Bella impresa essere musicisti su Instagram. Il social che avalla l’inganno sopra ogni cosa non potrebbe che snaturare il musicista che decide di puntarci su. E poi l’apparenza delle immagini non c’entra nulla con la sostanza di testi e musica. Secondo questo ragionamento per nulla rigido, antidiluviano e inarticolato la superficialità si annida solamente nel contorno visuale che correda il lavoro di un musicista.

Quindi in questa crociata a favore della purezza dell’artista sono inclusi anche i videoclip? Eh no, video didn’t kill the radio star – anche perché non sempre ci sono dei professionisti dietro la macchina da presa a fare il grosso del lavoro al posto della band o del cantante. Piuttosto dovrebbero essere banditi versi come “ora che il vento ci spettina il cuore”, più imbarazzanti e superficiali di tante strategie di marketing che potenziano la visibilità di un’artista. È vero, Instagram è il veicolo più potente per alcune di queste trovate, dato che non ci accontentiamo più di statici cartelloni pubblicitari o di spot televisivi (se l’accendiamo ancora, la tv): vogliamo di più e lo vogliamo a portata di mano. E infatti, condividere lo stesso strumento che aumenta la popolarità di certe persone (sempre di persone stiamo parlando, mica di bot!) ci dà la convinzione che queste, in fondo, non siano granché speciali, che improvvisino o che vengano finanziate da chissà chi per avere dei Social Media Cosi al seguito. Come fai, sbagli.

Eppure molti artisti, anche emergenti, dimostrano di saper usare sapientemente Instagram, e per di più in maniera del tutto spontanea. Il perché è molto semplice: non c’è brand più vincente di una personalità, questa sconosciuta. Gusto estetico, coerenza e intelligenza non guastano nemmeno. Oggi più che mai essere musicisti significa essere comunicatori: nessuno ti costringe a venderti, se riesci con le tue sole forze a dire qualcosa di diverso rispetto agli altri.

Come vi avevamo già anticipato nello scorso articolo, abbiamo stilato una lista di profili Instagram di musicisti italiani che non hanno neanche lontanamente la metà dei seguaci di Laura Pausini, ma che dimostrano come si possa essere artisti autentici e allo stesso tempo adatti a una piattaforma del genere.

 

1. Chiara Monaldi

Già dalla bio (È una cantautrice abbastanza brava) si capisce che questa ragazza made in Roma sud ha la sensibilità di rivolgersi nel modo giusto al suo pubblico. Un mantra della guru dei markettari (quelli bravi) Ann Handley recita: “Supponi che il lettore non conosca nulla. Ma non supporre che il lettore sia stupido”. È una massima che Chiara ha fatto sua, rispetto ai Måneskin, il cui profilo invece reca l’epigrafe Les enfant prodiges. Ma sì, so’ ragazzi, piacciono proprio perché sono sbruffoni. Ma alla lunga l’adolescenza stanca, come anche questa abitudine di guardare gli altri dall’alto e questa boria di (far finta di) sapere tutto.

Guardando le foto postate da Chiara sembra quasi di respirare l’atmosfera dei suoi brani. In una parola, coerenza. Inoltre si comprende subito che cosa fa nella vita, visto che spesso non si capisce se certe signorine siano modelle, attrici o musiciste.

Ultime due chicche: il video di Ogni giorno come agosto (ne avevamo parlato in questa intervista) è girato interamente attraverso Instagram Story, e per l’uscita del suo nuovo album Chiara sta a mano a mano condividendo dei brevi video in cui parla al pubblico mentre – pare – si prepara per salire sul palco. Ma in realtà sembra che parli come a sé stessa, rendendo il tutto più intimo e non esposto a milioni di utenti.

 

2. Ex-Otago

Sembra che gli Ex-Otago stiano sempre in giro a godersi il tempo insieme, come una comitiva. Le foto al pubblico dei loro concerti sono rare (grazie a Dio esistono le story per quelle, qualcuno dovrebbe ricordarlo a Ermal Meta); idem per locandine o foto promozionali con tanto di watermark, che nulla hanno di personale e coinvolgente.

Genuinità e narratività: ce ne aveva parlato anche il chitarrista della band Francesco Bacci in occasione della Social Media Week dell’anno scorso. In termini di consistenza infatti gli Ex-Otago si ritengono scarsi, ma hanno capito che Instagram paga più di Facebook, perché non è ancora saturo di contenuti, e in più dà la possibilità di raccontare una storia più intima, e quindi diversa. Anche quando le foto sono a favore, gli Ex-Otago non sono mai sparapose à la Tommaso Paradiso (e nemmeno sparamose ma faccio finta di spararmele male perché non mi prendo sul serio in quanto genio della comicità à la Calcutta).

