di Virginia Zettin

Classe 1990. Reggiana di nascita, ma pisana d’azione. Dopo la laurea triennale in Lingue (a pieni voti), Elisa Torsiello fa un’inversione di rotta per dedicarsi alla sua passione per il cinema. Anzi, per lo scrivere di cinema. Una strada non facile – soprattutto ai giorni nostri – ma che alla fine le ha fruttato un primato non da poco. Il suo libro Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill” è la prima monografia al mondo interamente dedicata al regista inglese– nonché al suo idolo.

In attesa delle sue prossime presentazioni – l’8 novembre alla libreria Altroquando di Roma e sabato 17 novembre al Piccolo Teatro Strehler di Milano – abbiamo avuto il piacere di intervistarla.

Elisa Torsiello alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

 

Come nasce il tuo amore per Joe Wright?

Il mio amore per Joe Wright nasce nel 2006 con la visione di “Orgoglio e pregiudizio”. Un film acquistato in dvd, alla cieca, senza neanche averne letto il libro, perché all’epoca non mi piaceva la letteratura classica inglese – poi, grazie anche a Joe, devo dire che le cose sono cambiate!

È una passione che si consolidata nel tempo, visione dopo visione, ed è esplosa nel 2007 con “Espiazione”-un film che mi ha cambiato la vita – e confermata da “Il solista”, “Hanna”e “Anna Karenina”.

 

Tutti noi abbiamo degli idoli, ma tu come sei riuscita a trasformare il tuo amore per Joe Wright in un libro?

L’idea di questo libro è nata un po’ come un’esigenza. Dopo la visione di “Pan -Viaggio sull’isola che non c’è” alla Festa del cinema di Roma del 2015, che mi deluse moltissimo, volevo capire cosa non avesse funzionato in questa produzione. Per rispondere a questa mia domanda dovevo risalire alle origini dell’opera di Joe Wright, capire il suo modus operandi, i suoi stilemi registici, e solo da lì avrei potuto capire cosa mancasse o cosa stridesse in “Pan”. Scrivere questo libro, inoltre, era anche un modo per ringraziare Joe, perché senza di lui probabilmente non scriverei di cinema.

 

Hai presente quando si scrive la tesi di laurea, in cui il momento più duro è proprio iniziare: è stato così anche per il tuo libro?

In realtà non troppo. Sapendo già di cosa parlare e avendo già una sorta di bozza in mente, lo scrivere è venuto da sé. Ho avuto, però, un momento in cui volevo mollare tutto.Ero vicina alla conclusione del libro, però nessun festival stava proiettando “L’ora più buia” – del quale avrei dovuto parlare – e dovevo scrivere ancora il capitolo sulle serie tv, e anche quelle erano difficili da reperire.

Stavo perdendo fiducia in me stessa, quando è avvenuto quello che per me è stato un segno del destino.Ero al London Film Festival, in un bar che solitamente manda sempre musica lounge – un po’ da fighetti, insomma – quando a un certo punto partì “She’s not there”, che è la colonna sonora dello spot Chanel diretto da Joe e che io avevo appena analizzato. Ed è lì che mi sono detta “Devo continuare, devo finire questo libro”. E così è stato.

 

Per altro questo non è stato solo il tuo primo libro, ma il primo in assoluto su di lui. Una doppia responsabilità?

La copertina del libro

Sarei un’ipocrita a dire che la redazione di questo libro è filata liscia come l’olio. Ora, quando vengo citata come la prima autrice al mondo di un’opera su Joe Wright, è una cosa che mi riempie di orgoglio, però durante la scrittura tale primato non è stato motivo di grande aiuto. Non avendo nulla da poter sfogliare e in cui riscontrare un’eventuale conferma delle mie intuizioni, vigeva sempre una sorta di dubbio. Mi hanno aiutato sicuramente le interviste: a Joe Wright stesso, al compositore Dario Marianelli, al direttore della fotografia Seamus McGarvey e ai vari attori che hanno lavorato con lui. E, ovviamente, mi sono state utilissime le recensioni, soprattutto quelle inglesi del “The Guardian,” che mi hanno offerto i giusti input per soffermarmi anche su eventuali tratti registici che mi erano sfuggiti.

