Eccoci dunque giunti (non senza un sospiro di sollievo) alla fine di questo 2017.

Al di là dei bilanci su se stessi, che lascio volentieri al chiuso delle vostre testoline, è anche il momento, per i veri appassionati, di tirare le somme per quanto riguarda ciò che a livello musicale e cinematografico questo anno ci ha lasciato. Rimbocchiamoci le maniche e, senza prenderci troppo sul serio, cominciamo dunque la nostra scalata verso il vertice della musica!

Un anno, il 2017, con qualche ritorno importante, sia in ambito pop che in ambito indie.

Come per tutti i ritorni, non sono mancate le delusioni: è il caso di Jovanotti, che, dopo averci bombardato con un hype mediatico (e non, data l’apertura del primo Jova Store a Milano) sapientemente costruito a tavolino, ha steccato il ritorno sulle scene rinunciando alla fame di innovazione che aveva caratterizzato le sue ere precedenti, e facendo invece posto a un più docile conservatorismo pieno zeppo di testi innocui e melodie ridotte all’osso. Non ce la sentiamo, dunque, di fare i complimenti al produttore internazionale Rick Rubin, chiamato alla corte di Jova per portare un respiro di internazionalità e reo invece di aver svestito il cantante romano della ottimistica tuta elettronica per cucirgli addosso un vestito pseudofolk – degregoriano che, oltre a non avvicinarsi per nulla ai modelli a cui ambisce, non rende neanche giustizia alla poliedrica e ben più dinamica personalità del buon Jova.

Lo scettro del pop italiano passa quindi dritto nella mani del ben più in palla Cesare Cremonini, che con Possibili Scenari mette un altro importante tassello (forse il più importante) lungo il suo percorso di crescita artistica. È il suo disco più bello e vario a livello tematico, dove le origini spensierate di una vespa lanciata fra i colli bolognesi non vengono rinnegate ma fanno anzi da trampolino per l’affermazione di uno stile più maturo e nello stesso tempo ironico. Lungo le 10 canzoni dell’album Cesare tratta con soprendente disinvoltura  temi di stringente attualità (l’immigrazione, in Kashmir-Kashmir, il narcisismo social in “Nessuno vuole essere Robin”), senza mai rinunciare al suo stile leggero ma mai superficiale. Tacitamente ambizioso, il cantante bolognese muoverà i suoi primi passi negli stadi a giugno 2018, con San Siro ormai chiamato a tracciare la linea di confine oltre la quale un cantante diventa icona del su tempo: è facile pensare che gli 80.000 cuori spingeranno Cesare nell’Olimpo del pop italiano, piedistallo dal quale non si torna più indietro: a lui oneri e onori di portare avanti il ruolo di innovatore della nostra musica.

Ma il 2017 italiano è stato anche l’anno dell’ingresso nella classifiche di un terreno musicale che, se non vogliamo chiamare indie per non disturbare i puristi della musica, è quantomeno fucina di nuove forme di cantautorato, prive di quell’electro-mainstream da 4 soldi che sta caratterizzando, purtroppo, la musica recente delle varie Noemi, Ferreri e Michielin, quest’anno sottotono rispetto ai loro standard. Al di là dei The Giornalisti, i più pop e commerciali del popoloso gruppo che andiamo a presentare (segnaliamo comunque il loro album fra i più piacevoli dell’anno), è stato l’anno dei nuovi e ottimi lavori di Mannarino (sia benedetta la scuola di Roma) Brunori Sas, i ritrovati Baustelle, Colapesce al suo album più “pop” e a chiudere Gazelle, vera e propria scoperta e figlio ultimo di quella scuola Hip-Hop italiana nata più di 10 anni fa dai suoni underground della ditta Bassi Maestro-Mondo Marcio e Fabri Fibra.

Fibra appunto. Fenomeno è un album splendido, e il rapper di Senigallia dimostra di essere ogni anno sempre più inserito nel tessuto sociale contemporaneo: al  netto della radiofonica e facilona “stavo pensando a te”,  il disco di Fibra è intriso di temi contemporanei e pone il buon Tarducci fra i principali interpreti del disagio contemporaneo, uno dei pochi a mostrare l’urgenza di affrontare di petto temi scomodi: ha ragione chi definisce l’hip hop (non solo italiano) come la nuova forma di cantautorato. È su quest’ultima che si appoggia invece l’ultimo splendido lavoro di Erica Mou, che inanella l’ennesima conferma pur senza mai cambiare troppo il suo stile.

