di  Andrea Altellini  e Gabriele Salussolia

Entrambi nati alla fine degli anni Ottanta in due piccolissimi comuni del profondo Piemonte rurale, in quelle “terre dei robusti valori” abbiamo trascorso buona parte della nostra giovinezza e siamo passati – non indenni- attraverso tutta la grande epopea del mito padano visto dall’estremo nord-ovest.

Diversa per associazionismo ed estetica dalla “locomotiva veneta”, ed anche dalla più vicina Lombardia, la “rassa nostran-a, ch’a mercanda nen temp e sudor” ha declinato in modo più disomogeneo le sue liason con il susseguirsi del potere politico locale e nazionale.

Per motivi di studio, di lavoro, di amicizie, di passioni ed affetti in questi ultimi quindici anni abbiamo viaggiato attraverso tutto questo ‘grande Nord’, osservando con crescente consapevolezza in presa diretta la stagione dell’accelerazione finale del suo mito.

Abbiamo visto il mutare di quell’idea di Padania emiliano-romagnola da Piacenza all’Adriatico che tanta parte ha avuto nella storia culturale recente di un’identità territoriale unitaria; abbiamo osservato la lunga crisi del sistema ligure, constatando l’altissimo costo sociale che questo ha comportato soprattutto nella zona dell’Appennino.

Abbiamo avuto molti e diversi legami, anche d’affetto, con persone che vivono quotidianamente le realtà lombarde, venete e giuliane.

Con queste premesse abbiamo cercato tra i molti un modo diretto ma asciutto, seppur in certo senso poetico, per cominciare a raccontare le identità sovrapposte del nostro territorio sconosciuto e misconosciuto per essere troppo vicino ai due grandi poli norditaliani, con cui ha condiviso spesso la malasorte.

La cosa che più colpisce ora, a tornarci, nei nostri territori è il silenzio.

Non il celebrato silenzio di quiete, di ordine della natura, ma un silenzio di paura, un silenzio di resa.

Silenziosa è la campagna a monocoltura estensiva sempre meno redditizia, con le sue piantagioni di frutta ammalate, silenziosi i paesi satellite -nipoti tarati del ‘piano Fanfani’– di villette vuote con le inferriate alle porte, silenziose le berline tedesche nei cortili con i motori inchiodati dal gasolio agricolo, silenziose le cascine settecentesche in abbandono.

Silenziosa e vuota è la statale Padana Superiore se non alle sette ed alle diciotto, quando l’esercito delle utilitarie di seconda mano vi si ammassa per trasportare i diplomati del progresso sociale degli anni Ottanta agli interregionali di un rassegnato pendolarismo verso i capoluoghi della macroregione.

Ivrea, ormai vedova Olivetti, ha pagato l’ultimo pegno nel Duemiladieci con il tramonto del suo indotto elettronico. Sulla strada per la Valle d’Aosta, in quegli anni, chiudevano le fabbriche del savoir-faire canavesano con cadenza settimanale. Cassa integrazione a zero ore.

Biella, già seconda città più ricca d’Italia, ed il suo sistema industrial – famigliare, “ogni casa un telaio”, accusa i colpi dall’inizio degli anni Duemila ed è progressivamente uscita da tutti i circuiti anche per colpa del suo isolamento infrastrutturale cercato prima e pagato dopo. La statale intitolata al conte Trossi è davvero ‘l’ombra di quel che eravamo’.

Vercelli, la meno preparata alla gestione dei capitali derivanti dall’industria tessile e dall’agricoltura risicola ha perso gli ultimi treni dieci anni fa ed è oggi tornata ad essere nei suoi equilibri il grosso paese che era dopo l’ultima guerra, ma senza le manifatture.

Le “terre dei fantasmi” hanno cambiato aspetto. Oggi ci sono i fantasmi del dopo. Delle cave, delle discariche, dei fallimenti non solo delle industrie e dell’artigianato all’ingrosso ma anche degli enti territoriali, e poi giù fino ai correntisti con “ij sold vansà ed bon giust” alle Casse di Risparmio .

Noi vogliamo provare a raccontare la provincia che sta al centro di queste città, che con esse si rapporta e si è rapportata; ora che la storia ci permette di fare impietosamente i conti con un’epoca verso cui il tempo non è stato galantuomo.

Partendo, com’è d’obbligo, proprio dalle strade: da quelle direttrici che hanno attraversato le nostre zone di confine tra le province di Torino, Biella e Vercelli e cercando di raccontare quei cinquanta chilometri quadrati che stanno in mezzo a quelle storie.

Copyright foto e testo © Andrea Altellini  e Gabriele Salussolia

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