Care lettrici e cari lettori, eccoci giunti al capitolo finale della nostra saga.

Subito un outing, ad aprire l’articolo, in questi folli giorni in cui lo scorrere del tempo viene scandito non più tanto dal ticchettio dell’orologio appeso in quelle scatole di vita vissuta chiamate soggiorni, quanto dall’intervallarsi incessante e a tratti ossessivo di dichiarazioni di molestie sessuali ricevute da attrici da parte di attori, da attori da parte di altri attori, da yacht interi da parte di altri attori.

Devo subito ammettere, infatti, in questi anni in cui la trasparenza collettiva è più una necessità sociale che non una volontà individuale, che fa abbastanza strano, con novembre che ormai sta compiendo la sua prima e fredda (un po’ troppo)  decade di vita, raccontarvi la terza (e ultima, se dio, o chi per lui rappresenti il gradino decisionale più alto dell’esistenza, vuole) tappa della tanto distante quanto rovente estate andalusa: e sì, il sospiro di sollievo che starete provando una volta terminato questo periodo grammaticale dall’improponibile lunghezza  (non me ne voglia la professoressa di Italiano, pure lei così incessante e ossessiva nel darmi dei tondi 4 a qualsiasi tema io mi impegnassi a scrivere, che quasi mi viene da accusarla di molestie sessuali), sì, quello stesso sospiro è proprio lo stesso che si tira una volta finita questo viaggio e questa saga appassionante come la ormai un po’ troppo sopravvalutata serie tv Stranger Things.

E dunque, mentre fuori, in quel mondo fatto più da polveri sottili che da sogni, si cominciano a udire i primi tintinnii di campanellini natalizi (o molto meno romanticamente, si vedono i primi annunci di sconti da parte di una società di consumi che cerca ancora di spremerci come dei limoni anche se ormai è abbastanza evidente che abbiamo perso tutto il succo), io sono qui, fermo, saldo e fuori dal tempo, a raccontarvi di un’estate, che ormai lontana quanto il raggiungimento dell’utopia comunista o i titoli di coda in un film di Sofia Coppola quando sono passati venti minuti e per dio (o chi per lui) ti sembra di dover star lì, inchiodato a quella poltrona, per tutto il resto della tua esistenza sulla quale già nutri dei sospetti riguardo il suo senso, ecco, io sono qui a raccontarvi di una vacanza in cui il caldo (credo di avervelo già fatto notare nelle puntate precedenti ) è stato talmente dominante che alla fine ti viene il dubbio che non sia stato tu a scegliere lui, ma lui, che forse in questo senso (e in questa estate) è il vero Dio, a scegliere te. A puntarti.

Povera vittima. Ruota dell’ingranaggio. Prima del capitalismo, ora anche del meteo.

Malconci e accaldati, eccoci dunque in Andalusia, e all’ultima tappa del nostro tour: la bellissima Siviglia.

Arrivando da Cordoba, che già di per sé è un inferno legalizzato, abbiamo sì il sentore che a Siviglia la situazione metereologica non sarà molto migliore, ma nutriamo, sotto sotto, una flebile speranza di respirare un po’ di più. Forse perché, per quanto fatto più da molestie e polveri sottili che da sogni, alla fine nei confronti del mondo la speranza non la si perde mai.

Ecco prendete questa speranza e buttatela, che non è cosa vostra, sembra dire il Dio andaluso.

Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, non sono le 13 le ore più calde, ma le 17, ora in cui il sole si è ormai adagiato pigramente fra le crepe dei palazzi deliziosamente arabeggianti, sprigionando tutto il calore infernale tra i vicoli più angusti della città.

Serve dunque attrezzarsi adeguatamente, e no, l’acqua non basta, non è mai bastata, e non basterà neanche in questa terza tappa.

Meteo a parte, Siviglia è una città davvero stupenda: la sua bellezza è maestosa negli edifici e umile nelle strade, in un mix fra sensazioni contrapposte che personalmente mi ha rimandato alla lontana Budapest; serve dunque perdersi fra le strette ma lunghe vie della zona centrale per poterne assaporare tutte le sue peculiarità.

Perno della visita è l’imprescindibile Alcazar (no, non è quello di crying at the discoteque, anche se adoro), imponente palazzo reale della medesima importanza dell’Alhambra di Granada (per i pochi fortunati che sono riusciti ad accedervi).

Percorrendo in lungo e in largo i giardini troverete prima un labirinto, nel quale , come se già non fossimo abbastanza smarriti in questa vita, potrete sperimentare la “gioia” di perdervi, e poi dei pavoni, che girano pacifici e indisturbati, almeno fino al momento in cui non vedono voi.

La maestosità del complesso è così sfarzosa che alla lunga risulta anche stucchevole, proprio come una coreografia di Lady Gaga. Non suggerisco dunque di spenderci più delle 2-3 ore necessarie, affinché non togliate tempo a altrettante bellezze.

Fra queste vi è senza dubbio la meravigliosa Casa di Pilato,  villa (piccola, almeno questa) in perfetto stile Andaluso-Mudejar: un capolavoro di colori, geometrie e Azulejos. Da fotografare in ogni angolo.

Se siete italiani medi come noi, una foto con le magliette in tinta (che dovrete indossare per l’occasione)  è assolutamente immancabile.

Come detto, la città è come una scatola di cioccolatini: va gustata a piccole dosi, non foss’altro per una mera questione di resistenza fisica. E a tal fine, serve sicuramente trovare dei diversivi per spezzare il ritmo nelle ore più calde.

Il mio caloroso, quanto mai caloroso, consiglio in questo senso è quello di infilarvi in uno dei bagni termali più famosi d’Europa, dopo, guarda a caso, quelli di Budapest. Si chiamano Air De Seville, costicchiano sui 50 euro, è necessaria una prenotazione, e una volta che gli lasciate la mail vi perseguiteranno come neanche Equitalia, ma l’atmosfera che respirerete internamente vale proprio la pena di essere vissuta: ingressi controllati, poco caos, relax, pace e raggiungimento del nirvana assicurato.

Terminata la pausa relax, altro colpo al cuore imperdibile di questa città è Plaza de Espana, la cui visita è caldamente (in tutti i sensi) consigliata alla luce del tramonto. Poveri stolti sempliciotti, noi, che per intraprendere la camminata che conduce a questa piazza, un po’ staccata rispetto al centro della città, pensavamo che uscendo alle 20 avremmo trovato il clima “da sera”, col “golfino” sulle spalle.

E invece, usciti dall’hotel e girati due angoli, ti viene da andare a sbattere sul primo palo disponibile per perdere i sensi in maniera più veloce, che non tramite questo lento stillicidio. Alla fine, giunti alla piazza, la vista è però impagabile.

Il corridoio di archi rimanda nella sua caratteristica di cascata visiva interminabile alla Mezquita di Cordoba, segno di una tematica, quella del raggiungimento dell’infinito incatturabile, particolarmente sentita da entrambe le religioni che hanno abitato queste terre.

Naturalmente la città è piena di altre attrazioni e zona da visitare, così come lo sarà sicuramente questa terra, al di là del trittico Granada-Cordoba-Siviglia da me esposto in questa interminabile saga; lascio a voi, e ai vostri viaggi, il compito di continuare questo percorso di esplorazione di questa terra o di altre, se volete.

Per il momento, è stato un piacere accompagnarvi nella mia estate; sotto con la neve, ora.

 

Il vostro affezionatissimo,

Ale