di Virginia Zettin

Teatro e tematiche sociali – nonché attuali – molto spesso (se non sempre) si rincorrono, si guardano e si intrecciano indissolubilmente. Lo sapevano bene già Aristotele, Shakespeare e Brecht – per citarne alcuni. Non ci aveva pensato, però, inizialmente “Il Blasio” alias Alessandro Blasioli a coniugare le sue doti recitative con l’arte oratoria della denuncia sociale.

Eppure, quando lo incontriamo, il giovane attore abruzzese è appena tornato da New York, dove ha portato in scena il suo corto teatrale “Questa è casa mia”, monologo d’ispirazione autobiografica che unisce espedienti narrativi all’amaro ricordo di una delle più brutte pagine della nostra storia recente. Soprattutto per quanto riguarda la gestione da parte dello stato italiano – dove, per l’altro, lo spettacolo è andato meno in scena rispetto che all’estero. Almeno per ora.

 

 

Chi è Alessandro Blasioli?

Chiamatemi pure Blasioli, Blasio, Blas, Blasiò. Nessuno mi chiama per nome.

Scherzi a parte, Alessandro è un tranquillo abruzzese di Chieti, Blasioli canta, recita, traballa il giusto. Si fa quel che si può! Dopo aver frequentato l’Accademia Eutheca a Roma, ho formato con alcuni colleghi la Compagnia “Sasiski!” Facciamo Commedia dell’Arte, un genere che successivamente ha influenzato il modo in cui racconto. Dal 2014 scrivo monologhi di teatro civile e la cosa è iniziata particolarmente a piacermi… “Questa è casa mia” , il primo pezzo che ho scritto, tratta il post-sisma aquilano.

 

Come è nata l’idea di “Questa è casa mia”?

L’idea è nata nel momento in cui mi sono reso conto che i miei amici da altre regioni non sapessero come stessero realmente le cose. Nel 2013, infatti, sono andato in scena coi i compagni d’Accademia, a L’Aquila, con “L’eccezione e la regola” di Brecht. Loro non sono abruzzesi e sono rimasto sbigottito nel vedere lo stupore nei loro occhi, alla vista di una ricostruzione -allora- inesistente, ai cumuli di macerie ancora nelle strade, alle case sventrate. Credevano, grazie ai tg e ai quotidiani, che andasse tutto bene, che con la consegna delle New Town – le nuove abitazioni per far fronte all’emergenza relativa agli sfollati – si fosse risolto tutto il problema. Ma così non è stato, ed ecco il perché di “Questa è casa mia”. Il sottotitolo, “DOLOR HIC TIBI PRODERIT OLIM”, un giorno questo dolore ti servirà, riassume il compito che mi sono prefissato: far risaltare i problemi causati dalla mala gestione del post sisma affinché non si creino nuovamente situazioni del genere (confermate invece dai più recenti terremoti del centro Italia).

 

Hai sempre sentito la necessità di utilizzare la recitazione come strumento di denuncia sociale?

Per quanto riguarda la recitazione come strumento di denuncia sociale no, non lo pensavo. Probabilmente per ignoranza. Soltanto durante l’esperienza formativa e dopo aver scritto il corto antecedente a “Questa è casa mia” intitolato “A Vostra completa disposizione!” ho iniziato a intuire il potenziale di quanto racconto.

 

Quanto c’è di autobiografico in “Questa è casa mia”?

La storia è chiaramente romanzata, ma è ispirata a fatti e persone realmente esistenti.

L’amicizia tra Paolo e Marco (i due protagonisti ndr.), Silvi, l’hotel, le pizzonte e la signora Palma de “Le Hawaii”, le New Town, la riclassificazione di un edificio… è tutto vero. Io sarei Marco, il ragazzo di Chieti, che inizialmente non si rende conto della gravità dell’accaduto. Anche il nonno, la processione e l’aver assistito al Miserere rivolto verso il Gran Sasso si ispirano a mie esperienze personali… diciamo che ho riversato il mio mondo in un calderone, ho mischiato il tutto e ho estremizzato i personaggi più assurdi ch’io conosca!

 

Che impatto ha avuto sulla tua vita quel terribile sisma?

Nonostante io abbia avuto la fortuna di non aver pianto nessun parente sotto le macerie, ho “sentito” molto il terremoto, da abruzzese e da amico di aquilani.
Il riscontro più vivo di quanto potesse essere travolgente un evento simile l’ho avuto dal mio amico aquilano Antonio, che ha ispirato il personaggio di Paolo. Antonio l’estate del 2009 era come un morto vivente, con lo sguardo nel vuoto. Ogni certezza che un 16enne può avere, spazzata via in 32 secondi.

Fu un’estate davvero strana, triste.

 

Che effetto ti fa portare questa in scena tematica così dura e così vicina a te?

Capita di piangere a volte, quando provo la memoria dello spettacolo. Lacrime di rabbia, probabilmente. La cosa più brutta in questi anni è stata quella di dover cambiare gli aggettivi numerativi: sono passati 6, 7, 8, 9 anni senza ancora una soluzione… l’anno prossimo sarà il decennale della tragedia. Il sogno sarebbe quello di smetterla di raccontare questa storia, perché ciò significherebbe, se non altro, che L’Aquila è stata ricostruita.

 

Come hai lavorato alla costruzione dell’opera?

