Horror vacui è una locuzione latina che significa letteralmente “terrore del vuoto“. In fisica e in filosofia l’horror vacui indica una teoria ideata da Aristotele che afferma che “la natura rifugge il vuoto” (natura abhorret a vacuo), e perciò lo riempie costantemente. Nell’arte si riferisce all’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. La stessa tecnica può essere adottata nella decorazione, nell’ornamentazione e nell’arredamento.

L’uso del termine horror vacui nell’arte si deve al critico italiano Mario Praz, che lo introdusse per descrivere l’atmosfera soffocante dell’arredo nell’età vittoriana. Esempi più antichi e importanti possono essere trovati tra oggetti propri dell’arte barbarica come i manoscritti miniati oppure, tornando ancora più indietro nel tempo, nel medioevo ellenico, quando lo stile geometrico fece proprio il concetto di horror vacui. La stessa volontà di riempire meticolosamente gli spazi vuoti permea gli arabeschi dell’arte islamica, ma anche le manifestazioni artistiche di alcune antiche culture dei nativi americani, come gli Huicholes, presentano le medesime caratteristiche.

Molte altre rappresentazioni di questo concetto vengono da quella che viene definita Art Brut, pittura non convenzionale realizzata da ospiti di ospedali psichiatrici, come Adolf Wölfli, oppure nelle opere dell’arte Tingatinga, movimento tanzaniano del XX secolo. L’horror vacui ha influenzato anche opere di grafica, alcuni fumetti della cultura underground americana, il movimento “pop surrealism” sviluppatosi in California negli anni Settanta (si pensi a Faris Badwan, Joe Coleman o Todd Schorr) e le opere dell’artista svizzero H.R. Giger.

todd schorr

Todd Schorr, Dreamland

Ma l’horror vacui non è solamente una tecnica pittorica o una teoria filosofica; questo desiderio, o meglio, quest’esigenza di riempire tutti gli spazi vuoti sembra essere una vera e propria malattia che affligge la nostra epoca.

In un mondo globalizzato dove tutti quanti siamo iperconnessi e sempre più social-dipendenti, un grande vuoto alberga nella nostra anima. La sensazione di essere in continuo contatto con tutto il resto del mondo e di poter vedere in tempo reale gli eventi che accadono in ogni parte del globo o spiare le vite degli altri ci ha fornito l’illusione di essere sempre in compagnia. La verità, e le cronache lo confermano, è che siamo sempre più soli. Soli con noi stessi e soli anche in mezzo agli altri.

Per colmare questo senso di solitudine cerchiamo allora di riempirlo in qualsiasi modo. Andiamo a letto con persone che non ci interessano veramente, ci circondiamo di conoscenti con cui non abbiamo nulla da condividere per la paura di rimanere soli, e intasiamo le nostre stories di Instagram con foto, video e frasi della nostra giornata, per ignorare la voragine che ci consuma dall’interno.

Ma, niente, a fine giornata, quando ci corichiamo nel letto e ci stacchiamo, finalmente, dal telefono per metterci a dormire, può salvarci da noi stessi e dall’amara verità che ci si palesa improvvisamente davanti agli occhi: nel mondo reale siamo soli. Tremendamente soli.

Non importa quante migliaia di follower abbiate su Instagram, quanti vi seguano su Facebook o su Twitter e se ogni giorno vi arrivino venti o trenta richieste di amicizia e messaggi privati da sconosciuti, perché il vuoto che avete dentro non potranno riempirlo né i cuoricini su Facebook né i likes di Ig. Il mondo virtuale ha dato a tutti la possibilità (astratta) di poter entrare in contatto con persone provenienti da ogni angolo della Terra, ma non ci ha resi più socievoli; al contrario, ha permesso alle persone più timide e più riservate di potersi nascondere dietro uno schermo e crearsi una sorta di “alter-ego” virtuale, spigliato e socievole, con il quale interagire con gli altri. Il problema nasce quando l’io virtuale deve scendere in campo nel mondo reale: a quel punto il soggetto in questione può facilmente andare in crisi e non riuscire più a distinguere la sua identità virtuale da quella concreta, reale. Quale delle due rispecchia veramente la personalità del soggetto? Sembra che oggi molti ragazzi, in particolare gli adolescenti, facciano spesso confusione fra le due realtà e non siano più in grado di distinguere rapporti veri da quelli virtuali, cadendo nelle trappole tese dal mondo della rete.

