di Virginia Zettin

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Francesca Caprioli, giovane e talentuosa regista italiana che da oggi va in scena al  Teatro Studio Eleonora Duse di Roma con lo spettacolo “È Un Continente Perduto”, tratto dal romanzo “La casa del sonno” di Jonathan Coe.
Dalle sue risposte emerge non solo la poeticità del suo teatro, ma anche la schiettezza di una generazione disillusa, che cerca di risvegliare il mondo «senza urlare» 

Francesca Caprioli. Ph. Marco Lanini

 

Il 29 novembre debutta lo spettacolo da te diretto “È Un Continente Perduto” tratto dal romanzo di Coe “La Casa del sonno” (1997). Raccontaci.

“È Un Continente Perduto” racconta le storie di cinque vite, cinque personalità completamente differenti eppure annodate con un nodo saldo, a un tempo preciso, il tempo più felice della loro vita: la giovinezza.

 

Il romanzo di Coe raccontava, tramite l’incrociarsi delle vite dei suoi personaggi, le paure topiche della fine del Secolo scorso: sono ancora attuali?

Quello che secondo me è sempre attuale è la ricerca della radice umana attraverso l’indagine della propria sensibilità. Lo spettacolo cerca di definire quella che potremmo chiamare una “intimità universale”, quel senso comune che viene da concetti come l’identità, l’amore, l’azione, il sacrificio, il pensiero. Tutti quei sentimenti umani che adesso stanno nel corpo sociale come organi avvelenati e malconci ma che continuano lo stesso ad esserci. E questa è magia.

Una foto di scena di “È UN CONTINENTE PERDUTO”. Ph. Chiara Ernandes

Una regia quasi psicoanalitica la tua quindi?

 Beh, sicuramente è una regia che rincorre il sogno di mettere in scena quelle corrispondenze che nella “coscienza sveglia” dell’individuo non vengono registrate.

 “È Un Continente Perduto” è infatti uno spettacolo si misura con l’inconscio, con l’oscuro, con tutto il mondo del sogno e del sonno e che cerca – attraverso i colori, i suoni e gli “echi” – di rappresentare la veglia sotto un nuovo punto di vista. Una veglia sintetica, ricca e indimenticata dell’esperienza del sonno.

 

Tra Brexit e la Manovra Finanziaria “È Un Continente Perduto” potrebbe essere un titolo perfetto per uno spettacolo sull’Europa di oggi.

Non mi arrogo il diritto di parlare dell’Europa, del mondo, di Dio. Quello che io e gli attori cerchiamo di restituire è un pezzo di specchio in cui lo spettatore possa riflettere oltre che sé stesso, i propri dubbi e la propria ipocondria.

Una foto di scena di “È UN CONTINENTE PERDUTO”. Ph. Chiara Ernandes

L’ipocondria, uno dei mali di oggi…

Questo è un tempo cattivo della storia, un tempo cupo, in cui l’immaginario è diventato immagine e la discussione connessione, con il quale però noi non siamo d’accordo. Perché crediamo che ci sia qualcosa di più a cui attingere, qualcosa di più a cui ambire. Ed è questo ciò che cerchiamo di sussurrare all’orecchio dello spettatore -perché di urlare, forse, non se ne parla più.

 

Vivendo in momento storico come questo, potremmo giocare col titolo dello spettacolo e dire che la nostra è una generazione perduta?

Nessuna generazione è perduta. C’è tanto da ricostruire però. Siamo abituati a vivere molto lontani da noi stessi. Sempre spalancati sui mondi finti degli altri. Sempre in comunicazione virtuale con mille persone e con nessuno. Sempre in grande difficoltà. Questo è difficile: salvare il proprio universo.

 

Una foto di scena di “È UN CONTINENTE PERDUTO”. Ph. Chiara Ernandes

L’arte può essere ancora uno strumento di risveglio della coscienza?

L’arte è risveglio perché è strumento di forza. L’arte, a mio avviso, è tutto quello che resta della religione e della magia e della poesia.

Creare e distruggere sono due azioni di cui chiunque dovrebbe potersi sentire capace, perché sono le due azioni basilari dell’uomo. E l’arte altro non è che questa capacità universalizzata. Beato chi la possiede, beato chi ne gode.

 

Parlando di te, come mai hai scelto la strada della regia?

Ho scelto la strada della regia perché era l’unica strada che vedevo capace di amalgamare le mie tre grandi passioni: la scrittura, la fotografia e… le persone. Mi piace il teatro perché riesce a riportare la vita a una dimensione per così dire “sacra” e rituale, restituendo alle cose la poesia dell’apparenza e alle persone la sostanza degli oggetti. Il teatro è conoscenza di sé e dell’altro. Il teatro è una grande occasione, che non ho voluto lasciarmi sfuggire.

Una foto di scena di “È UN CONTINENTE PERDUTO”. Ph. Chiara Ernandes

È stata una scelta facile? La tua famiglia, ad esempio, è stata ha approvato subito questo percorso?

Sono stata fortunata. La mia famiglia, infatti, mi ha educata fin da bambina al teatro. Con giochi di fantasia mi invogliavano a usare l’immaginazione con tutte le mie forze. Perché, contrariamente al pensiero comune, l’immaginazione può cambiare la realtà. Mi hanno incoraggiata ed educata a credere nel potere dell’astrazione, della solitudine e della magia, quindi, come dire, mi hanno buttata “nelle fauci” del teatro… e io ci lotto sempre.

Una foto di scena di “È UN CONTINENTE PERDUTO”. Ph. Chiara Ernandes

Tu oltre che giovanissima sei anche donna: un doppio ostacolo per affermarti come regista?

Credo che essere una regista donna significhi essere una donna e fare la regista. E che solo questo debba significare per tutti.