“Finisce sempre così. Con la morte.

Prima, però, c’è stata la vita,

nascosta sotto il bla bla bla bla bla.

È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore”

Così il lento incedere della recitazione di Toni Servillo andava a chiudere il più felliniano dei film di Sorrentino, il tanto amato (almeno da me) premio oscar “La Grande Bellezza”.

Giunto alla sua ottava fatica, il regista napoletano con “Loro1” e “Loro2” cambia i protagonisti, gli attori (non tutti) e la vicenda, ma non rinuncia all’orizzonte epistemologico del suo cinema: quel personalissimo sguardo autoriale in grado di permeare ogni inquadratura di quel nostalgico e umano senso di impotenza verso quel qualcosa che non riusciamo a conoscere e afferrare; un assoluto più grande di noi.

Una tensione, quella presente in ogni pellicola Sorrentiniana, orientata ad andare “oltre” lo schermo, giocando sul confine fra il  territorio della comprensione razionale e il più ampio spazio dell’inconoscibile: è in questo perimetro di gioco (anche detto arte) che giace il senso profondo del suo cinema: una profonda e infinita (per alcuni ridondante e stucchevole)  riflessione esistenziale su quel chiacchiericcio, chiamato vita, che si frappone fra la nascita e la morte, uniche due certezze su cui possiamo effettivamente contare .

Toni Servillo e Paolo Sorrentino continuano il loro sodalizio artistico anche in Loro. Fonte: la Stampa

Se l’indagine di questo “chiacchiericcio” è una costante del cinema di Sorrentino, c’è una differenza, fondamentale fra “La grande bellezza” e “Loro”: mentre  nel primo caso la nostra esistenza veniva rappresentata come un confuso insieme di “sparuti cenni di grande bellezza”, gettati in maniera caotica sulla tela solo apparentemente unitaria della nostra identità, in “Loro” il trova invece la sua rappresentazione in quel pornosubstrato sociale (cavalcato da “loro”, appunto) che si frappone come un vulnus granitico fra la nascita ( la scena iniziale del sacrificio dell’agnello sull’altare della tv berlusconiana)  e la morte (la scena finale del corpo del Cristo faticosamente recuperato dalle macerie): quel che c’è in mezzo non è dunque più un insieme di sparuti cenni di grande bellezza, bensì un turbine di mondanità spinto all’eccesso e schiavo della mera logica dell’apparire.

Se nella grande bellezza la dimensione religiosa e quella atea correvano parallele, come due mondi che cercavano (vanamente?) di afferrare il senso della vita senza guardarsi l’uno con l’altro (l’uomo ateo smarrito nella mondanità opposto all’uomo religioso che cerca il senso della vita arrampicandosi sui gradini verso Dio), in “Loro” le dimensioni, seppur solo vagamente accennate, si combattono in netta opposizione: non è un caso che il circo berlusconiano è quasi un enorme allegoria del peccato che invade la narrazione proprio frapponendosi a un agnello e al corpo di Cristo.

È in mezzo ai peccati che c’è proprio quello, il bla bla bla del berlusconismo.

In mezzo, appunto, Sorrentino ci mette tutto, e per una volta forse pure troppo, dato che la durata di 4 ore, (che avvicina il film alla forma comunicativa serie tv di 2The Young Pope2) obbliga il regista o chi per lui a dividere l’opera in due grandi capitoli, obbligando di fatto lo spettatore a pagarsi due biglietti di ingresso. Al netto della durata, le grandi riflessioni esistenziali della grande bellezza lasciano qui il campo a una più frivola risolutezza centro nevralgico dell’ironia puramente berlusconiana.

Le tematiche sono dunque tutte accarezzate e mai approfondite, così come impostato dal sistema comunicativo (personale e televisivo) berlusconiano; ecco che i discorsi cadono e le riflessioni sulla vita, lasciate alla sola voce di una sempre a fuoco Elena Sofia Ricci nei panni di Veronica Lario, rimangono irrisolte, rinunciatarie e perfino denigrate. Emblematico, in questo senso, il momento di rottura fra i coniugi, in cui Silvio accusa la troppo intellettuale “Veronica” di “pensare se è giusto o meno ridere ancora prima di farlo”: un meraviglioso  j’accuse berlusconiano verso la società radical chic benpensante, rea di aver denigrato ciò che non è riuscita a comprendere.

Con una presenza nettamente inferiore di rimandi metaforici  rispetto a “Youth” o a “La Grande Bellezza”, l’opera scorre richiamando l’agile stile narrativo del “divo”, con piani sequenza molto veloci e una colonna sonora, come al solito fra gli elementi vincenti di Sorrentino, che spinge l’incedere narrativo fra colpi di genio e di voluto trash (epico il balletto “menomale che Silvio c’è”). La netta sensazione che si matura soprattutto durante “Loro 1” è quella di vedere un film con Berlusconi più che un film su Berlusconi, dove il protagonista è semplicemente uno strumento in grado di veicolare il più alto fine della narrazione: comprendere come il fenomeno in questione (il berlusconismo) sia stato possibile: in primis a livello sociologico, dopodichè a livello psicologico (del protagonista).

È in questo senso che si inserisce l’efficace mossa sorrentiniana di far apparire il protagonista solo a un’ora dall’inizio, quasi a voler mettere l’accento su quel mondo che ha creato il personaggio, prima ancora che sul personaggio stesso: un mondo fatto di volgarità, apparenza, estremismi, interpretato più che bene dall’ottima prova sia di Scamarcio che di Kasia Smutniak, quest’ultima nel non facile ruolo dell’“ape regina”.

Per il resto, non vi anticiperemo troppo su ciò che accade (e non): vi diciamo soltanto che è un’opera coinvolgente e a tratti irritante, ma a suo modo imponente: ditemi voi se c’è un modo migliore per descrivere il caro Silvio.