Devo ammetterlo, quando le prime palme sono state piantate in piazza Duomo a Milano, ero molto scettico, se non contrariato, e ho osservato tutta l’operazione di restyling con grande sospetto e molte perplessità.

In effetti, a colpo d’occhio, le palme, e, come se non bastasse, i banani, che incorniciano le guglie del Duomo, sicuramente non hanno lasciato indifferenti né me né i cittadini milanesi e i turisti di passaggio. E subito è scoppiata la polemica che ha diviso l’opinione pubblica, fra chi ha elogiato l’iniziativa, riferendosi agli esempi del passato e accogliendo positivamente l’eclettismo e la “spregiudicatezza” della proposta, e chi, invece, l’ha bocciata totalmente, osservando che le piante esotiche in una città del Nord Italia non ci azzeccano proprio nulla.

Le palme di piazza Duomo (Fonte: giornalettismo.com)

Il più cauto è stato proprio il sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha condiviso una foto sul suo profilo Instagram, lasciando aperta la questione e rimandando il giudizio ai cittadini stessi: “Certo che Milano osa eh?”. Lui, per ora, aspetta: “Tendenzialmente non mi dispiace, però, voglio vedere quando tutto sarà finito. Il riferimento storico all’Ottocento c’è e la Sovrintendenza è stata positiva”. La stessa sovrintendente Antonella Ranaldi, che forse si immaginava un effetto con “palme più basse e meno fitte”, parla di “sperimentazione” e di un “giardino à la page” che che viene quasi definito “una provocazione”. Il Comune, però, difende orgogliosamente la sua scelta e ricorda come in città siano già presenti delle palme: 131 censite, molte altre nei cortili privati. E anche l’architetto che ha firmato il progetto, tale Marco Bay, afferma: “Vivono felici in città da più di cent’anni. Ma purtroppo, ogni volta che parliamo di alberi si litiga sempre, sia quando vengono piantati, sia quando vengono tagliati”.

Fra i pareri negativi spicca quello dell’architetto paesaggista Paolo Pejrone, che ha visto nell’impresa una provocazione poco costruttiva: “Piantare queste specie in piazza del Duomo a Milano mi sembra una follia neogotica. I banani sono una scelta coraggiosa, certo, al limite del kitsch. E le palme non fanno parte del passato e neppure del futuro del Nord Italia, sono un esotismo a sé. No, non sono favorevole a questa idea. Piazza Duomo è un luogo notoriamente vuoto, uno spazio minerale che andrebbe rispettato così com’è e come l’architetto Portaluppi l’aveva immaginato”.
Perplesso anche Marco Magnifico del Fai: “Se pensassi a un bananeto davanti al Duomo mi verrebbe lo stremissi (in dialetto, lo spavento, ndr)”.

Banani appena piantati in piazza Duomo (Fonte: milano.corriere.it)

Ma l’oasi urbana ha finito per diventare un vero e proprio caso politico, con l’opposizione che è scesa in piazza a protestare, insulti razzisti e teorie apocalittiche. Da Palazzo Marino con Alessandro Morelli della Lega (“La giunta chieda scusa per un obbrobrio che snatura la piazza”) alla Regione con l’assessore Viviana Beccalossi, che lo definisce un “progetto discutibile”. Fino ad arrivare ad atti di vero e proprio vandalismo, come quello verificatosi nella notte tra il 18 e il 19 febbraio, in cui alcuni sconosciuti hanno dato fuoco a tre delle palme da poco piantate davanti alla basilica, a seguito della dimostrazione organizzata da Lega e CasaPound nel pomeriggio, durante la quale era stato esposto uno striscione che recitava “No all’africanizzazione di Piazza Duomo“.

Insomma, come sempre in Italia, i toni si sono alzati e quello che doveva essere un civile scambio di idee e di opinioni si è trasformato in una battaglia ideologica, terreno di scontro tra fazioni politiche appartenenti ad opposti schieramenti.
È stato proprio a seguito di questi avvenimenti e all’inasprirsi dei toni, che ho deciso di documentarmi su quest’iniziativa così controversa del Comune di Milano e ho così scoperto diversi dettagli, curiosità e aneddoti che mi hanno permesso di vedere questo progetto sotto una nuova luce e di scoprire che in realtà le palme e i banani costituiscono solo l’ “anteprima” di un avvenimento ancora più importante per Milano e per il nostro Paese: l’apertura di Starbucks.

Navigando sul web e confrontandomi con i miei amici milanesi ho scoperto, infatti, che il giardino esotico che sta nascendo in piazza Duomo è stato interamente finanziato da Starbucks, colosso americano del caffè, che sta per aprire un megastore a Piazza Cordusio e che ha vinto un apposito bando del Comune di Milano per il riallestimento temporaneo della piazza: tre anni e poi il giardino verrà smantellato.
Una buona notizia anche per i più critici riguardo al progetto, che dovranno “sopportare” la vista di palme e banani per soli tre anni (sempre che non finiscano per affezionarcisi anche loro!).

Martedì 28 febbraio la catena di caffetterie americana Starbucks ha presentato il progetto per aprire il suo primo negozio in Italia, a Milano: sarà situato in piazza Cordusio, a un paio di minuti a piedi da piazza del Duomo. A ospitarlo sarà Palazzo Broggi, conosciuto anche come palazzo delle Poste: si tratta di un imponente edificio costruito tra il 1899 e il 1901 e già sede della Borsa di Milano e poi – appunto – delle Poste Italiane.

