Bastasse la bellezza, in un mondo che ti incorona influencer se sai costruirti un bel profilo instagram, Rupi Kaur ne uscirebbe comunque vincitrice. È bella Kaur, di una bellezza sana, naturale, radiosa. È elegante, ma non di un’eleganza definita dagli abiti che indossa. Kaur l’eleganza ce l’ha negli occhi, insieme alla forza di chi riesce a trasmettere un messaggio solo guardandoti. Ma facciamo un passo indietro, chi è questa ragazza indo-canadese balzata agli onori della cronaca per aver postato una foto che la ritraeva con il pigiama e il letto sporco di sangue mestruale? Ridurre il suo lavoro, e la sua arte, a quell’unico episodio sarebbe però sbagliato, com’è sbagliato dire che le sue poesie sembrano quelle stampata nei bigliettini d’auguri o, peggio, nei Baci Perugina.

Rupi Kaur è un’autrice di origine  punjabi. Nata in India, si trasferisce a Toronto al seguito dei genitori quando aveva solo quattro anni. Poetessa, illustratrice e performer seguitissima, da Tumblr a Instagram, dalle librerie ai tour mondiali, il suo successo sembra inarrestabile. Inizia ad esprimersi con l’arte fin da bambina quando la madre, per sbloccare la sua timidezza e il suo linguaggio, la invita a esprimersi e comunicare attraverso la pittura e l’illustrazione. Si inizia a parlare di lei quando, nel 2015, Instagram la costringe a rimuovere un’immagine della serie Period, un lavoro fotografico sul ciclo mestruale, sviluppato insieme alla sorella per un corso di retorica al college, il cui obiettivo era sfidare un tabù raccontando una storia senza l’uso delle parole. Quello che sembrava un banale caso di netiquette esplode e la risposta di Rupi Kaur non si fa attendere: «È ok condividere ragazzine, spesso minorenni, in intimo, messe in mostra ed erotizzate, ma io non posso condividere uno scatto di cui sono autrice, in cui sono completamente vestita ma con una piccola perdita mestruale».

Intanto i follower crescono e Kaur, che è una poetessa social nonostante il mondo della letteratura disprezzi gli instapoets, decide di auto-pubblicare la sua prima raccolta di poesie milk and honey (edita in Italia da TRE60), una mossa coraggiosa e forse l’unico modo per far sentire la voce di una giovane donna indiana che denuncia molestie e abusi. Il successo è immediato tanto che la casa editrice Andrews McMeel decide di acquistare il libro che diventa un caso letterario mondiale. Tradotto in 35 lingue, vende oltre tre milioni di copie e diventando un best seller del New York Times. Nel 2017 pubblica il suo secondo libro, the sun and her flower, che vende un milione di copie in soli tre mesi.

Dal femminismo all’amore, analizzato non senza un velo d’ironia, passando attraverso il dolore di un tema sempre attuale, come quello della violenza sulle donne, la poesia breve e schietta di Rupi Kaur arriva dritta al cuore e parla, in modo trasversale, a intere generazioni di donne, che siano figlie o madri, mogli, amanti, donne ferite e violate o innamorate e felici. Intimo e personale, ma al contempo universale, il suo lavoro stupisce per semplicità e forza narrativa. I suoi versi brevi come haiku, onesti, saturi di realismo e perfetti anche dal punto di vista estetico (non è casuale la scelta di non utilizzare mai lettere maiuscole conferendo al testo una maniacale simmetria), esprimono una semplice e potente verità che si potrebbe riassumere con un “non sei sola”. È l’empowerment reciproco, il rapporto tra donne e donna che si fa ricostituente per l’anima, proprio come il latte con il miele lo è per il corpo, il fil rouge che lega le sue poesie. Kaur rompe gli schemi, traspone il legame tra donne, sorelle e amiche, a livello universale facendolo diventare pratica globale grazie alla sua voce.

 

Per l’Huffington Post “milk and honey è un libro che ogni donna – non ogni lettrice, proprio ogni donna, dovrebbe tenere sul comodino” e noi non possiamo che concordare. I libri di Rupi Kaur smuovono gli animi e guariscono ferite. milk and honey è un viaggio che inizia dal dolore, il ferire della violenza sessuale che emerge nel primo capitolo, per arrivare a rimpossessarsi di se stessi e dell’amore nel secondo capitolo, vivere un nuovo e diverso dolore, quello che l’amore inevitabilmente porta con sé e che l’autrice chiama lo spezzare, per finire con il guarire assaporando e celebrando quel dolore.

Che piaccia o meno la sua arte, che arrivi o meno il suo messaggio, a Rupi Kaur dobbiamo il grande merito di aver dato una nuova (e femminista!) linfa vitale alla poesia.