No, non stiamo parlando del vino delle Tenute Al Bano Carrisi e nemmeno della capsule collection di Fedez. C’è una bella differenza fra una t-shirt che riporta il nome di una band e un’intera linea originale disegnata da un artista che per un breve periodo veste i panni dello stilista (come è già successo con Beyoncé o Kanye West ma con risultati insignificanti).

T-shirt o felpe o cappellini che siano: nell’indossarli è come se avvenisse un’identificazione più diretta con tutto l’immaginario che ruota attorno all’artista del quale si sfoggia il brand. Un’identificazione che è diretta tanto quanto comoda e superficiale, dato che nulla contraddistingue questi capi d’abbigliamento, non uno stile o dei colori o dei dettagli. Il brand al limite corrisponde al solo nome stampato sulla maglietta.

David Foster Wallace, parlando di un altro tipo di t-shirt (quelle che riportano frasi imbarazzanti tipo “Oggi faccio la brava”), diceva: “C’è qualcosa di complesso e persuasivo nel fatto che messaggi simili non vengano semplicemente pronunciati, bensì indossati, come se fossero un distintivo o una credenziale”. Che credenziale può rappresentare un messaggio tanto superficiale? Avrà ragione Mat Vlasic di Bravado, compagnia affiliata alla Universal che sviluppa il merchandising di mezzo mondo:

Ora la musica è sempre più digitale e i fan vogliono qualcosa di tangibile.

Calcutta lo ha subodorato, e ha deciso di “regalare” ai suoi fan una sciarpa, compresa nel costo del biglietto dei suoi due prossimi concerti estivi. Wow, una sciarpa d’estate, che maestro dell’ironia! Quindi bisogna essere veramente dei fan accaniti per acquistare dei capi così inutili. Ma allora perché si è più propensi a comprare un capo d’abbigliamento del tutto anonimo, quando spesso costa il doppio di un album?

Liberato per forza di cosa doveva lanciare il suo negozio online, dato che non di solo anonimato vive l’uomo. Prezzi nella media, dalle t-shirt a 19 euro alle felpe a 35 euro. Anche qui, però, soluzioni in bianco e nero, nulla risalta all’occhio se non l’interessante scelta del copywriting: FELPA 80% CUTTON’ / 20% POLYESTER – UAGLIU’ E’ NERA, STAMPA ANNANZ’ E ARET’. Al solito, caps lock e cliché linguistici partenopei, manco fossimo al mercato e non sul sito di uno che si esibirà al Sónar di Barcellona. Altra storia la t-shirt di Sfera Ebbasta dal nome Sciroppo. Modica cifra di 30 euro per un artista che non muore certo di fame e per un prodotto che porta avanti un bel messaggio: nome e colore della t-shirt richiamano non solo esplicitamente il titolo di un suo brano, ma anche una sostanza chiamata Purple Drank, uno sciroppo dal colore violaceo, a base di prometazina, codeina e Sprite. Assolutamente legale.

Anche il costo delle t-shirt di Carl Brave x Franco126, vergognosamente anonime, suggerisce come talvolta il merchandising cerchi di sopperire alle vendite della musica vera e propria. Sempre nella sezione Shop del sito di Bomba Dischi ci si imbatte in un prodotto diverso dai tanti: preordinando La malanoche di Francesca De Leo il fan riceverà in omaggio “l’esclusivo Smoking Kit “De Leo – Fumare Oggi””.

Altre etichette come 42 records, Picicca e La Tempesta hanno prezzi più che onesti per le solite t-shirt, anzi, sembra che non diano chissà quale grande risalto a questo tipo di merce non musicale. Non tanto bene invece la Woodworm, che vende anche tazze e accendini non proprio eleganti, o la INRI, con questo “bicchiere in plastica monouso ottagonale da 3cl utilizzato per le degustazioni o per offrire chupito”. Mai-più-senza.

In casi di questo genere la miseria non aguzza l’ingegno, ma lo fa deragliare definitivamente. Se poi a gongolare dell’ascesa dell’immaterialità musicale arrivano aziende che non fanno il lavoro delle etichette ma che ne approfittano, c’è da mettersi la mano sulla coscienza, se non tra i capelli. Da almeno dieci anni OVS, Bershka e H&M vendono magliette e canotte di gruppi storici come Nirvana, AC/DC o Guns’n’Roses, a riprova del fatto che il nome di uno o più artisti sia diventato pregno di senso tanto quanto un ricamo o un bottoncino sulla gonna di una bambina. E di chi è la colpa?