Credit: LaPresse – Claudio Furlan

L’annuncio dell’apertura della prima caffetteria di Starbucks in Italia è stato accolto da diverse polemiche, che si sono aggiunte a quelle relative alle palme piantate in piazza Duomo, e che vengono sostenute da argomentazioni ormai stantie e poco convincenti: il danneggiamento della produzione del caffè in Italia, la concorrenza straniera che metterebbe in ginocchio le caffetterie italiane e la diffusione di una nuova concezione della “pausa caffè” che rischierebbe di affossare le nostre tradizioni e di cancellare la nostra identità culturale.

La diffusa diffidenza nei riguardi di Starbucks ha reso complicata e rallentato l’apertura di caffetterie della società in Italia. Il caso delle palme, poi, ha in qualche modo confermato questo scetticismo, in un modo che ha anche sorpreso Schultz, che a Repubblica ha detto: «il dibattito sulle palme ci ha stupiti. Quando entriamo in una città nuova, soprattutto in una interessante e dinamica come Milano, vogliamo dare subito qualcosa alla comunità. Lo facciamo prima di aprire la caffetteria, è una sorta di captatio benevolentiae e anche per questo la reazione ci ha stupiti così tanto». Schultz però è sembrato fiducioso, nell’intervista al Corriere: «Mi dicono che i milanesi all’inizio criticano ma poi si affezionano» ha affermato con una punta d’ironia.

Ma cerchiamo di fare il punto della situazione e analizzare nel dettaglio l’apertura di questo megastore straniero sul nostro territorio, per scongiurare ipotesi fatalistiche e terribilmente pessimistiche degli analisti e degli osservatori più critici.

Starbucks Reserve Roastery & Tasting Room a Seattle (Fonte: Pinterest)

Innanzitutto, è importante sottolineare che quella che aprirà a Milano non sarà un normale bar di Starbucks, come siamo abituati a vedere nelle più grandi città di tutto il mondo: si tratterà, invece, di una cosiddetta Roastery, cioè di un locale grande e arredato in modo elegante, nel quale viene prodotto il caffè, in modo che i clienti possano vedere le varie fasi della lavorazione; una sorta di torrefazione quindi. Per ora nel mondo ne esiste solo una e si trova a Seattle (la città dove è nata la società), ma  a breve ne apriranno una anche a Shangai e due rispettivamente a New York e a Tokyo nel 2018. Recentemente, Starbucks ha annunciato che progetta di aprirne tra le 25 e le 30 nei prossimi anni. Howard Schultz, fondatore e amministratore delegato della società, ha spiegato al Corriere della Sera: «Il cliente vedrà tubi che attraverseranno i soffitti nei quali passano i grani. Potrà comprare le miscele e i nostri prodotti legati al marchio. Poi ci sarà la tecnologia: wifi super veloce, musica con i partner di Spotify, servizi di pagamento fintech». Il locale sarà grande quasi 2500 metri quadrati, e servirà molti dei caffè tra quelli venduti da Starbucks nel mondo, e Schultz ha aggiunto che «ci saranno cinque nuovi caffè realizzati con tecnologie ideate da noi, oltre al tradizionale espresso. Ci sarà per esempio il nitro caffè [che si ottiene estraendolo a freddo dal chicco di caffé con l’azoto liquido], infusioni di caffè e bevande fredde».

Ma ecco la notizia che dovrebbe fare piacere a tutti noi italiani e che dimostra come le grandi aziende private straniere molto spesso riescono a dar vita sul nostro territorio ad eccellenti opere di collaborazione con realtà imprenditoriali italiane e a valorizzare e personalizzare la propria offerta in base al bacino di utenza e al territorio in cui viene distribuita. È questo il caso di Starbucks che collaborerà con Princi, una famosa catena di panetterie di Milano, per la creazione di prodotti da forno che saranno venduti nelle Roastery di tutto il mondo. Dopo l’apertura della Roastery, il gruppo imprenditoriale italiano Percassi – che collabora con Starbucks per le aperture in Italia – aprirà altri punti Starbucks a Milano, nel 2018: «ciascuno sarà progettato accuratamente e curato per rispettare la comunità locale e l’unicità del contesto milanese. Adottare un approccio rispettoso e misurato nell’apertura dei negozi è al centro della strategia di Starbucks a Milano».

E non finisce qui. Normalmente, ha detto Schultz per dare un’idea dell’investimento, per aprire un negozio Starbucks (quelli normali, molto più piccoli delle Roastery) occorrono almeno 500mila dollari. Cento persone lavoreranno direttamente nel negozio, ma insieme agli altri locali, sempre secondo Schultz, saranno creati 350 posti di lavoro. Sarà infatti il punto vendita del brand più grande d’Europa e Starbuks, in protesta con la politica nazionalista di Trump, ha fatto sapere che saranno assunte persone locali ma anche immigrati. Il passo di espansione successivo prevede l’apertura di altri 4-5 bar Starbucks tra Roma e Milano.

Gli annunci relative alle posizioni aperte per lavorare da Starbucks sono aggiornate sul sito: per chi fosse interessato, al momento, purtroppo, non ci si può ancora candidare per le sedi italiane; bisognerà attendere che si avvicini la data dell’inaugurazione per avere maggiori informazioni, quindi vi conviene dare un’occhiata di tanto in tanto.

(Credit: Erika Schultz/Seattle Times/MCT)

Chissà se le tradizionali e storiche caffetterie italiane coglieranno quest’occasione, più che per criticare e lamentarsi della pericolosa concorrenza straniera, piuttosto per aggiornarsi e finalmente svecchiare un po’ la propria immagine secolare, iniziando ad offrire ai clienti servizi più efficienti e maggiori informazioni riguardo ai prodotti consumati, riscoprendo l’orgoglio e la tradizione del nostro espresso, oggi ancora così amato e invidiato da tutto il resto del mondo.