In campo internazionale, devo prima di tutto ammettere il mio allontanamento dal pop più mainstream, che stretto fra elettronica e suoni tropical-house da una parte, e da trap e hip hop dall’altra, appare come in difficoltà nell’affermazione di una qualsiasi personalità che riesca ad unire la semplicità che da sempre caratterizza il pop con la capacità di durare nel tempo proponendo sempre suoni e universi di stile nuovi: ed è così che in quest’ambito stanco i nuovi lavori delle varie Miley Cyrus, Katy Perry e Kesha scivolano via innocui e senza grandi scossoni, con le rispettive carriere a corto di idee, quasi a testimonianza di un mondo musicale smarrito e senza una direzione da prendere.

Arrivano dunque da un territorio più indie i dischi internazionali più validi dell’anno. È il caso dei The National, ormai una garanzia di qualità, della bella sorpresa che è stato Tokio Myers, vincitore di Britain’s got Talent 2017 e bravo a mixare a la Moby una dimensione classica con una più contemporanea, e l’ennesima conferma di Perfume Genius, capace di reinventare la sua sofferente ma mai remissiva personalità in suoni nuovi che vanno oltre la dimensione intimistica e strumentale che caratterizzava i suoi primi lavori. Menzione a parte per il pezzo Die4you, che strappa il titolo di canzone d’amore più bella dell’anno.

Anno importante anche per quello che viene chiamato dream-pop o xanax-pop, di cui i The XX sono stati i pionieri o semplicemente i più celebri esponenti. Al di là del loro buon ritorno, la vera sorpresa del 2017 sono i Cigarettes After Sex, band di Brooklyn al loro album di debutto: la loro è una prova compatta che scorre piacevolmente come 10 gocce di Alprazolam.

Arriviamo infine alle regine dell’anno. Da una parte, l’importantissimo ritorno di Lana Del Rey. Anche lei attesa in Italia ad aprile, la sua quinta prova è nello stesso tempo quella più corale (per la prima volta aperta a più collaborazioni, dai The Weekend fino a Asap Rocky) e quella più politica, (super iconici i brani Coachella – Woodstock in My Mind e God bless america – and all the beautiful women in it). Lust for Life, di cui la title-track ne è un bellissimo emblema, è un disco dove il malinconico pessimismo che caratterizzava i suoi precedenti lavori viene inumidito nello xanax, lasciando così il posto a una velata tinta di ottimismo che pur non cancella la base malinconica su quale si appoggia la sua intera discografia. Lana è interprete e creatrice del suo stesso stile, portato avanti senza chiusure autoreferenziali ma sempre aperto a fonti di innovazione.

 

Dall’altro lato del trono c’è spazio per la ragazzina chiamata direttamente da sua maestà David Bowie a innovare la musica contemporanea. Senza alcun timore reverenziale, la neozelandese Lorde confeziona un album strepitoso, capace di quella impresa riuscita solo ai più grandi nomi della musica: unire critica e pubblico. Aperto dalla struggente Green Light, inno di rivincita che spacca il cuore in due con il suo incedere danzereccio su un testo fottutamente malinconico (la frase di apertura We order different drinks at the same bars è tragica nella sua semplicità), l’album procede sicuro di sé senza alcun punto debole, e con un forte comune denominatore che è la ricerca di una propria personalità fra delusioni d’amore e luci della dancefloor, in un intreccio ormai specchio di quella sconvolgente Loveless Generation. È proprio questo il titolo del brano pazzesco, sapientemente inserito a metà disco, come a voler dividere il pessimismo della struggente Liability dalla rivendicazione di orgoglio della poetica Writer in the Dark, confessione di un’anima sola e abbandonata ma ben consapevole della sua potente dimensione artistica (Bet you rue the day you kissed a writer in the dark).

Quello di Lorde non è un disco facile ma è, senza dubbio, il disco dell’anno.

A seguire, l’intera classifica!

20. Ermal Meta  – Vietato Morire

19. Paola Turci – Il secondo Cuore

18. Chiara Galiazzo – Nessun Posto è Casa Mia

17. Sam Smith – The Thrill of it All

16. The Giornalisti – Completamente Sold Out

15. Michele Bravi – Anime di Carte

14. Colapesce – Infedele

13. Baustelle – L’Amore e la Violenza

12. Brunori Sas – A Casa Tutto Bene 

11. Mannarino – Apriti Cielo

10. Gazelle – Superbattito

9. The National – Sleep Well Beast

8. Tokyo Myers – Our Generation

7. Cigarettes After Sex – Cigarettes After Sex

6. Erica Mou – Bandiera sulla Luna

5. Fabri Fibra – Fenomeno

4. Cesare Cremonini – Possibili Scenari

3. Perfume Genius – No Shape

2. Lana del Rey – Lust For Life

1.  Lorde – Melodrama

 

Che il 2018 ci porti altrettante emozioni!