Archiviato il capitolo musicale, è tempo ora di dedicarci al cinema e alle emozioni (e non) vissute in questo 2017 davanti al grande schermo (o al pc, ma io rimango di quella vecchia scuola convinta che no, non è la stessa cosa).

Nonostante l’argomento, che mi spingerebbe a scrivere per ore e ore attirandomi le ire dei fan della sintesi o più semplicemente di chi mentre mi legge ha la pasta sul fuoco o il figlio che piange, proverò a negare la mia stessa natura come d’altronde faccio già quotidianamente, e ad essere  sintetico: il 2017 (specifichiamo che teniamo in considerazione l’anno di uscita nel territorio italiano) è stata una buona annata (molto meglio nella prima parte), anche se forse sono mancati i veri e propri capolavori, sostituiti da tanti film di ottimo livello e di bellezza simile (da qui la difficoltà nello stilare una classifica).

Partiamo dal cinema italiano: qui è senza dubbio mancato il filmone, quello che nel 2016 è stato la Pazza Gioia, per intenderci. Al netto delle solite commedie quasi tutte trascurabili ( e dell’imbarazzante Napoli Velata di un Ozpetek ormai allo sbando) , le buone note azzurre sono arrivate dal cinema d’autore: il candidato all’Oscar (anche se purtroppo già tagliato fuori ) A Ciambra , insieme a Cuori Puri e a Il Padre d’Italia sono tre opere prime che affondando le radici nel disagio delle minoranze ( la conflittualità tra popoli diversi nella calabrese gioia Tauro, l’incontro-scontro fra anime perse sullo sfondo della degradata periferia romana, il desiderio di genitorialità di chi non vede un futuro e gira l’Italia per trovarla) allontanandosi dal patinato e artificioso mondo della classica commedia moralista e restituendo veri e propri spaccati di vita vissuta, che forse nessuno vuole vedere ma che c’è ed è viva, come lo è il cinema italiano.


Ottime notizie arrivano anche dal cinema d’autore internazionale (poi arrivo anche ai blockbuster, tranquilli): il regista francese Assays, dopo il riuscito Sils Maria, torna con Personal Shopper e butta giù un ambiziosissimo ritratto di una generazione social, smarrita in una frenetica quotidianità e non più capace di cercare e trovare “l’altro”, il mancante, “l’assoluto” in una dimensione spirituale e metafisica. Affogata in un mondo interconnesso, una straodinaria Kristen Stewart è testimone di un corpo (metafora forse anche dello stesso cinema) che finisce col tremare di fronte all’alterità, ovunque essa si palesi, senza né esserne pronta, e né comprenderla a fondo. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, ma il sospetto è che l’effetto Lynchiano sia voluto e non casuale. Di uguale impatto filosofico il bellissimo Lavoro di Mia Hansen Love (siamo sempre in territorio francese, bravi i cugini quest’anno) con Le cose che verranno, delicato inno alla libertà individuale agognata e ritrovata dopo una vita passata a inseguire l’altro, sia esso una madre malata o più in generale un’ideale utopistico. Isabelle Huppert è qui talmente gigantesca che, facendo alla pari con l’incredibile interpretazione sfoderata in Elle (thriller psicologico che ammicca e scavalca Lars Von Trier nel sondare la psiche umana) strappa il titolo di attrice dell’anno. Del geniale The Square ho già parlato, mentre, sempre dalla Francia (si, rode un po’) arriva lo struggente 120 battiti al minuto, dove sullo scivoloso terreno dell’ HIV la lotta per gli ideali si mischia a quella per la vita in un climax che non lascia posto ai deboli di cuore .

