La lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco è un elenco di opere realizzate dall’uomo ritenute di valore inestimabile e pertanto da salvaguardare e conservare. Oltre alla numerosissima (sono ben più di mille e una cinquantina soltanto in Italia) lista di patrimoni materiali, che contiente opere d’arte, architettura e dell’ingegno umano, ma anche elementi naturali di enorme bellezza o importanza nei processi storici del passato, ce n’è un’altra dedicata al patrimonio orale ed immateriale.

Si tratta di tutte quelle tradizioni e conoscenze che spesso non hanno una codificazione scritta ma vengono tramandate di generazione in generazione, col rischio di venire dimenticate e perdute col passare del tempo e i cambiamenti che avvengono nella società umana. In questa lista, per fare un esempio, figurano anche l’arte dei pizzaioli napoletani.

Il comitato speciale dell’Unesco che si è riunito negli scorsi giorni a Port-Louis nelle Mauritius, ha deciso di inserire anche il reggae all’interno della lista, decretandolo come un bene da salvaguardare e proteggere:

Nato in uno spazio culturale che faceva da culla a gruppi emarginati, specialmente nella zona ovest di Kingston, il reggae è un’amalgama di numerose influenze musicali, che includono le precedenti tipicità giamaicane così come influssi caraibici, latini e del nord America.

Questo quello che si legge nella dichiarazione ufficiale per motivarne la scelta.

Le radici del reggae

Così come tutta l’america latina, anche i Caraibi hanno vissuto con la colonizzazione europea lo schiavismo e di conseguenza l’arrivo di moltissime persone dall’Africa. Così come più a nord con il blues, anche nei Caraibi lo sviluppo di una tradizione musicale si intreccia fortemente con le condizioni di vita degli schiavi. Coloro i quali sapevano suonare uno strumento venivano scelti per dilettare i padroni delle piantagioni: è così, con strumenti acustici e con l’influenza della tradizione africana che si sviluppa in giamaica il mento, genere che, insieme al calypso nato e sviluppatosi quasi e contemporaneamente a Trinidad & Tobago, contribuirà alla creazione dello ska. I suonatori di mento univano alla tradizione della musica popolare africana elementi europei, o meglio creoli, come la quadrille, una danza derivata dalle parate militari e rielaborata, nella quale coppie di danzatori si alternano e scambiano i partner.

Su queste influenze nasce quindi un genere che comincia ad essere la voce della popolazione africana, parlando in modo ironico della vita di tutti i giorni, riflettendo la poverissima quotidianità degli schiavi, descrivendo le catapecchie e le criticità nelle quali sono costretti a vivere.

Quadrille. Fonte: Wikipedia

Come detto, è su queste tradizioni nate e cresciute a cavallo tra ‘800 e ‘900 che prende forma lo ska: muovendosi sul ritmo tipico del mento e – anche – del calypso, questo nuovo genere fa sue anche influenze soprattutto dalla scena musicale statunitense dell’epoca; il rhythm & blues e il jazz plasmano una musica accentata sulla seconda e la quarta battuta, dando forma al tipico andamento saltellante che si farà largo, in seguito, anche nel reggae.

I sound system

A partire dagli anni ’50 in Giamaica si sviluppa un fenomeno unico: la nascita dei sound system. Delle vere e proprie discoteche, all’aperto, nelle quali la gente di Kingston ballava “‘till they drop”, finché non cascava per terra, per lo sfinimento. Se fino ad allora orchestre jazz avevano portato la musica da ballo sull’isola, la leggenda narra che le troppe interruzioni che si creavano tra un pezzo e l’altro avessero lasciato lo spazio alla nascita dei primi sound system, che dovevano servire da semplice “riempitivo”.

Non è andata così: ben presto ci si rese conto che eliminando del tutto la componente umana, si evitava ogni interruzione e ci si poteva scatenare senza freni. Nelle casse sistemate per la strada si ascoltavano le radio americane, rhythm and blues e jazz la facevano da padroni. Con la loro diffusione incredibile, i sound system divennero presto vere e proprie fonti di guadagno per chi li allestiva, che aveva quindi tutto l’interesse nel proporre la musica migliore.

Così, per avere le versioni più introvabili e le novità che la concorrenza non aveva, i musicisti giamaicani cominciarono ad imitare la musica che ascoltavano e registrare versioni uniche su commissione dei proprietari, non distribuite al pubblico ma mandate esclusivamente nel sound system. In questo modo la musica divenne un motore di aggregazione sociale, e anche un canale di espressione per tantissimi che proponevano le proprie canzoni, nate dall’orecchio rivolto all’America ma con salde radici caraibiche.

Il reggae

Lo ska era dunque un calco della musica blues, con componenti ritmiche predominanti, ma che lasciava poco spazio e importanza alla vocalità dei cantanti. Con il passare degli anni le influenze della musica soul si fecero molto ingombranti, provocando un rallentamento del ritmo ska, una maggior attenzione al canto e una generale presa di coscienza dell’importanza delle liriche, che divennero più politiche e mature rispetto a quelle dello ska.

È in questo passaggio che il reggae trova la sua linfa più riconoscibile e vitale: da quelle canzoni stilisticamente più curate e impegnate, si muove fino a diventare qualcosa di universalmente riconosciuto e noto, criticato e osteggiato – anche – sopratutto per merito di quello che è diventato il simbolo più grande e riconoscibile del genere, Bob Marley. Anche lui, come molti altri, muove i suoi primi passi nelle band ska come i Wailers. La fama di Marley però rischia di confondere i contorni di un genere che, come abbiamo visto, ha radici profonde e salde nella società giamaicana, al di là del rapporto con il rastafarianesimo, religione d’ispirazione africana con un grande seguito nell’isola caraibica e abbracciata anche da Marley.

L’eredità del reggae non sta nel nome di Marley, che pure ne è stato dal punto di vista artistico e politico un grandissimo esponente e innovatore, ma nella sua natura di musica popolare e strumento per dare una voce a una comunità, con una forza ispiratrice che continua tutt’oggi tra alti e bassi ad influenzare artisti in tutto il mondo, forse nemmeno consapevoli della ricchezza che sta dietro un ritmo in levare.