, molto stimolante, non mi interessa esprimere un giudizio, ma ti immagini se ai Pink Floyd avessero consigliato di modificare la stesura di Time, su The Dark Side of the Moon, perché prevedevano che dopo il trentesimo secondo l’utente si sarebbe annoiato, secondo te come avrebbero reagito?