Devo ammettere che, nonostante le mie insicurezze, il fatto di essermi per la prima volta affidata completamente al mio senso critico – cosa che mi riempiva di angoscia e di paura durante la redazione del libro – si è rivelata un’ottima idea. Ora, infatti, dopo essermi anche confrontata con alcuni collaboratori di Joe durante alcune presentazioni del libro, l’aver constato che le mie riflessioni combaciassero con la realtà mi riempie di gioia e di orgoglio.

 

Tra i suoi titoli più noti “Orgoglio e pregiudizio” e “Anna Karenina”: bisogna essere romantici per amarlo?

In realtà, secondo me, è proprio il pensare all’opera di Joe Wright come qualcosa di romantico che fa sì che i suoi lavori non siano apprezzati come dovrebbero. Lui ha firmato anche un thriller molto interessante come “Anna”, nonché la prima puntata della terza stagione di “Black Mirror”, cioè “Caduta libera”.

Uno dei motivi per cui reputo Joe Wright un autore da riscoprire è sicuramente il fatto che ammanta sempre i suoi film di tragicità. C’è sempre qualcosa di tragico nel suo “romanticismo”. Per apprezzarlo bisogna essere dei sognatori, ma con i piedi sempre ben piantati nel mondo reale. Sembra una contraddizione, ma alla fine è quello che io penso che sia l’opera di Joe Wright: un sogno, che ci mostra anche una parte di realtà.

 

Chi è il pubblico a cui è rivolto il libro?

Joe Wright con Seamus McGarvey

In realtà il mio libro non è rivolto soltanto alla schiera di cinefili in giro per l’Italia. Ho cercato di evitare tecnicismi difficilmente comprensibili da un pubblico generico. Ho scritto questo libro con la volontà di poter diffondere il “verbo” di Joe Wright, di far conoscere la sua opera a più persone possibili. Quindi direi che il mio libro è rivolto a tutti, dalle casalinghe agli appassionati di cinema, a tutti quelli che vogliono scoprire un modo nuovo di fare cinema, capace di passare dalla letteratura al thriller più sanguineo.

 

Parlando un po’ di te, invece, dopo una laurea in lingue a pieni voti in Lingue, ti specializzi in Storia delle arti visive, per poi dedicarti alla scrittura e a un Master in Critica Giornalistica. Cosa spinge un giovane di oggi – in un mondo già così economicamente incerto – a buttarsi sull’arte, l’incertezza per eccellenza?

Questa è una bellissima domanda, a cui io -ahimè – non ho risposta. Mia madre mi diceva sempre: “Stai attenta che con l’arte non si campa”. Forse aveva ragione lei, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo in cui i social media la fanno da padrone e chiunque può elevarsi al ruolo di critico. Eppure, non solo il fatto di essere appassionata e di scrivere, ma di vivere pienamente il mondo del cinema, mi ha dato la spinta necessaria non tanto a essere ottimista, ma a credere di poter perseguire la ricerca della verità dietro a massime disneyane come “I sogni son desideri”….che possono diventare realtà. Chiunque potrebbe dire che io – come tutti gli appassionati e i critici – viviamo in una bolla di sapone -, però sono sicura che quella bolla potrà, primo o poi, fluttuare nell’aria e volare in alto. E che se uno lo vuole veramente, può arrivare dove vuole.

 

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto, ora? Come vorresti portare avanti i tuoi studi e le tue passioni?

Elisa Torsiello con Seamus Mcgarvey

Al momento il mio sogno nel cassetto è quello di tutti i giovani: trovare un lavoro. Magari un lavoro che combaci con i miei studi, le miei passioni, ma soprattutto che mi piaccia. Uno di quei lavori che non ti mangi giorno dopo giorno, ma che alimenti la tua sete di conoscenza e ti porti un po’ di sole nelle tue giornate.

 

Cosa diresti a un giovane che sta per intraprendere un cammino simile al tuo?

Gli direi di continuare a crederci. Di continuare a credere in sé stesso. E di continuare ad amare il cinema, perché il cinema gli ridarà tanto in cambio. Certo, si troverà davanti enormi scogli da affrontare, enormi ostacoli da superare. Persone che gli diranno che il mondo che ha intrapreso non gli darà alcun riscontro economico. Scriverà tantissime volte a livello gratuito. Si troverà tantissime porte chiuse in faccia. Però, nonostante tutto, gli direi di camminare dritto e sospinto dalla sua passione. Perché, prima o poi, arriverà quel momento in cui dirà “Ce l’ho fatta”.