Veniamo ora alle produzioni americane: Guerra e Fantascienza dominano (come sempre?) il grande schermo, ma questa volta lo fanno con 5 ottimi film.
Il primo è Dunkirk, che più che un film pare un marchingegno scientificamente studiato per descrivere con sguardo documentaristico l’orrore della guerra. A fronte di una totale perfezione tecnica, vi sono in questo film solo due difetti: il primo è l’aspetto emozionale sempre un passo indietro rispetto all’intento narrativo.  Il secondo è che è un film di Nolan, e a noi, che del regista britannico abbiamo amato la tensione filosofica e lo sguardo ambizioso sul mondo, rimane un po’ l’amaro in bocca per aver trovato poco di quello che è il suo universo di appartenenza. Il buon Nolan ha qui voluto uscire dalla sua comfort-zone, e ha comunque fatto un ottimo lavoro: la spiaggia di Dunkirk è già un’icona del cinema. Chi invece nella propria comfort-zone vi è rimasto è Mel Gibson, uno che con guerre e sofferenza ci è sempre andato a nozze. La Battaglia di Hacksaw Ridge inserisce nella classica narrazione della guerra l’elemento umano e sentimentale che è mancato a Nolan, dimostrando grazie al soldato Doss che anche nel peggior terrore esiste il cuore: Il viso di Andrew Garfield è una carezza delicata in mezzo alla violenza.

Allied chiude il cerchio dei film di guerra, e, anche se meno ambizioso, funziona grazie soprattutto alla buona alchimia Pitt-Cotillard.

Per la fantascienza è stato, che piaccia o no, l’anno del regista canadese Villeneuve: prima con The Arrival, che seppur con molti difetti (al limite del ridicolo le scene prolungate dei tentativi di una irritante Amy Adams che cerca di decifrare i codici) è un film riuscito: sia per la fotografia, che per il tema di fondo, con la comunicazione che diventa non solo una descrizione della realtà ma un vera e proprio elemento fondativo, in grado di alterarne la percezione. Poi è arrivato lo strepitoso sequel di Blade Runner, con una fotografia che è una delle più curate dell’intera storia del cinema: il film è un orgasmo visivo in grado di annullare tutte le imperfezioni della trama.

Il “premio della critica” fra le opere americane mainstream va assolutamente a Madre!, la tanto assurda quanto geniale opera di Aronofsky (il regista del cigno nero, per intenderci)film estremamente divisivo, raramente, se non per qualche esperimento di Von Trier, si è vista una così attenta indagine psicanalitica sull’animo umana e sulle distruttive dinamiche di coppia che ne possono scaturirne. Esagerato, folle, imperfetto, ambizioso: è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

Infine, i sentimenti, elementi fondanti del cinema: ci ha puntato forte, riuscendoci, Denzel Washington con il suo Barriere, impreziosito dalla presenza di Viola Davis giustamente premiata agli Oscar. Ci ha puntato anche il vincitore degli oscar Moonlight, dramma in tre parti dalla forte valenza emotiva, soprattutto in un contesto americano come quello di oggi. E c’è infine il bellissimo Manchester By the Sea, che, oltre a lanciare Casey Affleck nell’Olimpo degli attori grazie a una perfetta interpretazione, riesce a dimostrare che anche il cinema americano è in grado di allontanarsi dai riflettori e dare alla luce un misto di autorialità, tenerezza e ironia di cui si fatica a trovarne eguali.

La numero 1 è fra queste. A voi scoprirla!

 

30 SCAPPA – GET OUT
29 LA LA LAND
28 LOVELESS
27 THE FOUNDER
26 SMETTO QUANDO VOGLIO 3
25 IL CLIENTE
24 SILENCE
23 IL PADRE D’ITALIA
22 LA RAGAZZA DELLA NEBBIA
21 SUBURBICON


20 SMETTO QUANDO VOGLIO 2
19 LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE
18 BARRIERE
17 A CIAMBRA
16 ALLIED
15 MADRE!
14 DUNKIRK
13 THE PLACE
12 CUORI PURI
11 COCO


10 PERSONAL SHOPPER

9 THE ARRIVAL

8 120 BATTITI AL MINUTO

7 THE SQUARE


6 MOONLIGHT


5 LE COSE CHE VERRANNO


4 LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE


3 ELLE


2 BLADE RUNNER 2049


1 MANCHESTER BY THE SEA