 

3. Joan Thiele

La ragazza ha stile, non c’è nulla da fare. Se non fosse una musicista, potrebbe essere una visual artist. Ma fortunatamente ha scelto la musica per diffondere il suo messaggio di accoglienza delle diversità. E anche dal suo profilo Instagram si capisce qual è la sua occupazione, il che non è da poco: con la sua bellezza potrebbe vincere facile con una sfilza di selfie decontestualizzanti, invece Joan non tiene il piede in due scarpe.

Non solo stile, ma anche contenuti – e spensieratezza, a giudicare dalle ultime immagini postate. Spensieratezza che può coincidere con spontaneità, ma non con sciatteria, ossia postare foto a più non posso (di nuovo, esistono le story per quello, e lei le usa bene), come ha fatto per esempio Cesare Cremonini: pubblicare cinque contenuti su Aretha Franklin è un po’ troppo. I follower possono trovare noioso vedere le solite terzine di immagini promozionali (vedi gli Egokid), ma anche la linea che separa l’autenticità dalla ripetitività è molto sottile.

Altro errore che Joan Thiele non commette è quel fastidioso effetto piattume, quando si postano foto con la stessa palette di colori per rendere la visione d’insieme del profilo più omogenea (il mix di marrone e rosa antico di Levante, per intenderci). Sennonché poi nulla risalta all’occhio, ogni contenuto è uguale all’altro e si rimane parecchio ingabbiati nella scelta di cosa postare e cosa no.

 

4. Giorgio Poi

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Beck + Phoenix + uno che passava lì

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Quello di Giorgio Poi sembra il profilo di un nostro ex compagno di classe del liceo che si è trasferito a Berlino e che ce l’ha fatta. “Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi”, suggeriva Kurt Vonnegut. “Ricevuto”, risponde Giorgio. Di poche parole, il suo profilo funziona proprio perché è narrativo nelle immagini quotidiane e nella pregnanza delle didascalie: spiega cosa fa in giro senza sbrodolarsi, ma comunque riuscendo a trasmettere entusiasmo. Sembra un ragazzo proprio felice di fare quello che fa, che non lo dà per scontato (memorabili le foto del tour con i Phoenix).

Autoironico come pochi, ci risulta facilissimo simpatizzare per lui e non per lo spirito di patata dei Lo Stato Sociale o dei Pinguini Tattici Nucleari, band talmente à la page da postare meme sbagliati, vignette o immagini stile Tumblr. Fortuna che c’è chi, come Giorgio Poi, che ha qualcosa di suo da raccontare.

 

5. Mèsa

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Sulla buona, buonissima strada anche Mèsa: si chiude il cerchio proprio con un’altra cantautrice romana, tra gli opening acts del concerto di Calcutta_foto_di a Latina.  Passiamo sopra una sporadica disomogeneità del mezzo fotografico e dei filtri (Huji, foto professionali, polaroid, locandine – ok non essere piatti e ripetitivi, ma neanche disordinati), perché Mèsa sta sbocciando.

C’è una coerenza di fondo nella disposizione delle foto, specialmente di quelle del suo bloc notes, che assomigliano a un obliquo incontro rituale con i suoi follower. Un senso dell’umorismo che raramente si riscontra nelle ragazze col chitarrino, e soprattutto tanta voglia di fare e ringraziare per quanto le sta accadendo. Come per Giorgio Poi, semplicissimo simpatizzare anche per lei.

 

Menzione d’onore: Umberto Maria Giardini

Perché le regole sono fatte per essere infrante. Didascalie lunghe quanto un papiello, foto senza didascalie, criptiche, che non suggeriscono nulla sulla sua carriera, foto asettiche e foto dense di sentimento, foto su foto di apparecchiature, amplificatori, mixer e porcellane. Umberto, manchi da marzo. Umberto, torna sul tuo profilo Instagram e lascia perdere quello dei Stella Maris (bruttino, tra l’altro).

 

Fuori concorso: Giorgio Mastrota aka Pollicione

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Nonno #pollicione

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Ha prestato la sua voce ad Amanda Lear nel suo album Uomini più uomini. Ha dimostrato che su Instagram c’è spazio per il brutto e il grottesco. Il suo pollice è al limite del deforme, ma è proprio il suo punto di forza, tanto da essere diventato il suo marchio di fabbrica. Ogni post ha come protagonista il suo pollicione in contesti diversissimi fra loro, ma con un’attenzione ai dettagli e alla composizione che in pochi hanno. Molto cuore e molta costanza.