All’inizio ho studiato libri e documentari (“L’Aquila non è Kabul” di Giuseppe Caporale, “Non si uccide così anche una città?” di J.C. Frisch, “Ju terramotu: la vera storia del terremoto in Abruzzo” di Samanta di Persio e “Draquila” film di Sabina Guzzanti). Poi sono andato più volte nella Zona Rossa, nelle New Town, a intervistare gli aquilani e semplicemente osservare come ci si adegui al cambiamento, nonostante tutto.

 

Nel tuo monologo intrecci passaggi narrativi alla citazione di fatti e dati storici veri e documentati, mettendo in primo piano gli atti processuali con tanto di nomi e accuse. Ti ha creato qualche problema tutto ciò?

Per adesso no. Quello che tengo sempre a precisare è che, anche se parla di Berlusconi e affiliati, lo spettacolo non è partitico, ma al massimo politico: il sopracitato terremoto del centro Italia è stato gestito malamente dal governo Renzi, tanto quanto i precedenti. Per questo c’è bisogno immediato di una regolamentazione adeguata.

 

Invece dal pubblico come è stato accolto lo spettacolo? Immagino sia stato particolarmente interessante portarla nelle zone direttamente colpite dal sisma…


Lo spettacolo, incredibile ma vero, è stato fatto più all’estero che in Abruzzo!
Per ora ho fatto replica al Marrucino di Chieti e poi soprattutto su Roma e dintorni… Nelle terre del sisma ho fatto solo una replica, ma parliamo non della mia regione, ma delle Marche. Il pubblico accoglie molto bene il testo e la mia copiosa sudata. Molti mi dicono di averli fatto ridere e piangere al tempo stesso, di sapere adesso molte più cose di prima, si vergognano di quanto ascoltato e visto. Nella replica marchigiana c’erano dei terremotati. Mi hanno fatto i complimenti, è stato un momento emozionante.

 

A proposito di emozione, adesso sei volato a New York per portare in America il tuo monologo. Come è successo? Che effetto ti fa?

È strano. Mai mi sarei aspettato di viaggiare in America…per lavoro! È stata un’esperienza unica, anche perché non è stato affatto facile far passare alcune informazioni, nonostante la traduzione. New York mi ha stupito in maniera positiva, ma chiaramente quando ho raccontato di paesaggi abruzzesi, della campagna, della tradizione religiosa… mi sono reso conto che poteva essere difficile per qualcuno comprendere appieno il contesto; ciononostante, il pubblico ha reagito bene, si sono aperti addirittura dei piccoli dibattiti sul tema… avevano fame di sapere gli aggiornamenti circa la ricostruzione!

 

Hai in mente altri progetti per sviluppare questa tua denuncia artistica?

Ce ne sono diversi in realtà, in costruzione o in debutto imminente: quest’ultimo si intitola “DPR – Web Sommerso” e sarà in scena il 30 maggio al teatro India di Roma, in occasione della V edizione di Dominio Pubblico.“DPR” parlerà di Anonymous e Dark Web, mettendo lo spettatore al corrente di cosa siano davvero queste realtà virtuali. C’è poi un corto che ho intitolato “Sciaboletta”, che ha già vinto il premio “miglior testo” al suo debutto presso il festival Shortlab di Roma, assieme a “L’Avvocato di Matteotti”, altro spettacolo in costruzione, rappresenta una parentesi “storica” della mia narrazione, trattando rispettivamente della fuga dell’ultimo Re d’Italia Vittorio Emanuele III e del processo farsa contro gli assassini di Giacomo Matteotti, svoltosi proprio nel tribunale della mia città natale, Chieti. Entrambi avranno una connotazione antifascista.

Hai mai pensato a portare la tua storia al cinema o in televisione?

Magari! Sarebbe certamente interessante. Ma bisogna trovare anche chi si prenda questa responsabilità -soprattutto economica. …Non serve dire che anche questo nostro settore vive la crisi, giusto?

 

Altri progetti?

Sono in due spettacoli in ultimazione, entrambi di Commedia dell’Arte, con la “Compagnia Sasiski!”: “Gli Sposi Promessi” e “Antigone”, entrambi con la regia del Maestro Carlo Boso.

 

Quanto è difficile, al giorno d’oggi intraprendere la carriera di attore di teatro?

Credo non più difficile di qualunque altro mestiere, con la differenza però che esiste una grande disparità fra IL TEATRO ed il teatro… mi spiego: non c’è un punto mediano. O fai spettacoli piccoli per piccoli spazi oppure devi essere il nome “X” o l’attore di serie Tv “Y” affinché ti si aprano i grandi portoni del teatro italiano. Nella professione si sente la mancanza di meritocrazia. Forse un po’ polemica come risposta, ma è questa la sensazione. Certo, ci sono le dovute eccezioni, come proprio “Dominio Pubblico”, il festival che per il secondo anno consecutivo mi darà la possibilità di calcare un grande palco romano.

C’è poi un altro problema: a teatro, in Italia, si va poco. E non lo dico io, lo dicono dei dati europei.

 

Che messaggio vuoi dare ai nostri lettori?

Andate a teatro, incuriositevi, pretendete qualità, fischiate se non vi piace, fate sentire il vostro disappunto, se necessario. L’unico modo per migliorare qualunque situazione (politica, culturale, ecc.) è quella di affrontare il problema e non lamentarsi e basta. Per citare Steve Jobs, siate affamati e folli.