Non è certo un film immediato, The Square.

Si esce dalla sala un po’interdetti e con una serie di domande che vagano in ordine sparso per la scatola cranica (Basti già forse questo per definirlo un buon film?). Quale significato attribuirgli? è un film che lascia o toglie speranze? Parla di arte, società, politica o umanità?

Di tutte queste cose insieme, verrebbe da dire.

Ruben Ostlund, alla sua seconda prova dopo Forza Maggiore, riesce nell’intento di fondere diverse tematiche in un solido unicum che, privo di un pretenzioso sguardo totalizzante, esercita il suo potere come un prisma rifrangente in grado di catturare la luce proveniente da tutte queste aree restituendone una visione unitaria, costituita da una meravigliosa scala di sfumature cromatiche: tanto varia quanto bella.

 

The Square è un film concettualmente potente che gira intorno a una forma, nella stessa misura in cui 2001 Odissea nello spazio ruotava intorno all’iconico monolite della scena iniziale.

Qui la forma in questione è un semplice quadrato, quello che delimitato da quattro led luminosi rappresenta il punto di partenza dell’installazione artistica voluta dal protagonista: forma il cui perimetro rimanda al concetto di “confine” intorno al quale gira l’intero tessuto narrativo; un confine che è qui limite fra diverse realtà, diverse visioni di mondo e diversi istinti contrastanti fra loro.

Su un terreno finemente ironico e mai banale, in The square si muovono e scontrano in continuazione pulsioni e mondi contrastanti, tutti pronti a esercitare pressione sui confini che li delimitano. Prendiamo il ruolo dell’artista nella società, ad esempio: se da una parte viene affermato come capace di riconoscere il crescente senso di solitudine e egoismo che caratterizza l’essere umano contemporaneo (nessuno aiuta nessuno lungo tutto il film) e impegnato nel trasformare in opera d’arte questa consapevolezza, dall’altra si scontra con le azioni che lui stesso compie,  costantemente contrarie a ciò che la sua arte vorrebbe esprimere.

Il confine dell’identità dell’artista è labile e messo sotto assedio dall’elemento umano dello stesso artista.

Non solo l’artista: il confine del quadrato, chiamato nella sua proposizione originaria a separare il mondo altruista-ideale da quello egoista-reale, diventa in realtà un vuoto contorno che separa il mondo dell’arte contemporanea da ciò che ne sta fuori, ossia quello che viene etichettato dagli artisti come becero populismo che dell’arte contemporanea ne critica struttura ed essenza, spingendo sul confine della suo valore e mettendone in dubbio il suo status “artistico”.

Il confine diventa dunque quello fra un mondo dell’arte, chiuso nei suoi confini autoreferenziali e sempre più coincidente con una élite lontana dal popolo, e il popolo stesso, rappresentato dalle istanze più primitive dell’animo umano (il marketing delle facili sensazioni, i mancati aiuti che perdurano in tutto il film) che di questo quadrato rappresentano la forza centripeta che rischia, se non accolta, di far collassare tutto l’interno della figura: un mondo dell’arte, ma non solo, messo sempre più a rischio.

È in questo senso che The square esplode nella sua venatura politica-sociologica. Non è solo una critica all’evoluzione dell’espressione artistica, ormai così lontana dai gusti del pubblico, ma è più in generale un grido d’allarme verso un mondo sempre più in mano al perbenismo dei salotti borghesi, persi in un vuoto autoerotismo incapace di intercettare le istanze provenienti dal fondo in primis della società, e, in secondo luogo, dell’animo umano.

Non a caso, quando il gioco “sfugge” di mano, la bestia chiamata a intrattenere il pubblico finisce con lo sfogare i suoi istinti in una dinamica controversa di fronte alla quale il salotto di artisti  rimane silente e incapace di una qualsiasi reazione.

Come dire: per quanto l’arte (e la politica) sia in grado di riconoscere il disagio della società,  i confini entro i quali canalizza ed esprime la sofferenza esistenziale sembrano più asfittiche rappresentazioni e imposizioni che non dialoghi e interazioni con chi, questa sofferenza, la sente davvero.

Troppo facile chiamarla “populismo”. L’arte e la politica dovranno fare uno sforzo maggiore per capire come rispondere a queste istanze dell’animo umano: altrimenti, prima o poi, il quadrato collasserà.

E noi, bellezze, con lui.