Una delle trappole peggiori degli ultimi tempi in cui stanno cadendo molti teenager, soprattutto in Russia, Paese da dove si è diffusa questa macabra tendenza, prende il nome di “Blue Whale” (balenottera azzurra in inglese): un gioco online, il cui nome deriva dallo spiaggiamento dei cetacei che, lasciandosi andare a riva, trovano la morte. Il gioco, se così si può chiamare, consisterebbe nel contattare, tramite profili falsi o anonimi di social network, gli adolescenti proponendo loro una sfida. Sfida che si articola attraverso 50 prove, di pericolosità crescente: il giocatore, una volta accettato di partecipare, non può ritirarsi per le minacce di ritorsione contro esso e i familiari. Le istruzioni per le prove, fornite da un amministratore (curatore), consistono – ad esempio – in atti di autolesionismo (incidersi la pelle), compiere selfie in situazioni pericolose, uccidere animali per poi scattare foto, procurarsi dolore, modificare gli orari di sonno per guardare film horror. L’ultima prova, fatale, consiste nel gettarsi dall’alto del palazzo più alto della città, togliendosi così la vita. Il tutto deve essere filmato.

L’ideatore del gioco sarebbe un russo, Philipp Budeikin, ex studente di Psicologia, espulso dall’Università ed arrestato nel novembre del 2016. Budeikin ha dichiarato di non ritenersi pentito, oltre che di aver creato il gioco per spingere all’uccisione persone che giudicava indegne di vivere. Alcuni siti di informazione parlano di decine di ragazzini morti in seguito alla decisione di partecipare al terribile gioco, altri addirittura di centinaia. Ma, a prescindere dal numero di vittime, ciò che colpisce è la crudeltà ingiustificata delle prove ideate e, soprattutto, la facilità con cui i ragazzi oggi possano accedere a queste informazioni e venire plagiati e spinti a compiere atti estremi come quelli del suicidio.

Che si tratti o meno di esseri fragili o disturbati (chi di noi, in adolescenza, non era fra questi?), questi ragazzi se ne sono andati via troppo presto e nessuno è riuscito a fermarli in tempo. Forse perché non sono riusciti a dare un senso alle proprie vite ancora così acerbe o, più probabilmente, perché non sono stati in grado di sconfiggere il vuoto che sentivano dentro, alla fine comunque tutti loro hanno cercato in quella stessa voragine oscura e senza fondo una risposta a tutte le loro domande e grida di aiuto rimaste inascoltate. Di chi è la colpa? Dello psicopatico Budeikin, inventore del gioco masochista, o di  tutta la società intera?

Io credo che ogni suicidio di un ragazzo innocente sia sempre una sconfitta, non solo per quella vita stroncata troppo presto, per la famiglia in lutto che ha perso un figlio o un fratello e per la cittadina strettasi attorno ai famigliari nel cordoglio e nella solidarietà, ma per tutta quanta l’umanità. Un’umanità che non sembra più capace a riempire gli spazi lasciati vuoti dall’indifferenza, dall’odio e dal terrore che insanguinano il mondo di oggi.

In questa società sempre più narcisistica ed egoista, dove l’affermazione personale e sociale conta ormai più di tutto il resto, non possiamo più meravigliarci se, una volta lasciate sole a  loro stesse, le persone siano disposte a fare qualsiasi cosa pur di colmare il vuoto che le divora dall’interno; anche, nei casi più estremi, a togliersi la vita.

Foto  in copertina: ©Daniel Canogar