Quando ieri è uscita la notizia della morte di Roy Carr, in molti, fra colleghi e estimatori, hanno dato il loro omaggio al critico musicale britannico. Roy Carr scriveva per New Musical Express, Melody Maker e Vox, suoi sono dei fondamentali volumi illustrati su Beatles, David Bowie, Rolling Stones e Elvis. Ma ciò per cui è più ricordato è la monumentale collezione di cassette che ha messo su mentre militava in NME.

Fisiologici, visto il tipo di apporto nostalgico dato da Carr col suo lavoro, commenti come: “Con la scomparsa di un altro scrittore musicale della vecchia guarda, nessuno sembra avere intenzione di riempire quel vuoto”. Forse che oggi essere pagati 50 centesimi ad articolo costituisca un deterrente per imbarcarsi in una missione lontanamente simile a quella di Carr, ma forse ci sbagliamo, chissà…

Nick Kent e Roy Carr. Fonte: paulgormanis.com

Come ricorda Pat Long in The History of the NME, a fine anni ’70 il mondo della musica si era scrollato di dosso l’omogeneità del movimento punk, abbracciando una totale libertà di commistione di stili, lingue e tonalità. Musica libera ma anche free-for-all, tutti contro tutti. NME rispose a questo indie boom cominciando a registrare delle cassette-compilation per i propri lettori, in collaborazione con l’etichetta Rough Trade. È quello che si chiama ancora covermount, i cd-regalo che troviamo in edicola con Tv Sorrisi e Canzoni. “Un successo immediato”: costavano pochissimo per la rivista e la casa discografica, e praticamente niente per i lettori di NME, affamati di tutta quella musica che c’era in giro. E per i musicisti squattrinati era una promozione non da poco.

“I walkman andavano forte”, ricordava Roy Carr, “vendemmo circa 15000 copie [nel 1981], il che è qualcosa di fenomenale per una vendita a corrispondenza”. Con quelle cassette, gioiellini che stavano in una mano come oggi uno smartphone, i giovani inglesi scoprivano band nuove, diverse, ma non proprio formidabili e paragonabili ai dinosauri, gli dei del rock. Le parole d’ordine per quegli artisti erano produzione lo-fi e anti-virtuosismo. In altre parole, post-punk.

Post-punk era un attitudine del tipo: “Guarda, abbiamo appena registrato nella stanza sul retro”. Avere competenze, la proficiency, non era di moda. – Barney Hoskyns

Torniamo al luglio 2018. Le vendite delle cassette sono aumentate, raggiungendo il loro massimo dal 2012. Secondo Nielsen, nel 2016 la vendita è salita del 74%, a 129000 unità. Il 43% di tutte le vendite oltretutto proviene dal rapporto diretto che hanno i fan con le band o con lo shop online delle etichette indipendenti. Curioso come l’era della musica digitale abbia assistito, quanto al 2017, a un’ulteriore crescita della domanda di musica tangibile. Negli Stati Uniti la vendita di cassette è aumentata del 35%, e anche in Gran Bretagna, casa di NME, le vendite sono raddoppiate nell’ultimo anno. Come se le cassette fossero i nuovi vinili, con la differenza che sono molto meno costose: sia da incidere per gli artisti, sia da comprare per i fan.

In Italia non si può ancora parlare di revival delle cassette, anche se c’è chi ci prova: non siamo più abituati a disporre di un supporto per le cassette, come il mangianastri che avevamo in macchina. Ma a parte questo impedimento materiale, l’attitudine a scoprire nuovi gruppi e a creare compilation non è certo cosa nuova per noi (anche se, divertirsi a creare playlist su Spotify è tutt’altra cosa che registrare i brani dalla radio, premendo con prontezza il tasto rec e maledicendo il cielo quando non calcolavamo la giusta durata della cassetta). A differenza dell’intento di Roy Carr, però, le playlist oggi diventano più una questione privata, come riporta Nielsen: solo il 32% di fruitori di musica che creano playlist le condivide con i propri amici.

Non solo la colonna sonora di Stranger Things o l’Awesome Mixtape del film I Guardiani delle Galassia hanno avuto il merito di riportare in auge il consumo di cassette. Artisti che poco hanno a che fare con la nostalgia degli anni ’80 hanno deciso di ristampare la propria musica su cassette.

È il caso dell’etichetta di Jack White, la Third Man Records, che in occasione del Cassette Store Day ha rilasciato tre album dei White Stripes su cassetta per la prima volta. Anche la Drag City, come la Rough Trade, ha una particolare passione per le cassette: è dell’inizio di giugno la notizia della ristampa su cassette dell’intera discografia di Joanna Newsom. Le cassette stanno tornando in auge grazie ad etichette e artisti indipendenti, proprio come ai tempi di Roy Carr.

Possiamo immaginare altri motivi, oltre a quello economico: sono come dei piccoli pacchetti, facili da passare di mano in mano; sono oggetti a tutti gli effetti, non hanno il design algido dei CD, le cui vendite precipitano sempre di più. Ma le cassette sono anche caduche: la gente ama gli oggetti, ma anche paradossalmente il fatto che possano rompersi e invecchiare come un essere umano. Il collezionista di musicassette Joseph Walsh è dello stesso parere:

Mi piace la loro natura limitata. Se ascolti una cassetta per troppo tempo, si può deformare o addirittura rompere. È un bel contrasto col mondo di oggi, dove tutto è sul web e conservato per sempre. Le cassette hanno un ciclo vitale.

E se anche questa fosse solamente una forma di collezionismo, almeno è salutare.