“Cercherò di farti capire che sono più cavallo che uomo, o che sono più uomo che cavallo”. Dopo cinque stagioni dovremmo avere bene impressi nella mente gli ultimi versi di Back in the ’90s, il brano dei Grouplove che chiude ogni episodio di Bojack Horseman. Ogni episodio, o quasi.

Grazie a questa serie abbiamo conosciuto delle canzoni che, se non fossero state collocate alla fine di alcuni episodi topici, sarebbero state confinate per sempre nel loro significato letterale o nel periodo in cui (e per cui) sono state scritte. Il merito del lavoro del music supervisor Andrew Gowan è stato proprio di dare valore aggiunto a questi brani, una possibilità in più per loro di raccontarci un’altra storia, senza strafare o andare a ritoccare il make-up di ciò che non aveva bisogno di essere reso più carino e socialmente accettabile.

[Perché, ammettiamolo, una serie come Bojack Horseman non ha fatto altro che aggiungere senso, spiegazioni e giustificazioni laddove non c’era sempre bisogno di aggiungere. In altre parole ci ha dato un motivo per sentirci più umani di quanto in realtà siamo. Detto con le parole di Diane (riguardo a Philbert – ma in fondo fa differenza?), “è solo un modo per aiutare gli idioti a razionalizzare i propri odiosi comportamenti”.]

 

Lyla Foy – Impossible (episodio 1×07 “Say Anything”)

We were left to fend for ourselves, nevermind

Impossible di Lyla Foy risuona a fine episodio come un Happy Birthday To You tutt’altro che gioioso: a compiere gli anni – quaranta – è una Princess Carolyn sola, abbandonata e bistrattata; a notificarglielo è il suo smartphone, non una delle persone a cui ha sempre fatto da balia, un cliente o un collega che le riconosce i suoi meriti. Dopotutto, questa è la strada che si è scelta da sola: gettarsi a capofitto in una carriera che aveva consumato il suo capo prima di lei, mischiare lavoro e vita personale per sentirsi meno sola, rendersi sempre reperibile e indispensabile per i propri clienti, ma senza successo. Ma, come canta Lyla Foy, non si può guardare indietro. Questo singolo è tratto dall’album di debutto Mirrors In The Sky (2014, Sub Pop Records), con cui la cantautrice londinese ha messo la sua vita in discussione, lasciandosi alle spalle insicurezze e moniker (WALL). C’è tanto lavoro da fare anche per lei: non si capisce bene la sua identità musicale, se vuole essere più una fatina sbiadita o accentuare più la seconda componente del suo dream pop. Con Bigger Brighter, il suo secondo album uscito a settembre per la Rough Trade, sembra pendere più per la seconda.

 

Rolling Stones – Wild Horses (episodio 1×12 “Later”)

I watched you suffer a dull aching pain
Now you’ve decided to show me the same

Non chiude propriamente il finale di stagione, compito che è invece affidato a Closer di Tegan and Sara. Ma qualcosa di questo brano disimpegnatamente dance pop è anticipato nelle immagini che precedono: sono raffigurate persone vicine fisicamente – ma emotivamente? I cavalli selvaggi di cui canta Mick Jagger non sono dei parenti di Bojack, ma le distrazioni o gli obblighi che ti portano ad essere lontano da chi ami. E non sono sempre cose esterne alla tua persona, ma difetti e rumori interni che ti porti dietro costantemente. Se Keith Richards soffriva la lontananza del figlio appena nato, una lontananza fisica ma non emotiva, qui abbiamo invece una Princess Carolyn che non vuole vedere che il suo Vincent Adultman, con cui sta per partire per un viaggio, è in realtà tre bambini messi l’uno sull’altro; Mr Peanutbutter e Todd soci in affari non fanno altro che assecondare le peggiori idiozie dell’altro (magari per noia, per una mancanza di personalità, per deficit mentali); Sarah Lynn e Andrew Garfield avranno fatto pace perché si vogliono veramente bene o perché in fondo è quello che i fan si aspettano da loro?

 

Courtney Barnett – Avant Gardener (episodio 2×10 “Out to Sea”)

I sleep in late, another day
Oh, what a wonder, oh, what a waste

La scelta di Avant Gardener è interessante per due motivi: il brano è tratto da The Double EP: A Sea of Split Peas (2013, Milk! Records) e l’episodio in questione si chiama proprio Out to Sea (*faccia strabiliata à la Mr Peanutbutter*); ma soprattutto il brano descrive letteralmente (Flip McVicker amerebbe questa frase) ciò che sta passando Bojack, spolmonato per aver cominciato a fare jogging: apatia, senso di inutilità, e poi difficoltà a respirare (motivo centrale ripetuto nel ritornello), tremore alle mani e alle ginocchia, sconfitta. Ma per Bojack, a differenza di Courtney, non finisce qui, perché ha un gibbone ad illuminarlo sul senso del suo percorso.

 

Nina Simone – Stars (episodio 3×12 “That Went Well”)

We always have a story

Uno dei finali di stagione più belli di sempre. Si tratta di una cover di Janis Ian su cui Nina Simone ha impresso il suo marchio di speciale disperazione – la stessa di Bojack, che sì, non perde occasione di far notare che lui è una star della tv, che sì, si indigna quando nessuno lo riconosce, quando, anche in punto di morte, la madre non lo vede (vedere veramente e non considerare nel proprio campo visivo). Ma la celebrità non ha curato Bojack dalla solitudine, come allo stesso tempo non lo ha portato a drogarsi. La celebrità è lì, come la natura matrigna, che non si cura di nulla se non a far sì che lo showbiz si auto-alimenti, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Bojack è più uomo che cavallo, perché ha una storia.

 

Jenny Owen Youngs – Wake Up (episodio 4×12 “What Time Is It Right Now”)

I wake up great, I wake up fine

Un altro finale di stagione, stavolta da non strapparsi le vene dai polsi. Il brano della cantautrice indie folk Jenny Owens Young starebbe benissimo in una playlist creata da Hollyhock, la sorella adolescente di Bojack. È una canzone semplice, adatta ai nuovi inizi, alla calma cui Bojack non è abituato perché pensa di essere fallato nel DNA. Invece poi arriva Hollyhock a risvegliarlo (e lo farà anche più avanti) e a dimostrargli che non è così. An Unwavering Band of Light, oltre ad essere una citazione di Kurt Vonnegut, è l’album da cui è tratta la canzone ed è stato realizzato nel 2012 grazie a una campagna su Kickstarter.

 

St. Vincent – Los Ageless (episodio 5×01 “The Light Bulb Scene”)

How can anybody have you and lose you
and not lose their minds, too?

Se avete terminato la quinta stagione saprete bene che piega prendono gli episodi seguenti. Quelli di St. Vincent sono dei versi che la musicista potrebbe rivolgere a sé stessa, diventata accettabilmente bella e chiacchierabile anche per i canoni mainstream, oppure a Bojack, che finalmente potrebbe afferrare quel briciolo di celebrità imperitura se non perdesse la testa fra alcool e droga. Ma St. Vincent, come dimostra l’irriverente copertina dell’album MASSEDUCTION (2017, Loma Vista Recordings), ha gli strumenti per non perdersi nella Los Angeles che non invecchia, ossia sarcasmo e una sana freddezza, strumenti che Bojack non sa padroneggiare, se non per allontanare maldestramente la possibilità di un coinvolgimento emotivo o di un’analisi che non sfoci nell’autocommiserazione.

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